POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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domenica, giugno 29

Storia di calzini e mazzancolle


Oggi, “era” un sabato qualunque e senza nessun particolare motivo che non fosse l’ora singolarmente appropriata, mi sono recato con La Signora Madre in un ristorante del paesino che, ignaro, mi ospita tra i suoi cittadini che, praticamente conosco appena. Un antico vizio, quello di essere tangenziale evitando di integrarmi che tanto prima o poi spicco di nuovo il volo verso altri lidi che ancor meno mi apparteranno. Menù di pesce, ben sapendo che sarebbe stato splendidamente cucinato, che se i soldi li devi spendere che siano almeno spesi bene sosteneva mio nonno che infatti se li era mangiati tutti, lui che era vissuto in Via della Conciliazione accanto al Papa e che finì in affitto su quelle che un tempo erano state le sue terre a Velletri.
Ero agli scampi e mazzancolle, semplici, nude e quasi sensuali in quel loro  rosso mostrarsi. Non a caso il rosso è simbolo della passione. Alla piastra,insomma solo con un filo appena  d’olio extra vergine d’oliva.L’olio e la lana, come ben sapete, devono essere assolutamente illibati…ricordate, vero il marchio pura lana vergine? Comunque, scusate se ogni tanto divago,  perfettamente cotti i due crostacei e talmente freschi che poco prima ancora parlavano con le alici fritte dell’antipasto condite con cipolle di Tropea in agrodolce. A casa sono solito mangiare per nutrirmi, senza molta attenzione, sempre che non sono colto da qualche raptus culinario, un tempo anche io avevo un locale, poi uno dei soci dovette espatriare in Francia, paese che non riconosceva certi nostri processi quanto meno estemporanei di quei tempi un po’ bui e finì anche l’attività.  Quando mangio fuori, si tratta invece di un rito con una sua sacralità, un rito che non va in alcun modo infranto o turbato. Il tavolo mi appartiene e anche un certo spazio vitale attorno che soltanto il cameriere o come nella fattispecie, la cameriera,una sorprendentemente gentile signora, sono autorizzati a varcare.
Non ditemi che sono bizzarro, lo so benissimo e la cosa peggiore è che non ho nemmeno intenzione di cambiare che preferisco guardare il mondo che attorno a me cambia. Che cambi in meglio poi, è cosa del tutto opinabile.  Il pesce, al contrario della carne è un’attività ludica che ha molto a che vedere con il piacere. Mio nonno (sempre lui) sosteneva che sia il pollo che il pesce si possono mangiare con le mani ma io non ho mai trovato menzione di questa torbida concessione sul manuale di buone maniere di Monsignor della Casa, motivo per il quale, forse, detesto sporcarmi le mani mentre sto mangiando. Ero intento per tanto nell’operazione quasi chirurgica di separare la polpa soda e gustosa del gambero dalla sua carapacea corazza con forchetta e coltello di modo da non perderne la benché minima particella, quando accade un fatto assolutamente increscioso, non in se stesso ma per il religioso momento del mio raccoglimento. Un estraneo aveva varcato quella soglia virtuale che avevo tracciato attorno al mio tavolo quando mi ero seduto e cosa ancora peggiore mi offriva calzini di vari colori e improbabili colori. Non avevo bisogno di calzini, indumento che oltretutto aborro fortemente e che utilizzo in inverno per stretta necessità, non avevo spicci, che, anche se li avessi avuti, non avrei mai infilato le mani in tasca dei pantaloni mentre stavo mangiando del pesce.
Veniva quell’uomo dalla Terra Madre, quella che ci ha partorito tutti, l’Africa. Piccolo, secco, strano e sbilenco quell’uomo, con un buffo cappellino multicolore in testa. Sembrava uscito da uno di quei film che mischiano realtà e cartoni animati, come Jogger Rabbit o Mary Poppins e non posso negare che la sua insistenza fosse fastidiosa, soprattutto in un periodo della mia esistenza in cui la mia pazienza è ridotta al minimo, se mai in altri periodi io l’abbia mai avuta. O forse era solo il fatto che mi offrisse dei calzini proprio nell’unico periodo dell’anno in cui se ne può tranquillamente fare a meno. Lui ha continuato ad insistere. Devo dire che oltretutto non amo in modo particolare fare dell’elemosina che mi è sempre apparsa come un lavarsi la coscienza e, per un certo verso, anche un’offesa nei confronti di chi la riceve. Ma quei calzini lo avrei mai comprati, no questo mai.
Poi accade qualcosa, una di quelle cose che possono cambiare una banale giornata in qualcosa che vale la pena di raccontare e di ricordare nel tempo con quel singolare affetto che ammanta certi ricordi. Chissà quante volte aveva pronunciato quella frase per suscitare il senso di colpa delle persone più fortunate di lui, tanto che la disse senza una particolare enfasi come una di quelle cose che vanno dette essendo quello il suo ruolo, in quel momento e in quel posto. Ho fame. Ora se stai mangiando dei gamberoni e degli scampi alla piastra, viene da se che non puoi rimanere indifferente davanti a una persona che ti porge degli improbabili calzini multi colorati e incellofanati dicendo di avere fame. Che sia vero o meno, avere fame non è una cosa simpatica e nonostante la sua mercanzia fosse assolutamente disdicevole io non sono quel mostro che a volte certe male lingue dipingono. Tranquillo gli ho detto (che nella vita reale dovrebbe corrispondere a quel stai sereno che spesso si legge in rete) ti faccio fare un bel panino.
Lui non ci ha pensato nemmeno un solo istante a rispondermi. No panino. Ecco mi sono detto, ora l’ho offeso per qualche motivo a me sconosciuto sebbene non riuscissi a ricordare nemmeno una religione che vietassi il consumo di panini farciti ma era possibile che perfino io fossi all’oscuro di qualche particolare ortodossia. Ancora non me rendevo conto ma io e quel buffo omino stavamo diventando personaggi di una folle commedia dell’assurdo e del fantastico, molto simile a quei film simbolici e grotteschi che Bunuel, compianto regista messicano amava realizzare e che negli anni 70 riempivano i cineclub. No, panino no. Non lo vuoi un panino? No, panino no. Che fosse celiaco? Una vera disgrazia nella sua condizione. No, non lo era affatto.
Pasta. Pasta? Pasta. Perdinci bacco ho esclamato dentro me stesso, di certo non aveva attraversato il mare per giungere fino sulle nostre coste per consumare un volgare panino che avrebbe potuto mangiare in qualsiasi parte del nostro paese. L’Italia, lo sanno tutti che è il paese della pasta (pizza e mandolino ormai appartengono a un’altra epoca). Mica aveva tutti i torti e forse, forse perfino io nella sua stessa situazione avrei fatto lo stesso che non capita tutti i giorni di entrare in un ristorante per vendere degli improbabili calzini multi colorati e mangiare. Vuoi un piatto di pasta allora? Si pasta. La pasta era il suo mantra e mi sorpresi a chiedermi se io fossi stato nel suo paese nella sua situazione cosa avrei chiesto di mangiare. Mio nonno, sempre quello, tra le altre innumerevoli cose diceva che uno sa come nasce ma non sa come muore, motivo per il quale non è detto che un giorno io non mi possa trovare nelle stesse condizioni di quell’uomo anche se, e questo è certo, non mi ridurrò mai a vendere quei calzini. Piuttosto accendini o qualche altra mercanzia. Mio nonno, ve lo assicuro, sapeva bene di cosa parlava quando dice va quella frase come un saggio cinese, lui che era vissuto a Via della Conciliazione accanto ai Papi e aveva concluso la sua esistenza a Vetralla in affitto da quella ch’era stata la sua domestica, passando un periodo a Velletri, sempre in affitto, su quelle che un tempo erano state le sue terre.
Pasta. Va bene, fatti fare un piatto di pasta, gli ho detto, te lo offro io. Ora quella, lo avrete ormai capito, non era più una giornata qualunque. L’omino strano e sbilenco, a queste mie parole si è dileguato e io ho potuto continuare la mia attività chirurgica su una mazzancolla ormai fredda e svuotata di ogni possibile significato ma non era ancora finita. La cosa decisamente meravigliosa di questo locale dove ogni tanto mi reco, sono le persone che lo compongono. Il cuoco che come vi ho già detto, il pesce lo cucina magnificamente, il gentilissimo proprietario e la signora che serve ai tavoli che, credo, io non sono uno che è solito farsi gli affari altrui, abbia a che vedere con il proprietario. Quest’ultima, abbastanza logicamente è venuta a chiedermi se il signore, cioè io, avevo per caso offerto un piatto di pasta al signore, cioè l’uomino. L’ho guardata come se per un istante fossi tornato in quel mio mondo che più non esiste dove le persone erano persone e le cose… cose. Vi sembrerà un dettaglio, magari un dettaglio insignificante ma non lo è affatto è uno di quei particolari che danno un senso diverso all’esistenza. Le ho detto che era proprio cosi e di chiedergli come la voleva non sapendo a quale religione appartenesse, se potesse mangiare questo o quello.

Al tavolo vicino una giovanissima coppia con il nonno di lui o di lei. Ho sentito il giovane che spiegava come queste persone venissero da chissà dove con mezzi di fortuna, il suo stucchevole buonismo che non era però stato minimante scalfito da quell’omino buffo e i suoi calzini. Le difendeva quelle persone spiegando le cose come stavano all’anziano signore ma solo a parole che è più semplice e meno impegnativo. Ormai il gambero era andato. Guarda che non doveva avere proprio tanta fame. Gli ho offerto un panino e non l’ha voluto, ha voluto un piatto di pasta. Il ragazzo mi ha guardato, la ragazza ha sorriso e l’anziano mi è parso che mi ringraziasse con lo sguardo.
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A questo punto però ero curioso di sapere che pasta aveva ordinato. Spaghetti con le vongole, l’ha voluta con il pesce mi ha detto la signora, abbiamo fatto male? Assolutamente no gli risposto e anche in questo caso non aveva tutti i torti l’uomo dei calzini colorati, il pesce è veramente la specialità di questo ristorante, non avrebbe potuto chiedere di meglio. Ha chiesto se potevamo sbrigarci perché doveva prendere l’autobus. Poteva anche finire cosi ma questo sabato aveva ormai tutte le caratteristiche di una di quelle giornate da incorniciare. Abbiamo chiesto il conto io e La Signora Madre che in questa storia surreale compare un po’ tangenzialmente. Nella ricevuta fiscale e non ne dubitavo affatto, c’erano gli spaghetti con le vongole. L’inaspettata sorpresa, il prezzo totale scontato che quel piatto alla fine mi è costato solo qualche euro, poca cosa per una storia da raccontare ai nipoti senza dover nemmeno inventare nulla.
 Buona vita a tutti voi

Massimo Mariani Parmeggiani

8 commenti:

  1. Alla fine poteva invitarlo al suo tavolo a mangiare con lei in compagnia di sua madre. A patto, naturalmente, che prima depositasse i calzini altrove. Sono sicura che l'uomino a questo punto avrebbe volentieri preso un altro autobus...
    Angela Fabbri

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  2. Penso che sarebbe stato un bel gesto, ma non si può chiedere troppo, magari l'omino non olezzava di buono, e a tavola, un odore sgradevole avrebbe reso sgradevoli anche le mazzancolle!

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  3. E perchè fare illazioni sull'uomino? Noi non eravamo lì.
    Ma è certo che il profumo delle mazzancolle avrebbe coperto qualunque altro odore, così come il loro sapore, gustato seduto a tavola, avrebbe saziato sia la fame fisica che la fame di dignità.
    Angela Fabbri

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  4. La mia era una battuta ironica, non un'illazione sull'africano. Anch'io gli avrei fatto posto al mio tavolo, ma rispetto la scelta di Massimo.

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  5. Va bene. La tua era non un'illazione, ma una battuta ironica sull'africano.
    Angela Fabbri

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  6. Avrei anche potuto fare finta di nulla e girarmi dall'altra parte come hanno fatto gli altri commensali ma non siamo tutti eguali e in definitiva è questo il bello dell'esistenza...anomino.

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  7. Guarda Max, che Angela Fabbri non è affatto anonima, perché si è firmata, come ogni grande scrittrice di norma fa! Ma tutto sommato penso che se avessi invitato al tuo tavolo la persona cui hai offerto il cibo, magari si sarebbe trovato in imbarazzo.

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  8. Perdonami, non avevo visto,avevo letto solo anonimo e chiedo venia, ma non avrei potuto invitarlo al mio tavolo nel ristorante avrei creato dell'imbarazzo sia ai proprietari che agli altri che stavano mangiando in quel momento e non è mia abitudine farlo. Invece di comprare dei calzini che non mi servivano e che avrei buttato, gli ho offerto un pasto, tutto qui, non avevo nessuna intenzione di risolvere il problema della fame del mondo. Ho solo raccontato un fatto che mi è accaduto, con la solita, almeno credo, ironia con cui affronto la vita, niente di più. Mi ha fatto sorridere che delle tante cose che poteva scegliere da mangiare abbia optato per il pesce e l'ho raccontato tutto qui. Osservo la vita con un certo distacco, sia riguardi me, sia riguardi gli altri.

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