POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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mercoledì, maggio 21

il mio tetto del mondo





-Prima giornata-


Dei tempi del liceo è rimasta la voglia di conoscere, la capacità di stupirsi e di godere di cose semplici. A me l’esistenza dopo esser stata particolarmente accondiscendente piegandosi alle mie voglie e al mio volere m’era arrivata addosso come un treno in corsa.
Pur avendo fatto sport, non sono mai stato uno sportivo. Non ero competitivo, l’unica sfida che accettavo era quella con me stesso, con i miei limiti, gli altri, gli avversari erano nel mio disinteresse.

“Vieni ti porto a vedere le mie montagne”.  Tranne il Grifo, nessuno di noi era rimasto nei propri luoghi e a chi piace salire in montagna ha le sue. Sapevo di non poterlo fare ma era arrivato il momento di dire basta, di non permettere più all’esistenza di fare quello che lei voleva.

Quando decidi di fare qualcosa non puoi stare li a pensarci troppo. Erano almeno trent’anni che non prendevo un treno. Ho telefonato al Grifo “andiamo a trovare Sergio, prendi i biglietti”.

Le “sue montagne” sono al confine tra il veneto e l’Abruzzo, una sinuosa distesa di verde interrotta da sperdute malghe e cruda roccia che emerge a tratti come enigmatiche e silenziose sfingi. Le mie erano brulle, crude ma colme di bosco fin quasi sulla cima. Appena arrivati, l’odore. Un odore d’erba come dai noi sente solo quando viene tagliata, solo che li nessuno l’aveva tagliata. Si capisce subito che quello doveva essere il paradiso delle mucche e, di conseguenza del formaggio, una delle scoperte dell’uomo di fronte alla quale perfino la meccanica quantistica impallidisce.

Abbiamo mangiato. una cosa che non avrei mai fatto dovendo salire in montagna ma il posto era stupendo e in fin dei conti sapevo che comunque non ce l’avrei fatta. Ho perfino bevuto un dito di vino rosso, io che non bevo e detesto il vino rosso che trovo pesante e indigeribile. Mi è sembrato perfino buono e forse lo era davvero.

Eravamo a mille e duecento metri e rotti, dovevamo salire a quasi mille e cinque. Sembra poco ma non lo è affatto. In condizioni normali ci vuole quasi un’ora. Già dopo pochi minuti i dolori alle gambe che il sangue non vi arrivava come avrebbe dovuto. Ecco lo sapevo mi sono detto e avevo fatto solo poche centinaia di metri. Pressapoco dovevo fare ancora tre chilometri in salita e senza allenamento. “Come va?” Benissimo, ho risposto. Più su vedevo una malga. Devi sempre mettere dei traguardi nel tuo cammino, nella vita come in montagna. Sarei arrivato fino a lì e mi sarei seduto a riposare.

Poi arrivi, non sai nemmeno come ma conti i respiri che fai come se ognuno fosse l’ultimo e invece ce n’e’ un altro e un altro ancora. Non c’era nulla su cui sedersi e attorno tutto era verde e ordinato e ancora quell’odore d’erba. Le genziane e fiorellini gialli. “Dove?”

“Di la” disse Sergio indicando uno sperone di roccia che dal verde sembrava gettarsi oltre qualcosa. “Dobbiamo arrivare lassù”. Sembrava lontano ma l’esperienza mi diceva che non era cosi. Ora la salita era più ripida ma vedevo dove dovevo arrivare. Un altro traguardo e per quel giorno l’ultimo. Allora ci ho messo in mezzo un altro traguardo ancora. Arrivo fino a quei due tronchi. E’ già qualcosa e chissenefrega se non arrivo su. Loro vanno avanti e io mi fermo.

Sono sempre l’ultimo logicamente ma mi aspettano. So di essere una palla al piede. Come per la malga non c’e’ nulla su cui sedersi e di una cosa sono consapevole, non posso sedermi a terra. I muscoli delle gambe sono duri e non sarei riuscito a piegare cosi tanto le gambe. Le medicine che comunque devo prendere mi hanno fatto disidratare rapidamente. La pelle delle labbra si stacca. Manca poco. Manca poco, una sciocchezza e magari non è neppure vero. Guardo dietro. Cazzo mi dico stavo laggiù e nemmeno lo vedo tutto quel laggiù. Vado avanti. Vado avanti con uno scatto che è solo nella mia mente che in realtà mi muovo come un bradipo, ma non sento . più il dolore alle gambe. Vado avanti e quello sperone che sembrava gettarsi su qualcosa, in effetti, si getta su uno strapiombo che sanno mille metri dritti di sotto. Ci sono sopra, ci sono sopra, urlo nel silenzio di me stesso che ho sfidato il peggior nemico d’ogni uomo. Davanti a me un orizzonte da cartolina oltre la valle dove scorre il fiume e il treno come un minuscolo ma gigantesco plastico ferroviario
Davanti a me le cime ancora spruzzate di neve ma li devono essere 2000 metri. L’ho fatta. Lo so è poca cosa ma la gioia è immensa.

Più in la due pietre alla giusta altezza da terra. Mi siedo e mi godo il panorama che quel giorno esiste solo per me. In un taglio dell’orizzonte il lago di Garda in alto il cielo e i disegni delle nuvole tagliate dalla luce del sole che paiono scolpite. Non sono nemmeno a mille e cinquecento metri e mi pare il tetto del mondo. La felicità è poca cosa come può essere sconfiggere se stessi.

-Seconda giornata-

Quando vinci, siano pure pochi centesimi di vita, ti esalti e sembra possibile molto di più di quello che realmente è possibile. L’esistenza si deve prendere una rivincita, sopratutto nei confronti di coloro che non hanno mai voluto piegarsi ai suoi voleri.

Si sale per un verde canale di prati che s’apre nel bosco come fosse il fondo d’una Strada che è solo nella fantasia di chi sale. Gialli fiorellini e altri viola che il rosso dei papaveri se verrà sarà ancora tra qualche mese. E’ troppo presto, e l’odore, quell’incredibile odore d’erba fresca che sento al punto di pensare che in qualche vita passata io sia stato un qualche animale che pasteggiava a prati, o forse, forse era soltanto l’euforia del giorno precedente.
Dovevamo salire ad una Malga che poi altro non erano queste sperdute casette di pietra prive di fondamenta che i luoghi dove si custodiva quell’incanto alimentare ch’e’ il formaggio. Forse avremmo potuto a vistare dei caprioli, almeno cosi sosteneva Sergio. Quelli erano i suoi luoghi che con noi divideva e non avevo alcun motivo di dubitarne che, in ogni caso, in montagna il forse è una delle poche certezze che si possono realmente avere. La montagna da, da molto ma sa anche riprendersi tutto quando meno te lo aspetti. Come l’esistenza del resto e forse, forse proprio di questa è metafora. A prescindere da te deve insegnarti qualcosa che tu lo voglia o meno. La montagna può farti sentire un grande per poi guardarti fisso negli occhi e dirti che sei un niente.

Io non stavo facendo una gran cosa, rispetto al passato. Poco piu’ che una passeggiata in salita che un tempo al massimo mi sarebbe costato un leggero affanno che sarebbe passato non appena arrivati in cima.

Non avevo fatto nemmeno metà di quello che doveva essere il percorso che le gambe cominciano a diventare pesanti e dure. Vado avanti, poi si sbloccheranno. E’ sempre peggio. Mi appoggio a una compiacente roccia. Non ho nessuna intenzione di arrendermi. Non voglio nemmeno essere un peso per gli altri. Il Grifo mi presta una delle sue bacchette estensibili. Lo avevo pure preso in giro dicendogli che erano da gay. Facciamo qualche foto. Guardo verso il basso e mi rendo conto che non l’avrei fatta a tornare giù. In condizioni normali, anche quando capita di arrivare all’estremo non arrivi mai al punto di andare oltre quel limite per cui poi non potresti più tornare, sopratutto quando vai da solo ma questo non era quel caso. Non ero solo. Oggi poi ci sono i telefonini, anche se poi quando servono davvero, per qualche inspiegabile motivo non funzionano mai. Sempre meglio contare solo su stessi.

“Porca troia” non ce la faccio esclamai tra me e me, che in pubblico il mio linguaggio è pudico come quello di una monaca di clausura. Niente da fare, non ce la faccio e, per quanto possa sembrare ridicolo e forse lo è pure, in quei momenti vorresti morire per non dover sopportare l’onta della tua rinuncia.

Torniamo giù, io lentamente, quasi strusciando i piedi. Stringo i denti e mentalmente afferro quel pezzetto di cuore costringendolo a pompare come si deve. Sento che sto per perdere i sensi ma ho imparato che basta non lasciarsi andare a quella sensazione di oblio e mentre riscendo con le mie forze (si fa per dire), faccio cenno ai miei amici che ce la faccio anche se non e’ vero. Ora e’ un gioco continuo per cercare di non vedere a quella sensazione che credo debba essere molto vicina a quella che si deve provare quando si muore. Arrivo fino al momento poco prima di perdere i sensi e mi riafferro, tirandomi indietro. Arrivo di nuovo fino a quel punto e ricomincio in un’altalena senza fine. Lentamente ma inesorabilmente si avvicina il punto in cui abbiamo lasciato la macchina e, allora la vedo.

E’ incredibile ma gli ultimi metri sono quelli che non finiscono mai. Mi appoggio alla bacchetta estensibile che grida vendetta, io sono almeno il doppio del suo proprietario e sogno il momento di potermi sedere.

Come ti senti? Difficile rispondere a questa semplice domanda. Sto per dire portatemi in ospedale ma in ospedale non voglio tornarci più. Torniamo giù e si è fatta ora di pranzo, avevamo prenotato e a me di mandare in vacca la giornata a tutti, riesco perfino a scherzare. Poi, eccolo li, come a dire; vedi, non ti illudere di essere più forte di me, sono io che concedo e do, passa.  Credo di aver imprecato dentro di me, in quel parlare da solo che accade in certe occasioni, dove tutto sommato e’ meglio cosi che gli altri attorno se lo facessi ad alta voce mi prenderebbero per pazzo.

Ok, va bene devi avergli detto ma non credere di poter vincere con me che più della mia vita non puoi prendermi. Gli ho detto anche delle parolacce, quelle che nella vita normale non dico mai che alla fine, tutto sommato sono pur sempre un signore.

I miei amici mi hanno preso in giro quando ci siamo seduti a tavola, si erano resi conto che il peggio era veramente passato come se non ci fosse mai stato. Gnocchi della malga con ricotta secca e affumicata grattata sopra e scamorza ai ferri con funghi di bosco e un po’ di polenta grezza. Se uno deve morire che sia almeno a stomaco pieno e, in effetti, del secondo avrei fatto anche a meno.

Che vuoi fare? Mi chiese Sergio, andiamo ho risposto e non voleva dire andiamocene. Bene, se sei sicuro passiamo a trovare le zie. Devo dire che con una certa delusione ho pensato volesse passare a salutare delle zie della moglie che ci aveva accompagnato in quella bislacca avventura. Forse si erano spaventati.

Erano contorti, alti e uno vicino all’altro in una strana trinità che poi è l’essenza di tutte le religioni che nel modo contano. Da quella cattolica fino all’induismo ed erano le sue zie quei tre faggi. La salita per raggiungerli una passeggiata nel bosco senza nessun problema.




Non so se sia vero che gli alberi emanino qualche misteriosa forza, forse ci piace solo pensarlo perche in fondo anche nell’età’ che ormai è della ragione, ci piacciono ancora le favole o forse e’ solo la linfa che sentiamo scorrere come fosse il nostro sangue. Una strana forma di empatia a cui ognuno di noi da un nome diverso. Fatto sta che ora quelle tre zie hanno altri due nipoti. Me e il Grifo che oltretutto e’ molto più portato di me a credere in queste cose. Il mio pragmatismo spesso ama mettere in difficoltà il fascino discreto della fantasia.

Saliamo ancora dentro il bosco calpestando un morbido tappeto di foglie ed è il faggio più vecchio e più grande di tutta Europa. Un gigante contornato dalla sua più giovane corte. Ci abbracciamo come se ci conoscessimo da tempo. Lui forse un po’ sorpreso che li, io, proprio non dovevo esserci.

Torniamo giù ridendo e scherzando. E’ ancora presto che se Einstein fosse andato in montagna, avrebbe scoperto subito che il tempo non e’ una costante ma cambia in base alla velocità della luce… non che noi andavamo a quella velocità, anzi, tutt’altro ma forse proprio per quello a maggior ragione potevamo avallare la curvatura dello spazio tempo.

Andiamo ai buson? E certo che ci andiamo. Qualcuno, oltre di me sorrise. I buson sono dei buchi lunghi, profondi e bui. Li hanno fatti gli alpini, nella guerra del 15/18. Quella cominciata nel ’14 per il resto dell’Europa e che doveva finire dopo pochi mesi. Per questo anche noi entrammo in guerra. Invece durò altri 4 anni e costò qualche milione di morti, che i nostri politici, ieri come oggi non ne hanno mai azzeccata una.

La salita cominciava nello stesso punto del primo giorno. Un buon segno se uno crede a queste cose. Quasi tre chilometri dentro il bosco, un sentiero tutto sommato agevole, pieno di curve che il buson doveva sempre essere dietro l’ultima curva. Sergio sfotteva, lo sapevo ma sapevo anche che avrei potuto camminare ancora per molte ore e tornare in dietro.

Accade però che spesso l’esistenza si diverta a prenderti in giro, tanto per ricordarti che per quanto tu possa fare, lei è sempre un passo davanti a te e tu non sei niente. Allora a uno che non ha mai bevuto fa venire la cirrosi epatica e a uno che non ha mai provato cosa fosse la paura… la claustrofobia. Ora chi l’ha sempre avuta ci pensa ovviamente e, saputo cosa fosse un buson si sarebbe ben guardato dall’andarci ma, per me quella sensazione di panico che sembra toglierti l’aria e la capacità di poter respirare era cosa nuovissima, alla quale non ero per nulla abituato. Dopo quella ch’era veramente l’ultima curva, uno spiazzo e davanti  la cruda roccia della montagna, perforata da due buchi, uno leggermente più grande dell’altro e senza alcuna fonte di luce.Una aperta fauce che attende di ingoiarti.


Il tunnel scavato dagli alpini, non era poi cosi stretto. Se allargavo le braccia potevo quasi toccare le pareti e appena  le alzavo toccavo il soffitto. Da qualche parte nelle mie disordinate letture avevo letto che quello era lo spazio minimo vitale. Se fossi stato un animale, chiunque lo avesse varcato sarebbe stato attaccato. La mia mente divagava. Oltre a noi c’era altra gente e io nonostante le prese in giro dell’esistenza ancora ho una mia dignità. Entrammo. Dopo pochi passi già non si vedeva più nulla. Era, come si suol dire,  buio pesto e solo con una grande dose di ottimismo si poteva immaginare che quel puntino non più grande della capocchia d’un ago da cucito che si vedeva in quel fondo, fosse la luce dall’altra parte della montagna. Il Grifo, bontà sua accese la torcia del telefonino ma, ad onor del vero, non posso dire che la situazione migliorò, almeno quella mia. Anzi ora potevo vedere che non era cosi largo in definitiva quel buson,

Ad un certo punto eccola! L’ho riconosciuta subito. La senti arrivare come un’onda dapprima lontana e appena percettibile che rapidamente cerca di montare scanzando qualsiasi barriera o difesa.Eh no! Adesso mi sono proprio rotto i coglioni! L’ho afferrata per la gola, senza nessuna pietà, del resto lei non ne aveva avuta con me. L’ho strangolata senza nemmeno dargli il tempo di chiedersi perché questa volta non era riuscita a terrorizzarmi e non annaspavo cercando disperatamente di respirare e sono andato avanto, tranquillamente come avevo sempre fatto. Ora di capiva che quella in fondo era luce dall’altra parte della montagna. Ero nel ventre della montagna, la mia preda agonizzante tra le mie dita e per tornare indietro ci avrei impiegato lo stesso tempo che andare fino in fondo.

Dall’altra parte lo spettacolo di guardare le altre montagne quasi alla loro stessa altezza era, ancora una volta, solo per me come il baratro che sotto si apriva e nessuno avrebbe mai potuto dire che non avevo pagato il biglietto per intero  per potervi assistere! Mi resi conto che ancora stringevo tra le dita il cadavere di quella mia fobia, nata chissà come e chissà quando. La lasciai scivolare a terra che la pietà è cosa umana.




                                Buona vita a tutti voi

Massimo Mariani Parmeggiani






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