POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, giugno 6

UN TEMPO QUANDO NOI SI ANDAVA AL MARE di ANNA MONTELLA

 


MOSTRA QUAERERE PACEM . S. BERNANDO IN VALLE - SAVONA di RENATA RUSCA ZARGAR

articolo di RENATA RUSCA ZARGAR ripreso da CONTROLUCE 
 

MOSTRA QUAERERE PACEM, 10-11-12 giugno, 

San Bernardo in Valle, Savona

Per la Festa della Mamma, le mie figlie mi hanno regalato un albero di cacao nel Camerun, attraverso Treedom: Pianta o Regala un Albero e segui la Storia Online, un sito che permette di piantare alberi a distanza e seguire online la storia del progetto che contribuiranno a realizzare.

Il seme dell’albero dal vivaio passerà alla terra e sarà quindi cresciuto da un contadino. Nel tempo, garantirà sostegno a una famiglia africana e aiuterà a migliorare l’aria del Pianeta per tutti noi.

Ecco, questo è un vero gesto di pace, al di là degli stereotipi e delle parole che, infine, si dimostrano sempre vuote. Un gesto di pace contro il razzismo imperante, contro il nazionalismo assurdo dei nostri tempi che tanto mi ricorda quello delle guerre mondiali, contro l’egoismo occidentale che ha asservito gli altri paesi, proprio esercitando la superiorità militare, impedendo loro di crescere e svilupparsi. È difficile capire quanto mi sia sentita felice di quel dono e molto privilegiata, soprattutto perché il mondo, in generale, non sta andando in questo senso.

Gli Stati producono e vendono armi fingendo di non sapere che le armi saranno usate per le guerre, cioè per uccidere e distruggere l’umanità. Negli Stati Uniti, addirittura, tutti possono possedere armi e sono previsti persino dei corsi per insegnare ai bambini dai 3 ai 5 anni il corretto utilizzo di un’arma divertendosi al poligono di tiro! La lobby delle armi fattura negli USA più di trenta miliardi di dollari l’anno e, in caso di guerre, ovviamente, molto di più! Infine, le guerre sono necessarie per “consumare” le armi ormai obsolete e acquisirne di più avanzate.

Negli ultimi anni, in Europa, è ritornata in auge la corsa agli armamenti e le parole “disarmo” e “demilitarizzazione” ci sembrano ormai preistoriche.

Nel ventunesimo secolo, nonostante l’evoluzione, noi non siamo diversi dagli antichi, anzi, siamo ancora più crudeli, visto il progresso tecnologico che può devastare molto più ferocemente di un tempo.

È del tutto inutile, dunque, citare guerre specifiche: ce ne sono tante nel mondo, alcune pubblicizzate insistentemente dai media e altre completamente dimenticate (non certo dai nostri fabbricanti di armi, però!).

Oggi sui Governi dominano in modo privilegiato i commercianti di armi: questa che sembra un’asserzione surreale, invece è pura realtà.

La soluzione dei conflitti attraverso una Diplomazia capace e attiva non viene attivata proprio perché impedirebbe lucrosi affari.

Anche i media sono coinvolti nella propaganda militare.

Johan Galtung[1] aveva già osservato, fin dagli anni ‘70, la tendenza dei giornalisti a confondere conflitto e violenza, raccontando il conflitto unicamente attraverso gli atti violenti da esso provocati. I giornalisti, infatti, consentono la parola più facilmente alle élite che non alle persone più vulnerabili e focalizzano l’attenzione unicamente su chi vincerà. Raramente sono evocate le cause distinte tanto geograficamente quanto temporalmente, assai di rado sono menzionate le possibili soluzioni non violente… È come se un inviato dovesse parlare di una malattia senza alludere anche ad altri mezzi di guarigione, a parte quelli più nocivi, ancor prima di far luce sulla natura della malattia. Le soluzioni ‘dure’ sono sovrastimate, in modo che quelle ‘dolci’ rimangano sconosciute e le responsabilità unidirezionali.

Il ‘giornalismo di pace’, invece, propone di riconsiderare i rapporti tra i giornalisti e le fonti d’informazione, i conflitti che riporta e le conseguenze delle informazioni che fornisce. Mette a disposizione dei reporter una serie di fonti di approfondimento sulla pace e i conflitti, per consentire uno spazio maggiore a soluzioni non violente e alla creatività. Galtung aveva definito la pace come assenza di violenza “strutturale”. Poiché la violenza strutturale si verifica quando le effettive realizzazioni umane restano al di sotto delle realizzazioni potenziali, la pace è la realizzazione, da parte dell’uomo, di tutte le sue potenzialità economiche, sociali e ambientali. In questa definizione rientrano anche i casi in cui non esiste un soggetto promotore della violenza diretta, ad esempio, in molti Stati africani le aspettative di vita sono basse senza che nessun agente utilizzi intenzionalmente la forza.  Dunque, in questo scenario tanto ostile alla pace, noi cosa possiamo fare?     Molto poco, naturalmente.    I governanti, ovunque, seguono i loro interessi e non ascoltano l’opinione della gente. La Democrazia, spesso, non è differente dai governi autoritari, specialmente in questo periodo. I bisogni delle persone, il lavoro, la salute, il benessere sociale, sono sacrificati alle lobby e a consunti ideali di imperialismo, governo del mondo, neocolonialismo, suprematismo bianco, impoverimento degli altri popoli a nostro vantaggio.   Allora, come insegna un’organizzazione per la Pace coreana (HWPL)[2], dobbiamo diventare tutti, nel nostro piccolo, “messaggeri di pace”. Fuori dai templi buddisti tibetani bandierine colorate appese all’aria diffondono sulla Terra i loro pensieri non violenti e così dobbiamo essere anche noi: bandierine al vento.

Nella mostra “Quaerere pacem”, il 10-11-12 giugno, nell’Orto di Cibele a San Bernardo in Valle (SV), una parte importante è animata dai bambini. Essi comprendono bene quanto possa essere facile stendere una mano all’altro, almeno fino a quando non diventano adulti. “Con la pace i bambini sono liberi, contenti, spensierati” scrive uno di loro, oppure “La guerra è brutta perché rende il mondo peggiore e muoiono tante persone innocenti”, o ancora “Noi non vogliamo la guerra perché ci sono bombardamenti, esplosioni…”  

Le loro barchette simboliche attraverseranno, forse, le coscienze e ci indicheranno la rotta perché essi hanno consapevolezza del dolore di chi perde parenti e amici, di chi perde la propria casa e non sa più dove andare, di chi perde il lavoro e ogni altro bene.        

Poi, c’è Claudio Carrieri. Quando ci si chiede se l’arte debba essere solo puro piacere o, invece, espressione formativa – interrogativa delle anime, Carrieri “è” la risposta.                                 

Egli ha da tempo superato vecchi canoni estetici per dedicarsi alla riflessione, alla stimolazione dell’osservatore, sia che abbia lavorato sul tragico tema dei migranti che sulle odalische. In lui parla la storia dell’umanità tutta, l’amore per le forme di vita, per gli archetipi, in lui grida la sollecitazione a questa umanità crudele perché cambi il punto di vista.  Egli è da sempre “un messaggero di pace” nella concezione di Galtung, quando ci indica le ingiustizie sociali come quando ci ammalia nelle rotondità delle forme o ci strazia nelle visioni di tragedia che vivono le persone innocenti.   

Dunque, cambierà qualcosa in questo mondo dopo la mostra “Quaerere pacem” Io non lo credo.  Nella mia gioventù ho manifestato parecchio contro la guerra del Vietnam, contro la Nato, come tanti/e ragazzi/e dei miei tempi. Allora, avevo la speranza che se noi fossimo stati forti e uniti, qualcosa sarebbe cambiato.  Invece, non è cambiato nulla. Eppure, come spiega attraverso i suoi articoli, un mio amico prete missionario in Africa, padre Mauro Armanino, dobbiamo lottare lo stesso, tutti insieme, per correggere la mentalità di potere, denaro, corruzione e morte e per dare un futuro dignitoso a tutti gli esseri umani del Pianeta. Perché la guerra, infine, diventi un tabù simile a quello dell’incesto, come chiedeva Gino Strada. La nostra madre Gaia, che Carrieri ci mostra suggestiva ma disastrata dalle esplosioni come dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, deve iniziare a vestirsi di alberi e di fiori in un’eterna primavera di pace.

Renata Rusca Zargar


QUAERERE PACEM - L'ISLAM E LA PACE di ZAHOOR AHMAD ZARGAR

QUAERERE PACEM mostra di CLAUDIO CARRIERI 10-11-12 giugno 2022, 

San Bernardo in Valle, Savona

 

L’ISLAM E LA PACE

Noi musulmani crediamo che l'Islam abbia un messaggio e una missione per il mondo intero. Il messaggio è di pace, armonia e tranquillità nella società, così che la vita sia una benedizione, pacifica e felice. La missione è quella di stabilire una società basata sulla giustizia sociale, l'uguaglianza, la fratellanza e il rispetto per i diritti umani.

La fede, la preghiera e i riti sono importanti, ovviamente, ma il nocciolo del vero messaggio islamico è il servizio verso l'intera umanità, il rispetto per i diritti di ciascun individuo e ciascuna comunità, la santità della vita singola e familiare, il sacrificio per i propri simili e la responsabilità dello Stato verso tutti i suoi cittadini, senza discriminazioni basate sul credo, la religione, il colore, la razza, l'etnia o altro.

  L’Islam promuove la pace, l’amore e l’armonia fra la gente. La parola “Islam”, inoltre, è derivata dalla parola araba Salam (pace). I musulmani salutano dicendo “As-salâmu ‘alaykum”, che significa “La pace sia con te”. E la risposta è: “Wa ‘alaykum ‘s-salâmu”, che ha lo stesso significato.

Lo scopo di un buon musulmano non è di convertire, ma di lavorare per la pace così come ci richiede la nostra religione e soprattutto la nostra coscienza. La conversione è a Dio, non importa attraverso quale mezzo, e Dio non ha chiesto di aderire tutti ad un’unica religione.

Oggi, in relazione alle tante guerre in tutto il mondo, il nostro sforzo per la pace deve ancora moltiplicarsi.

Perché la maggior parte delle persone, di qualsiasi cultura, paese, religione, desidera solo lavorare serenamente, crescere i figli pensando a un futuro migliore, vivere pacificamente.

Io collaboro dal 2016 con un’Organizzazione Internazionale Coreana per la Pace (HWPL), soprattutto per quello che riguarda la conoscenza e la comprensione tra le varie religioni del mondo.

A questo link troverete un mio video sulla necessità della pace:

LA NECESSITA' DELLA PACE di Zahoor Ahmad Zargar (video) (senzafine.info)

Concludo con una mia breve poesia pubblicata sul volume “L’albero dei millefiori”.


G U E R R A


C o r p i   s p a r p a g l i a t i,

d e c o m p o s t i,

l a c r i m e,

u r l a    d i  b a m b i n i   i n n o c e n t i,

d o n n e   m o l e s t a t e,

c a s e   d i s t r u t t e,

d i a v o l i    d e l l’I n f e r n o!

E q u a n d o    i n f i n e    s i  c e l e b r a    l a  v i t t o r i a

è s o l o  

i l  f u n e r a l e  d e l l’u m a n i t à.

T u t t o  q u e s t o  m i  t r a s m e t t e  l a  t i v ù

g i o r n o  p e r  g i o r n o

e   m i  m o r d e    i l  c u o r e

l a  s e t e    d i  v e n d e t t a    c o n t r o  t u t t i

q u e i  f a b b r i c a n t i   d’ a r m i

e  v e n d i t o r i  d i  f a t a l i    i d e o l o g i e

c o s i d d e t t i   s i g n o r i  r i c c h i  e  p o t e n t i

c h e  c o m e    l’ I d r a

m o l t i p l i c a n o    t e s t e    d i e t r o    t e s t e.

V i t t i m e  d e l l’ O l o c a u s t o,

B o s n i a ,  R u a n d a ,  I r a q,

A f g h a n i s t a n,   P a l e s t i n a,  

U c r a i n a,

p o p o l i   d e l l a   t e r r a

a s p e t t a n o  l a  g i u s t i z i a    g l o b a l e:

u n  m o n d o   m i g l i o r e

c h e  n o n  g u a r d i

a l  c o l o r e  d e l l a   p e l l e

o  a l l e  d i f f e r e n z e  d i  r a z z a  e  r e l i g i o n e.

A l l o r a  f i n a l m e n t e  a n c h e    l e    t e s t e

d e l l’ I d r a  n o n  r i c r e s c e r a n n o  p i ù.


Zahoor Ahmad Zargar

Presidente Comunità Islamica di Savona

Membro dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) in qualità di saggio

 Testo ripreso da SENZAFINE, blog di RENATA RUSCA ZARGAR 


https://www.senzafine.info/2022/06/quaerere-pacem-mostra-di-claudio.html


sabato, giugno 4

SOTTO IN NOSTRI OCCHI: COMPLICI, DISTRATTI O LIBERI di P., MAURO ARMANINO



      Sotto i nostri occhi: complici, distratti o liberi

C’è gente che fugge l’impero della violenza e sopravvive di aiuti umanitari che non arrivano o di promesse di solidarietà non mantenute. Sotto i nostri occhi, in Algeria e in Libia si deportano migliaia di persone ogni mese col pretesto che si tratta di migranti e rifugiati ‘irregolari o clandestini’. Vengono abbandonati nel deserto in prossimità della frontiera nigerina che raggiungeranno dopo aver camminato la notte cantando per farsi compagnia. Sotto i nostri occhi, con le stesse modalità e per le stesse ragioni, si violentano le donne e ragazze che osano avventurarsi nei Paesi citati per lavorare e credere in un altro mondo possibile per loro. Sotto i nostri occhi si comprano armi, droni, aerei da combattimento e nel frattempo una buona parte delle scuole statali della capitale sono fatte di foglie intrecciate e di fango. In città si trovano palazzi, hotel di lusso, cavalcavia, aeroporti, semafori spenti, cammelli, mandrie di buoi che attraversano la strada e asini che dettano il ritmo della circolazione nelle ore di punta. Sotto i nostri occhi si costruiscono basi militari straniere, piste di atterraggio e capannoni per i nuovi e citati droni di fabbricazione turca recentemente arrivati alla capitale. Non diminuiscono i mendicanti, le rapine, gli scippi e le menzogne dei politici.
Sotto i nostri occhi complici, distratti o assimilati accade quanto descritto e molto altro. Ad esempio, la costante fabbricazione della povertà che, funzionale all’apparato umanitario, diventa parte integrante del paesaggio quotidiano, in città e soprattutto in campagna. Miriadi di Organizzazioni Non Governative, Agenzie delle Nazioni Unite che, nella vasta e fantasiosa composizione che le contraddistingue, assicurano lavoro e prosperità soprattutto e principalmente ai propri impiegati. Sotto i nostri occhi crescono gli uffici ben difesi delle citate agenzie, le fortezze nelle quali abitano i dirigenti di enti, banche e multinazionali della solidarietà. Ci sono zone, nella capitale, dove le sedi di associazioni, Ong nazionali o internazionali, offrono un panorama particolarmente denso di pannelli, scritte e indicazioni improbabili sul tipo di servizio offerto.  Sotto i nostri occhi si punta allo sviluppo, alla crescita sostenibile, al consolidamento di una pace che non c’è e ai progetti di coesione sociale per evitare di parlare della giustizia sociale. Non si dovrebbero altresì dimenticare le nuove creazioni regionali o continentali. Sotto i nostri occhi, il decantato e promesso Grande Muro Verde del Sahel, potrebbe drenare somme importanti di denaro che, con buona probabilità, finiranno nel ‘Grande Muro di Sabbia’ della corruzione o della ‘privatizzazione’. 
Sotto i nostri occhi liberi si celano i germogli di un mondo nuovo che si nasconde dietro le lacrime di una donna che partorisce e di un bimbo che diventa uomo. Sotto i nostri occhi liberi si svela un mondo fragile e pieno di fessure dalle quali passa, talvolta, un filo di luce e un soffio di vento.



    Mauro Armanino, Niamey, Pentecoste 2022
                                                                                   

venerdì, giugno 3

LA VIA DELLA LUCE di RENATA RUSCA ZARGAR


LA VIA DELLA LUCE

Capitolo I

Nella fresca penombra del monastero di Hemis, i monaci, accovacciati a terra, avviluppati d’estate e d’inverno nel loro saio porpora, suonano le lunghe trombe a fiato ed i damaru, piccoli tamburelli colorati. Di fronte a loro, altri monaci inspirano profondamente riempiendo, a tempo, l’addome, il torace e la gola di aria e quindi emettono, esalando, un lungo: “Aaaaaaaa...Uuuuuuuu...Mmmmmmmm”. L’incenso purifica l’ambiente e le persone, mentre le divinità dipinte su stoffa appesa alle pareti, le raffinate tangka, sembrano sorridere.  L’atmosfera, che rimbomba di suoni, colma il cervello e l’anima e anche Ahmad china la testa come gli altri fedeli assorti in preghiera. Al suo fianco, i giovani studenti del monastero, copie quasi perfette dei monaci adulti, girano, a una a una, le lunghe pagine di carta di riso sulle quali sono stampate le preghiere e recitano compunti le parole di Padma Sambava:

“Nel tempo dell’ingiustizia, nell’ultimo periodo del Kaliyuga

Ogni mattina, ogni sera per la salvezza del Tibet verrò.

Verrò cavalcando la corona fatta coi raggi del sole nascente,

Ma il settimo giorno verrò sotto forma di luna crescente.”

Alla fine della funzione la gente esce lentamente dal monastero e si sparpaglia a destra e sinistra, sulle vie sterrate e aride, tra case bianche e negozi. Il giovane forestiero non può fare altro che chiedere ai passanti dove poter trovare un alloggio a basso prezzo. Nella sua tasca non vi sono che poche rupie, rimanenza della somma donatagli da alcuni benefattori per pagare il funerale del suo amico Vyas.

Ahmad era il terzo di cinque fratelli e, fin dall’adolescenza, aveva intrapreso un florido commercio: ogni mattina portava con il suo carrettino la frutta fresca alla stazione e, durante la giornata, la vendeva ai viaggiatori che, sui lunghi treni fumanti transitavano di là. Lucknow era, infatti, una grande città e un nodo di passaggio tra molte direzioni per cui parecchie vetture, trainate dalle nere locomotive a carbone, entravano nella stazione e si fermavano abbastanza a lungo da permettere ai viaggiatori di scendere a rifocillarsi e a fare provviste. Da oltre cento anni, la ferrovia univa anche i più sperduti villaggi indiani, il mostro “mangia fuoco”, che dapprima spaventava la gente che non aveva mai visto nulla di simile, si era moltiplicato tanto da produrre più di 2000 convogli al giorno che si spostavano sulle rotaie un po’ dappertutto. Molte delle locomotive a vapore erano state quindi sostituite da treni ad alta velocità, mentre il miliardo e trecento milioni di indiani, quasi piccole formichine dentro e fuori il formicaio, affollava i vagoni e le stazioni del Paese. Ecco perché gli affari di Ahmad andavano molto bene e più volte, durante il giorno, egli tornava nel magazzino a ricaricare la frutta che via via aveva esaurito.

Ahmad non si era ancora sposato perché, insieme ai suoi fratelli, aveva pensato prima a sistemare adeguatamente le tre sorelle, come si conviene in ogni rispettabile famiglia musulmana, assicurando loro dei mariti che fossero in grado di farle vivere abbastanza agiatamente. Questo aveva richiesto anni di sacrifici per accumulare la dote e per comprare i costosi regali in oro che dovevano essere offerti alla famiglia dei futuri mariti, durante le molte occasioni festive.  Poi, i fratelli più grandi avevano portato a casa la loro sposa e ormai, senza dubbio, toccava a lui.


D’altra parte, Ahmad aveva già ventotto anni e i dettami del Corano, prescrivendo che tutti debbano prendere moglie e nessuno rimanga solo, lo facevano sentire ormai a disagio. Quando il venerdì, durante la preghiera, si affiancava, spalla contro spalla, ai suoi conoscenti alla moschea, coglieva sguardi curiosi e frammenti di discorsi:

- Allora, Nazir, finalmente ti è nato un figlio.

 - Sì, - continuava un altro - Allah ha benedetto la sua casa ed era tempo!

 - Certo, - rispondeva il Nazir interpellato - ormai ho venticinque anni ed è giusto che anch’io inizi una numerosa famiglia...

- Bismelah rahmani rahim- le parole della preghiera interrompevano la conversazione dei fedeli ma non i pensieri di Ahmad, anche se sapeva che sua madre si stava interessando, attraverso un intermediario, per esaminare eventuali ragazze che potessero essere adatte per lui.  Qualche volta, la sera, l’uomo veniva a casa con fotografie di giovani fanciulle delle quali vantava la dote e le qualità. In quei momenti, Ahmad abbandonava la stanza perché non toccava a lui scegliere la sua sposa. Rimanevano, invece, i suoi fratelli più anziani e la più vecchia delle sue cognate, Shugufta. Durante il giorno successivo, poi, Shugufta riferiva tutto quanto alle altre cognate mentre, insieme, preparavano il riso e le verdure per il pranzo.

- Sapete, - spiegava - la famiglia di Taslima sarebbe favorevole a dargliela in sposa. Porterebbe in dote un grande magazzino dove Ahmad potrebbe accumulare la merce e ingrandire il suo commercio. A me, però, -aggiungeva sussurrando - non piace. Preferisco Shamima anche se porterebbe meno denaro. Quando la incontro alla moschea, i suoi occhi e il suo sorriso mi incantano e credo che anche lei sarebbe contenta di venire a vivere qui...-

Le chiacchiere erano interrotte, ogni volta, dall’ingresso della madre che non amava i pettegolezzi e non aveva ancora informato il figlio delle varie offerte, desiderosa com’era di trovare per lui il partito migliore.

Quindi, il giovane si sentiva tranquillo: - Avrò presto moglie, - pensava - dei figli miei, tornerò a casa la sera e tutti insieme mi accoglieranno. La mia sposa non dovrà mai soffrire la fame come ha patito mia madre quando noi eravamo piccoli! Né dovrà essere maltrattata in casa: decideremo insieme ogni cosa e non la lascerò mai sola. -

Qualche volta, però, dubitava che fosse soltanto quello il vero scopo della vita: lavorare, tornare a casa, mangiare, dormire...

giovedì, giugno 2

UN'ISOLA DA AMARE di FOLCO GIUSTI


UN'ISOLA DA AMARE 

di FOLCO GIUSTI

Impressioni di lettura di Danila Oppio

Quando lessi, su suggerimento della amica Alessandra Giusti, cugina dell’autore, L’ISOLA DELL’ULTIMO RITORNO, compresi che Folco era ed è legatissimo a Capraia.

L’autore stesso mi informò dell'esistenza d'un suo libro precedente, di cui al titolo, che tratta ampiamente dei personaggi umani e della natura di quel luogo.

Ordinai subito anche quest’altro testo, che mi appassionò per la scrittura, non solo nei racconti di vita dei protagonisti del luogo che animavano, ma soprattutto per le descrizioni scientifiche della natura narrata, alla fine di ogni capitolo.

Mi hanno piacevolmente impressionato anche le espressioni in lingua locale, diverse dal toscano e molto più simili al sardo. Almeno a mio avviso. 

Molto belle anche le poesie dedicate alle quattro stagioni. 

Amante come sono non solo della prosa, ma anche della poesia, alla fine di questo mio, forse scarno, testo interpretativo, dove non sono andata a sfiorare tanto gli aspetti contenutivi ed estetici, perché molto realistici, nonché espressi in modo chiaro, riporterò le quattro poesie dedicate alle stagioni. 

Le illustrazioni nel suo interno sono della sorella Cinzia Giusti, che ha disegnato le vedute di Capraia, e di Rossella Faleni le tavole zoologiche.

I vari capitoli sono ben distinti:

Il pescatore di foche (ovvero u bue marinu - la foca monaca) 

L’omu arillògghiou (l’uomo orologio) (la calandrina – ovvero la tarantola)

Il comandante (I becchi lunghi, ovvero le beccacce)

Il pirata (la verdarola ovvero la ventresca)

L’arciprete (Li falchi, ovvero il pellegrino)

L’ermagghìola (Li topi, ovvero il topolino domestico)

Beppe il contadino (i cornuti, ovvero i mufloni)

La guerra delle cacche (la serpa, ovvero il biacco)

Il detenuto (le chiocciole) 

Il ponzese (Gli aselli du malaguriu, ovvero i corvi imperiali)

Ora, ha senso questo elenco dei capitoli, poiché ad ogni personaggio narrato, è legato un abitante stanziale, non umano, di Capraia. 

Aggiungo che l’autore è stato professore ordinario di Zoologia nella facoltà di Scienze dell’Università di Siena, e specializzato nello studio dei molluschi terricoli, e che da sempre si interessa della conservazione e della gestione della natura e di bioetica animale. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, e quant’altro. Ha ricoperto incarichi di prestigio in società nazionali e internazionali ed è cittadino onorario di Kansas City (Missouri, USA).

Lascio ai lettori la ricerca di maggiori informazioni sull’autore, poiché, nella mia traccia di lettura, tengo a dare risalto a questo suo testo, semplice nei racconti, e dettagliato nella parte scientifica, che mi è stata utile per apprendere informazioni a me sconosciute. 

Le storie umane, di cui ai capitoli, sono gustose, a volte divertenti, come la guerra delle cacche, e talvolta tristi, per la scomparsa di alcune persone che hanno avuto un ruolo significativo nella vita di Capraia e dell’autore stresso.

Posso comprendere il legame appassionato di Giusti con la sua isola! I luoghi dove si sono vissute esperienze giovanili, amicizie forti. Luoghi calpestati da molti passi, anche se l’esistenza lo ha portato in altri lidi, il ritorno all’amata isola diventa necessario come l’aria che si respira. Si tratta di un legame indissolubile, un vero legame d’amore. Viva Capraia! E grazie all’autore che ha condiviso con me e con tutti i suoi lettori questi suoi splendidi ricordi.


CAPRAIA: LE QUATTRO STAGIONI: 


PRIMAVERA


Fiorire di fiori:

sul greto dei vadi

nelle garighe inverdite

nell’intreccio dei pruni

nelle macchie strinate

sulle antiche mura crettate

pervinche, giaggioli,

la rosa canina

e poi malve, giunchiglie,

asfodeli…

Mai tornare è più bello

Mai,

guardare, odorare

ascoltare…

il vento che corre

-docile ora -

Tra l’erba che cede

e s’inchina

che s’alza

e ancora s’inchina

e il colore riprende

e l’instabile apparenza

del propagarsi d’onde

in metacronica sequenza.

Il vociare festoso

dii rondini a frotte

a tessere intente

nel cielo pulito

effimere trame

su un effimero ordito

e il trillo di lodole

il gorgheggio del merlo

e il grido potente

del gabbiano argentato. 

Un canto lontano di donna

un inno alla vita

al Cristo risorto

al sole rinato

al mare lucente

finalmente acquietato

e…

come un lampo

primavera

esplode dentro 

dal limbo libera

i sogni e la speranza

e l’incedere perverso

frena al tempo

e alla sua danza.


ESTATE


Rosso

di sangue intriso

l’occidente avvampa

e docili colli tramuta

in pazzi vulcani ardenti.

Staglia bianca e s’affigge

sulla parete d’argento

che la terra borda

e l’orizzonte

irreale una vela stanca.

Tra svelto brivido d’ali

E rochi richiami dai fossi

stupefatto silenzio dilaga.

Lento pennello d’ombre

dai fondi le valli scandisce

fantasmi giganti proietta.

Sale la nebbia

e in collane di perle s’impiglia

alle tele dei ragni

alle secche ramaglie

suda la terra e geme

la febbre del giorno si squaglia.

Di sale il respiro s’impregna

distilla d’erba e d’arbusti

e sopra l’infinito s’affretta

in una falce di luna

in albori cangianti

i misteri di stelle pulsanti.


AUTUNNO


Il sole basso

Intiepidisce appena

Un fiore che avanza

Il geco ormai grasso. 

Agli uccelli di passo

Privo di foglie

Il fico propone

Un frutto rimasto.

Sazia di pioggia

la terra si spreme

trasuda umori muscosi

di resina intinti

di menta poleggio

di spezie selvagge.

Sfida all’inverno

corallo di bacche

trapunge ridente

Il verde che torna

ricorda il calore

il colore dei giorni

che il moto del cielo

impietoso ritaglia.

L’aria s’appanna

e densa trattiene

voci eccitate

guaire di cani

aizzi furiosi

l’insulto di un’arma.

Vento di terra

taglia la faccia

di refoli in gara

il mare scarmiglia

tra gli aghi dei pini

strappa al silenzio

speranze mentite

di povera gente

storie di vita

perduta per niente. 


INVERNO 


Limpida notte

di spine di stelle

gli occhi ferisci

con schegge di fuoco

traccianti

ai sogni

alle eterne promesse

segni la via.

Luna antica crescente

antiche scogliere

appena rileva 

un cenno di rughe

sull’acqua

una berta

in volo radente

che un richiamo stridente

al nulla rilancia.

Viva ti sento

rocciosa Capraia

rispondere al vento

sconnesse parole

di foglie crocchianti

e il fischio

di canne mozzate

e di fili vibranti

che irrequieto

muta frequenza

ora lieve, ora intensa.

Odorosa ti sento

di terra

di macchia bagnata 

di elicriso pungente

che un’ebbrezza esaltante

come droga trasmette

e di mare

e d’alghe iodate

e di scaglie di pesce seccate.

Animata ti sento

da mille presenze

a rodere intente

un misero pasto

a cercarsi furtive

a parare un agguato

a salvarsi dal fato

che la fine decreta

al finire dell’anno. 

Pronta ti sento

Amata Capraia

A darmi il tuo abbraccio

ad offrirmi materna

tu sola un riparo

dove il freddo è calore

il silenzio rumore

e il sogno s'avvera

di scordare il tormento

della vita che passa

del mondo che muore. 

Folco Giusti

a mio avviso anche un valente poeta!

Per chi fosse interessato, e spero di avere attirato l’interesse e fatto nascere il desiderio di affondare lo sguardo nella lettura di questo testo, che vale la pena conservare nella propria libreria, così come ho avuto il piacere di riporlo, dopo averlo letto, in quella personale accanto al precedente dell’autore. 

Si può acquistare qui: 

https://www.amazon.it/Capraia-Storie-uomini-animali-Giusti/dp/8875767300

A donare maggior pregio a questo libro, la presentazione dell’etologo e amico degli animali DANILO MAINARDI, purtroppo scomparso nel 2017. 

Danilo Mainardi è stato un etologo, ecologo, divulgatore scientifico, accademico e ambientalista italiano. È stato spesso inserito fra i più noti e stimati, nonché fra i primi etologi italiani.

Non fatevi ingannare dalla data del 2021, poiché si tratta della ristampa del precedente testo. “Un’isola da amare” ha ottenuto il Premio Letterario “Castiglioncello-Costa degli Etruschi 2004,” quindi il libro ha avuto i natali molti anni prima di quest’ultima edizione.  


lunedì, maggio 30

VERSO L'ABOLIZIONE DELLA MATERNITA' SURROGATA di RENATA RUSCA ZARGAR


Verso l’abolizione della maternità surrogata

ICASM, Coalizione Internazionale per l’Abolizione della Maternità Surrogata, ha pubblicato recentemente un libro dal titolo “Verso l'abolizione della maternità surrogata", a cura di Marie-Josèphe Devillers e Ana-Luana Stoicea-Deram, attiviste francesi coordinatrici Icasm. Il testo raccoglie le testimonianze e argomentazioni di molte esperte provenienti da vari paesi e ha avuto la sua presentazione virtuale (qui le notizie Iniziativa ICASM: il libro pubblicato da Spinifex "Verso l'abolizione della maternità surrogata" - Coalizione per l'abolizione della maternità surrogata (abolition-ms.org). Essendo, infatti, le collaboratrici che si battono contro quello che chiamiamo "utero in affitto", situate in località molto lontane tra di loro, non ci poteva essere nessun’altra soluzione.

Si sono, dunque, susseguiti vari interventi, tra cui quelli di Gena Corea (USA), che da sempre ha protestato contro la violenza sulle donne specialmente in questo campo; di Yoshie Yanagihara (Giappone) che ha esaminato il punto di vista giapponese, di Phyllis Chesle (USA) estremamente dura su tale pratica di compravendita di esseri umani e di Silvia Guerini (Italia) che ha spiegato la procreazione nell'era delle biotecnologie, quando un ovulo può essere prelevato da una donna e impiantato su un’altra e tutto corrisponde a un mercato di miliardi e al desiderio di ottimizzare il prodotto, cioè avere il figlio su misura!

Eppure, come ribadisce Laura Isabel Gomez García (Spagna), il legame madre-figlio  non si può comprare e neppure esiste, secondo Eva Maria Bachinger (Australia) il diritto a un figlio. 

Dobbiamo, insiste Catherine Lynch (Australia), mettere i bambini al primo posto, mentre Renate Klein (Australia) ha esaminato le strategie per fermare la maternità surrogata internazionale. 

Infatti, questo tipo di maternità è non solo un delitto internazionale che parifica la donna a un animale da riproduzione, ma non ha neppure rispetto per il bambino. Che traumi avrà un bambino quando scoprirà che la madre biologica l'ha fabbricato per conto terzi a pagamento?

Eppure, molti paesi, in cambio di preziosa valuta straniera, permettono ancora alle loro donne di prestarsi a un commercio tanto inumano!

Ce ne siamo resi conto tutti, in questo periodo, assistendo alla facilità con cui le povere donne ucraine, per denaro, si offrano a tale mostruosità. Con la guerra, i bambini già nati e ancora da nascere hanno avuto difficoltà a essere consegnati al “committente acquirente” peggiorando persino lo stato di povertà di queste “fattrici”. Una tragedia nella tragedia. 

Dalla Sinossi del libro, Verso l'abolizione della maternità surrogata — Spinifex Press, le importanti parole di Gena Corea: “La maternità surrogata non è libertà. È un crimine. Le donne non si accontenteranno della libertà spazzatura. Vogliamo la vera libertà: la sostanza, non solo l'apparenza. Vogliamo un vero nutrimento per il nostro spirito. Vogliamo la dignità umana. Lo vogliamo per tutti noi. Lo vogliamo per le donne in Thailandia, Bangladesh e Messico, così come per le donne che non sono ancora nate.”

Il libro fa parte della collezione  "STOP SURROGACY NOW” : The Stop Surrogacy Now Collection (5 libri) — Spinifex Press 

Per collaborare o conoscere meglio CIAMS si può visitare il sito Home - Coalizione Internazionale per l'Abolizione della Maternità Surrogata (abolition-ms.org) o scrivere a equipe.ciams@gmail.com

Renata Rusca Zargar