POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, febbraio 13

"SEMEL IN ANNO LICET RINSAVIRE" di ANGELA FABBRI

Seneca

" SEMEL  IN  ANNO  LICET  RINSAVIRE "    (*) 

Tradotto da me:

" Una volta l'anno mi permetto di NON fare la PAZZA ". (Non la PIZZA, Danila, la PAZZA, la PAZZA...)

Oggi è stato quel giorno. Ormai è passato.

Angela 

(*)  Re-interpretato dal detto latino  

       << SEMEL  IN  ANNO  LICET  INSANIRE >>  (Una volta l'anno è lecito dar di matto)



Aforisma di Seneca rivisitato da Angela Fabbri

venerdì, febbraio 12

LA GALLINELLA SAGGIA - cortometraggio d'animazione

LA GALLINELLA SAGGIA

La gallinella saggia (The Wise Little Hen) è un film del 1934 diretto da Wilfred Jackson. È un cortometraggio d'animazione della serie Sinfonie allegre, distribuito negli Stati Uniti dalla United Artists il 9 giugno 1934.[1] Il film è basato sulla fiaba popolare russa La gallinella rossa (in particolare sulla versione americana del 1911 illustrata da Jessie Willcox Smith)[2] e rappresenta la prima apparizione del personaggio di Paperino e di Meo Porcello. Il 16 febbraio dello stesso anno uscì un altro adattamento della fiaba, 

La gallina e il porcellino, diretto da Ub Iwerks e distribuito da Pat Powers, rispettivamente ex animatore ed ex distributore dei corti Disney.


 

I protagonisti del film

Una gallina è alla ricerca di qualcuno che la aiuti a piantare il suo mais. I suoi vicini Meo Porcello e Paperino sono però molto pigri e pur di non aiutarla fingono entrambi di avere il mal di pancia. Così la gallina è costretta a fare da sola con l'aiuto dei suoi pulcini. Arrivato il momento del raccolto, la gallina cerca nuovamente l'aiuto dei suoi amici al Club dell'Ozio (di cui sono gli unici membri), ma essi fingono di nuovo di star male; lei però li scopre quando le assi del loro club si spostano mostrandoli mentre si stringono la mano. La gallina prepara allora una varietà di piatti a base di mais e si dirige verso Meo e Paperino per chiedere loro di aiutarla a mangiarli. Anche stavolta i due fingono di avere mal di pancia non appena la vedono, ma dopo che lei fa la sua richiesta "guariscono" miracolosamente. Quello che ricevono è però una bottiglia di olio di ricino. Mentre la gallina e i suoi pulcini mangiano il mais da soli, Meo e Paperino si rammaricano di ciò che hanno fatto tirandosi calci a vicenda.


giovedì, febbraio 11

CANTI DI CASTELVECCHIO di GIOVANNI PASCOLI - in memoria delle nostre mamme che sono nella Pace


CANTI DI CASTELVECCHIO 

II arbusta iuvant humilesque myricae 

A Caterina Alloccatelli Vincenzi – mia madre

Prefazione

E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!.. Canti d’uccelli, anche questi: di pettirossi,di capinere, di cardellini, d’allodole, di rosignoli, di cuculi,d’assiuoli, di fringuelli, di passeri, di forasiepe, di tortori, di cincie, di verdette, di saltimpali, di rondini e rondini e rondini che tornano e che vanno e restano. Troppi? Facciano il nido, covino, cantino, volino, amino almeno qui, intorno a un sepolcro,poiché la crudele stupidità degli uomini li ha ormai aboliti dalle campagne non più così belle e dal sempre bel cielo d’Italia! E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D’altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c’è visione che più campeggi o sul bianco della gran neve, o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle comunioni che passano:  e non c’è suono che più si distingua dal fragor dei fiumi e ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie.

Crescano e fioriscano intorno all’antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo, cesti o stipe) autunnali. Nei luoghi incolti fanno le stipe che fioriscono di primavera, e fanno i cesti, ancor più umili, che fioriscono d’autunno; e la loro fioritura assomiglia. Mettano queste poesie i loro rosei calicetti (che l’inverno inaridisce senza farli cadere) intorno alla memoria di mia madre, di mia madre che fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non sapesse resistere se non poco più di un anno. Io sento che a lei devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’ella sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un giorno lungo di faccende, avanti i prati della Torre.

Ella stava seduta sul greppo: o appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più  a che cosa pensassi allora! essa piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì.

Seguì mio padre. E qui, devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi provò di padre e madre e, via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità della vita? No: questa volta non chiedo perdono.  Io devo, (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo non solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti.

Se poi qualcuna di queste poesie che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non si inventano, anche a volere) ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh!  Non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria de’ miei cari martiri,per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene. 

Castelvecchio di Barga, marzo del 1903

Ho scelto questo brano che il Poeta ha dedicato a sua madre Caterina, ma che ho voluto riprendere per dedicarlo alla mia, da poco scomparsa. Qui sotto riporto alcune strofe della sua poesia, la prima dei Canti di Castelvecchio, titolata appunto ...

LA POESIA

Io sono una lampada ch’arda 

       soave

La lampada, forse, che guarda,

pendendo dalla fulgida trave

        la veglia che fila;


e ascolta novelle e ragioni

da bocche 

celate nell’ombra, ai cantoni,

là dietro le soffici rocche

         che albeggiano in fila:


ragioni, novelle, e saluti

d’amore, all’orecchio, confusi:

gli  assidui bisbigli perduti

nel sibilo assiduo dei fusi;

le vecchie parole sentite

da presso con palpiti nuovi,

tra il sordo rimastico mite

         dei bovi:

la lampada, forse che a cena

         raduna;

che sboccia sul bianco e serena

su l’ampia tovaglia sta, luna

          su prato di neve;

e arride al giocondo convito;

          poi cenna,

d’un tratto, ad un piccolo dito,

là, nero tuttor della penna

           che corre e che beve:


ma lascia nell’ombra, alla mensa,

la madre, nel tempo ch’esplora

la figlia più grande che pensa

guardando il mio raggio d’aurora:

rapita nell’aurea mia fiamma

non sente lo sguardo tuo vano;

già fugge, è già, povera mamma,

             lontano! 


La poesia prosegue per molte altre pagine…lascio a voi terminare di leggerle. Danila




Il fulgido ritorno della GHIANDAIA di ANGELA FABBRI

Il fulgido ritorno della GHIANDAIA

Butto pezzetti di ciambella dalla finestra dello studio. Come sempre appena alzata, mentre ho il caffè su. Ma questa volta la giovane Ghiandaia vola sull’albero di fronte e ci guardiamo proprio in faccia. Felicità!
Si gira sul fianco e noto quanto è cresciuta. Sei grassa!No è solo florida, come conviene alla sua età.
Rapido studio del terreno e ascolto dei dintorni.
Salto sul ramo vicino.
Calcolo della traiettoria.

E … TUFFO di PROFONDITÀ – CIAMBELLA – RISALITA  MOZZAFIATO verso i cieli e lontano.

E’ stato tutto così veloce, pieno dei colori e delle ali della Ghiandaia che a paragone ci ho messo ore a descrivere quest’azione qui.

E la comparsa fugace dei PASSERI  STRACCIONI

Sì, ma pochi istanti prima, si erano PALESATI con un saltello, uno, due PASSEROTTI  SDRUCITI, magri da far paura, con le povere ali stracciate e confuse fra le foglie marce del giardino. E sono spariti un istante dopo.

Quel che vedo da questa sola finestra, apre già un chiaro occhio su tutto il mondo.

Le disparità, le supremazie, gli emarginati.

Certo, quando lo vede un umano, gli appiccica subito una sua etichetta economico-sociale-con sfondo morale.

In Natura non si tirano per i capelli altre storie: la GHIANDAIA è grande, è giovane, è forte. I passerotti no. Sono pochi e pellegrini.

Sembra che, ai giorni nostri, la Natura premi gli UCCELLI  GROSSI (in ordine: GAZZE  poi GHIANDAIE  poi  CORNACCHIE).

Abbia messo da parte i COLOMBI.

E decimato i PASSERI che non riescono + a comporre nemmeno UNO  STORMO.

  (Angela, primo pomeriggio del 30 gennaio 2021) 


Dipingo ancora con le PAROLE di ANGELA FABBRI


Dipingo ancora con le PAROLE

Piove tutta la notte e la mattina, diventa buio come di sera. Un fronte di nubi terrose ci sale sopra dal nord e passa via… Ricomincia nel pomeriggio. Piove violento e senza vento. Poi, all’improvviso, ti esce il sole. E fuori c’è l’ARCOBALENO.

Un arco completo, disteso sopra i tetti nel cielo di Nord Est.

(Angela, primo pomeriggio del 10 febbraio 2021) 


Danzatori di Sogni di Anna Montella - racconto vincitore







lunedì, febbraio 8

POLVERE DI DEMOCRAZIA (E VENTO) NEL SAHEL di P. MAURO ARMANINO

    

Polvere di democrazia (e vento) nel Sahel

In questi giorni lei è dappertutto. Inutile prevedere, anticipare, pulire, sperare di esserne risparmiati o tenere chiuse porte e finestre notte e giorno. La polvere passa e si stende come un velo impercettibile e inesorabile su ogni superficie, abitata o meno, del pianeta Sahel. Si impone come una realtà tangibile allo sguardo, alle dita, negli strumenti di comunicazione, sui libri allineati nelle biblioteche e i dossier urgenti da classificare negli uffici. Penetra senza scampo negli anfratti incustoditi della casa e nelle istituzioni più autorevoli della Repubblica. La polvere è quanto di più quotidiano e feriale si possa immaginare. Non c’è nulla di quanto accade che possa rivendicare una qualche autonomia dal suo fascino discreto e pervasivo. Provare ad eliminarla è rasentare la temerarietà perché, qualche tempo dopo averla scacciata, tenuta a bada o eliminata, lei, tenace e combattiva, sicura di sé tornerà ad rioccupare lo spazio da cui era stata evacuata. La polvere si infiltra, si autogenera, prospera e, arrogante quanto basta, si rende indispensabile.
Per esempio in democrazia. Qui come altrove la democrazia è di polvere. Lo ricorda opportunamente l’ultimo rapporto sull’indice della democrazia globale nella rivista ‘The Economist’, basato a Londra. Detta autorevole rivista che classifica da anni i Paesi ‘democratici’, fonda la sua analisi su cinque parametri essenziali. I processi elettorali e il pluralismo, il modo di funzionamento del governo, la participazione politica, la cultura politica e le libertà civili. In questa tredicesima edizione il rapporto prende in considerazione, com’è evidente, l’impatto delle risposte politiche alla ‘pandemia’ della Covid sulle democrazie di polvere. 23 sono le democrazie ‘perfette’, 52 quelle ‘imperfette’, 35 i regimi ‘ibridi’ e, 57 Paesi, la maggior parte, sono stimate democrazie ‘autoritarie’. 
Si considerano sistemi ‘ibridi’ quando le elezioni non danno garanzie di trasparenza e affidabilità, la corruzione è diffusa, la società civile indebolita, i giornalisti non sono liberi e il sistema giudiziario non è indipendente. Nei Paesi classificati come ‘autoritari’ il pluralismo politico è assente o minacciato, le istituzioni esistono ma sono svuotate dal loro ruolo, le elezioni non sono né libere né trasparenti, gli abusi sui diritti umani e civili non sono perseguiti, vengono represse le voci dissidenti e il sistema giudiziario non è indipendente. La maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana, 22 per l’esattezza, si trovano in quest’ultima porzione di democrazia, tra cui il Niger che precede la Guinea, il Togo e la Guinea- Bissau.
La polvere non si ferma lì. La violenza di matrice jihadista, criminale o semplicemente ‘commerciante’, vive e propaga la polvere. La stessa che coinvolge la politica che si trasmette all’economia, che è appunto, ‘politica’. Coinvolge gli occhi e dunque la visione dell’altro e del suo eventuale Dio, la concezione della società e la maniera di profittare delle fessure create nel tessuto sociale dalla violenza armata e ideologica. Non saranno le armi o le guerre, che della polvere sono l’espressione massima nella storia umana, a riportare la convivialità nel Sahel. Non saranno né le alleanze né le strategie pan-militariste a ridare un volto plurimo a questo spazio tormentato dell’Africa Occidentale. La polvere di qui, autoctona,  è condivisa  e spesso confiscata da chi non cerca che il proprio neocoloniale interesse nelle risorse miniere e nelle geopolitiche di potere. Le diplomazie e i rapporti delle Commissioni sui Diritti Umani finiscono fatalmente nella polvere come la maggior parte delle inchieste che vedono inquisiti e condannati i regimi al potere. 
Di polvere sono le relazioni umane basate solo su interessi reciproci, finiti i quali, tutto finisce. Lo sgretolamento dei matrimoni che ogni sabato ci si industria a celebrare a Niamey trovano in essa conferma e contesto. Non mancano accorati tentativi di ridare vigore all’impolverata vita democratica del Paese. Ne è un esempio il recente manifesto di un centinaio di intellettuali nigerini che invitano i cittadini a condividere la loro indignazione e far proprio un ‘sussulto’ etico per le prossime e già decise elezioni. Poi la polvere, sorniona e tenace, torna e ricopre col suo manto dorato parole e velleità arrivate troppo tardi per scomodare il regime. Passerà questa stagione e tornerà a soffiare il vento che porterà la polvere lontano.
                                                                           
Mauro Armanino, Niamey, 7 febbraio 2021