POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, febbraio 8

A RYAN di RODOLFO VETTORELLO



Ho rivissuto con un dolore infinito la tragedia di Vermicino del 1981, seguendo la vicenda di Ryan, il bambino marocchino precipitato in un pozzo nei giorni scorsi. I soccorritori generosissimi erano arrivati a soccorrerlo e già la folla aveva inneggiato ad Allah Akbar ma troppo presto perché cinque giorni sono stati troppi per un bambino.

Sono molto arrabbiato, arrabbiato al punto da non poter fare altro che chiedere ragione a Dio della sua continua distrazione.

So di essere arrivato al limite della bestemmia ma so che Dio perdona anche le bestemmie che arrivano dal cuore. Mi auguro che chi legge possa perdonare i pensieri blasfemi di questo momento.

A RYAN

(al bambino marocchino caduto in un pozzo)


Io non lo chiederò mai più a nessuno

dov’era il Dio Pietoso dei lebbrosi

il giorno che un bambino

precipitò in un pozzo senza fine.

Il nostro Padre Eterno è un dio pagano

che chiede sacrifici

e fa grondare sangue dagli altari.

Lasciami stare, tu predicatore,

e giù le mani

dal mio destino d’uomo troppo umano.

Vorrei poter decidere da solo

il giorno e il luogo

e un’ora che sia tale

per stare un altro poco con gli amici.

Fatti di lato e lasciami morire

così come mi pare

e come pare al mio

Signore Iddio privato,

quello che lascia a ognuno

di vivere e morire come è nato.

Rodolfo Vettorello

Diciamo piuttosto che si tratta di un grande punto interrogativo, che nasce nel pensiero non solo tuo, ma di tutti quelli che di fronte a certe situazioni, si chiedono come mai il Dio misericordioso abbia distolto gli occhi da certe tragedie che avrebbero potuto essere evitate con il Suo aiuto. Resto però in compagnia dell'idea che la causa di certe disgrazie non è da addebitarsi a nessun Dio, ma agli uomini che non hanno provveduto a rendere sicuro quel pozzo. Un terribile ammonimento ad usare molta cautela e mettere in sicurezza quel che potrebbe rappresentare un grande pericolo per tutti. Posti di lavoro dove muoiono operai, e in questi giorni se ne leggono tante di notizie terribili, e anche un pozzo diventa pericoloso se non è preventivamente messo in sicurezza. Ma un bambino, ecco, questo non si riesce ad accettarlo, che abbia perso la vita in questo modo orrendo. La tua poesia è bella, ed è nata da un cuore spezzato dal dolore.

Danila Oppio

lunedì, febbraio 7

GLI EFFETTI COLLATERALI DEL SISTEMA E I SOGNI SPEZZATI di P. MAURO ARMANINO


        Gli effetti collaterali del sistema e i sogni spezzati 

Il Sud e il Nord del mondo sono dappertutto ma non allo stesso modo. Oggi, il 6 febbraio, si commemora nell’azione quanto accaduto appena otto anni or sono alle porte di Ceuta, cittadina del regno di Spagna in pieno territorio marocchino. La guardia civile spagnola ha sparato su centinaia di migranti che, a nuoto, cercavano di raggiungere il territorio ‘europeo’ per trovare quanto avevano smarrito in patria. In seguito all’azione violenta delle guardie, vi furono decine di migranti dispersi e almeno dodici cadaveri identificati. Dare loro un volto, un nome, una storia, una famiglia e immaginarne i sogni infranti, è stato un lavoro improbo che solo la paziente tessitura delle famiglie e delle associazioni hanno saputo compiere. Si tratta di Samba, Youssouf, Keita, Yves, Armand, Jeannot, Oumar, Blaise, Daouda, Ousmane, Larios, Nana... e una sconosciuta neppure quindicenne senza nome da ricordare. Originari del Senegal, la Guinea, la Costa d’Avorio e soprattutto il Cameroun dove proprio oggi si gioca la finale della Coppa Africana delle Nazioni!

Si tratta degli effetti collaterali del sistema che, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, solo l’anno scorso ha causato la morte di almeno 5.300 migranti nel mondo. Per l’Alto Commissariato per i Rifugiati, per lo stesso anno, i migranti morti cercando di raggiungere l’Europa dalle isole Canarie, dal Mediterraneo centrale e orientale, sono stati stimati a oltre 2.500. Le ferite nello spirito e nella carne dei popoli, delle famiglie e della civiltà sono molte di più dei morti. Il Grande Cimitero dei Sogni Spezzati diventa ogni giorno che passa più grande e capiente. Si allungano le fila delle tombe dei Sogni che, com’è noto, costituiscono di gran lunga il patrimonio più importante che una generazione dovrebbe passare all’altra. Templi, cattedrali, moschee, monumenti, invenzioni tecnologiche, mezzi di comunicazione e di trasporto, economie globalizzate e soldi numerici che appaiono e scompaiono a piacimento non bastano. Questo e altro sono poche cose senza i sogni di un mondo uguale e diverso da inventare ogni giorno grazie a coloro che rischiano di fare delle frontiere un varco aperto al futuro. 

Nella storia umana non esiste crimine più grande. Confiscare, manipolare, svendere e infine buttare al macero i sogni delle nuove generazioni. Per questo crimine, almeno finora, non c’è nessun perdono disponibile sul mercato dell’ipocrisia che caratterizza il sistema e i suoi derivati. Ci vorrà tempo prima che i sogni ricrescano dai semi buttati nel mare o nei deserti dove la sabbia si trasforma in becchino ambulante. Ciò a cui assistiamo, talvolta impotenti o tacitamente complici, non ha nulla di naturale. L’esclusione di una parte consistente dell’umanità da condizioni di vita dignitose e la pervasività della violenza che ciò rappresenta per la società, sono la conseguenza della eliminazione dei portatori di sogni. I danni collaterali sono particolarmente visibili nel modo in cui vengono cancellati migranti e sogni alle frontiere. 

Per risuscitare i sogni spezzati c’è solo da mettersi alla scuola dei bambini. Janus Korczack, medico e pediatra polacco di origine ebrea e vittima dell’olocausto nazista, lo esprime in modo particolarmente eloquente.  

Dite:

è faticoso frequentare bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete:

bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

È piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi

fino all’altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.


Mauro Armanino, Niamey, 6 febbraio 2022, 

giorno della commemorAZIONE


                                                           

sabato, febbraio 5

RECENSIONE DI DANILA OPPIO al libro di fiabe TI AMERO' PER SEMPRE ....di ANNA MONTELLA

 



Breve recensione del libro di Anna Montella
 di Danila Oppio

Ho letto con gioia e curiosità il libro di Anna Montella TI AMERO’ PER SEMPRE …COME NELLE FIABE. Si tratta di una raccolta di Fiabe e non di Favole, spesso si pensa che i due vocaboli siano similari, e invece portano delle differenze tra loro, poiché sono due generi diversi. 
Quanto ho faticato per poter acquistare questo libro, ma quando è stato distribuito su Amazon, si è trattato di una passeggiata. Avrei voluto riceverlo prima, ma qualcosa mi ha impedito di completare l’acquisto online, un blocco oppure un folletto dispettoso, visto che stiamo trattando di fiabe, così per lungo tempo sono rimasta con il fiato sospeso. Alla fine, il folletto si è stancato di farmi penare, e con un sospiro di sollievo, ho potuto farmi trasportare nel mondo incantato di Anna! 
Le fiabe hanno personaggi fantastici: streghe, fate, orchi, folletti ecc. Invece le favole raccontano di personaggi antropomorfi, che recano alla fine una morale. Anna ci tiene a sottolineare che il libro contiene fiabe e non favole. 
Non desidero svelare il contenuto del testo, e non saprei neppure dire quale fiaba mi ha maggiormente colpito: sono tutte straordinarie. Ma una frase, tra tante, la vorrei riportare: Una lacrima d’argento rotolò sul tappeto di cristallo…
Ma sì, una delle Fiabe, brevissima la vorrei citare nel suo finale, si tratta di ALI
Era brava a raccontarsi le storie. Di fatto aveva le ali, e non le aveva usate. La sua anima le rivolse uno sguardo di muto rimprovero poi volò via”.

Danila Oppio

Recensione di ANNA MONTELLA Drabble - STORIA DI VERA di DANILA OPPIO

Gironzolando su FB, e nello specifico nel profilo dell'amica Anna Montella, ho scovato questa sua recensione in stile Drabble. Ne aveva scritta un'altra, molto più estesa, che trovate qui: 

https://versiinvolo.blogspot.com/2019/06/recensione-di-anna-montella-del-libro.html

Risale a tre anni fa circa, ma  neanche sapevo che esistesse una nuova versione. Non so come, mi è caduto l'occhio su questa un po' più recente, forse del 2020? non saprei, ma mi è molto piaciuta l'idea di Anna di trasformare una recensione in 100 parole! Grazie Anna, sei fantastica!

Danila Oppio


 

BOATSWAIN, IL CANE AMATO DA LORD BYRON di DANILA OPPIO

 


Ho partecipato a questa plaquette con un breve articolo poetico sul nostro amico Chance, un bellissimo terranova che da cinque anni ci fa compagnia. Ecco il testo pubblicato:


Poiché si legge male dalla foto, riporto il testo qui sotto:



Chance


Boatswain, il cane amato da Lord Byron

Quel Nostromo peloso/
che gli ha rapito il cuore/
se ne andò una mattina:/
aveva cinque anni appena/
Lord Byron una ventina.

Il Newfoundland comprova/
d’esser docile silente e amicale/
compagno, è il granTerranova/
nella dolce lingua dello Stivale./

George per lui fece costruire/
un luogo di degna sepoltura./
Scrisse un epitaffio e a nessun/
essere umano potrebbe calzare/
in maniera tanto più degna.

La stessa lapide insegna/
In questo luogo giacciono/
i resti di una creatura/
che possedette la bellezza
ma non la vanità/

La forza, ma non l’arroganza/
Il coraggio ma non la ferocia/
 E tutte le virtù dell’uomo/
ma privo dei suoi vizi.

Perfetto ritratto che gli riconosco./
Da amico fedele e affettuoso/
sa parlarti con sguardo dolce/
senza far mai uso della voce./

E tanto fu il suo amore assoluto/
che di Nostromo la lastra sepolcrale/
fu più grande di quella deposta/
sul suo proprio tumulo composta./

Esso fu innalzato per segnare/
il luogo ove tutto quel che di un amico resta/
un sol ne conobbi… e qui giace/
Nostromo riposa in pace!/

Appare chiaro che da questa chiusa/
Byron ottenne dal fedele amico/
quel che da altri non ebbe mai:/
Il cuore di Nostromo batteva sol per lui.

Questa poesia è ispirata dalla lettura dell'epitaffio dedicato da Lord Byron al suo amato terranova. Poiché anche nella mia famiglia è entrato, da quasi cinque anni, il "gigante buono" di nome Chance, sento molto vicino l'amore del Poeta inglese per quel cane, che fu suo compagno da quando Byron era quindicenne fino ai venti, quando Nostromo morì.

Danila Oppio


LETTERA AD UN'AMICA di RENATA RUSCA ZARGAR

 



Srinagar, 16 dicembre 2021

Cara Humeira,

in questo momento ho una tale confusione di sentimenti nel petto e di parole che urgono di essere dette, che ho bisogno di raccontarti la mia storia. Tu, che sei stata mia amica da piccola, mia compagna di scuola fino all’ottava classe, e che ora vivi in un paese occidentale, mi puoi capire e, forse, consigliare. Devo pur esprimere a qualcuno la mia anima! Ciò mi aiuterà a essere ancora serena. Ti ricordi quando giocavamo nella stradina dove si affacciavano le case dei miei e tuoi genitori, vicino al fiume? Ricordi quando l’aquila portò via a mio fratello il suo berretto? Ricordi quando studiavamo insieme al lume di candela per preparare gli esami?

Lo so, è passato tanto tempo! Il destino ci ha allontanate da quando i tuoi genitori si sono trasferiti in Italia per lavoro. Le tue vicende sono diventate estranee per me e, anche quando sei tornata, in vacanza, durante l’estate, il tempo da condividere è sempre stato troppo poco. Poi ti sei sposata e non ci siamo più viste. Ma tu sai, come me, che il nostro legame rimarrà sempre intatto, ovunque noi siamo e qualsiasi cosa succeda.

Per questo, oggi, sento il bisogno di confidarmi con te, di spiegarti, meglio di quanto abbia fatto durante le tue brevi visite, la mia vita.
Un giorno, dunque, mia zia (te la ricordi Shugufta con la sua treccia castana lunga quasi fino ai piedi?) aveva organizzato una gita in barcone con tutta la famiglia, ed eravamo eccitati dall’occasione di stare insieme per un’intera giornata un po’ diversa dal solito. Il dunga avanzava lentamente sulle acque del lago e noi, al suo interno, una trentina di persone, zie, zii e tanti cugini, bevevamo il tè, accompagnandolo con i pasticcini: una vera festa, persino i bambini non erano andati a scuola! Le zie e le cugine cantavano in coro e suonavano il tumakhnaar… un divertimento per noi donne del tutto simile a quello delle lunghe giornate di cerimonie in occasione dei matrimoni (e forse anche tu rimpiangi un po’ le ore che, da bambine, trascorrevamo nella soffitta di mia zia a imparare a suonare, oltraggiando le orecchie dei vicini!). Ben presto al dunga si erano affiancate, come succede sempre andando sul lago, delle shikara cariche di verdure: cetrioli, cocomeri… Gli uomini delle imbarcazioni, accucciati a prua, le facevano scivolare velocemente, passando il remo da un lato all’altro della snella imbarcazione.
- Tre rupie al chilo. - chiedeva un verduriere per i suoi prodotti.
- Al mercato costano solo due! - contrattava lo zio Nazir.
Intorno, le distese di fiori di loto ondeggiavano leggerissime al ritmo delle correnti e, più in alto, le montagne dell’Himalaya mostravano le loro cime irsute di alberi verdi. Qui e là, i tetti delle case dei villaggi luccicavano al sole. Un’altra shikara si era avvicinata al dunga dal lato sinistro dove le tende erano rialzate, permettendo di vedere e di essere visti, mentre noi sedevamo all’interno intenti a cantare. Il venditore era in piedi sulla shikara a proporre le sue verdure. I suoi occhi neri, ancora me li ricordo come fosse oggi, parevano bruciare l’aria, il sorriso gli illuminava il viso bronzeo. - È bello! - avevo pensato. Per un attimo, egli mi aveva guardata e io avevo subito abbassato gli occhi. Quel giorno, indossavo casacca e pantaloni rosa a fiori bianchi (tu non rammenti più il colore del vestito che portavi quando hai incontrato la luce della tua vita?). Il velo, rosa anch’esso, copriva i miei capelli pettinati in una lunga treccia nera. Sapevo di stare bene: -Assel assel! - diceva qualcuno dei parenti. Ero bella, e felice di esserlo. Forse la mia pelle non era candida come avrei desiderato ma, tutto sommato, quel colore dorato mi stava bene e avevo tutto l’entusiasmo della gioventù. Certo, sai anche tu che noi ammiriamo la carnagione candida degli inglesi, nostri ex colonizzatori! Dentro di noi è rimasto il gusto inculcatoci da loro che solo bianco sia bello e non amiamo sposare le persone un po’ più colorate. Per fortuna, da noi non è come nel sud dell’India, dove la gente è scura come gli africani: noi del nord siamo molto più chiari e orgogliosi di esserlo! (e da te, lì in Europa, sono tutti di pelle chiara, biondi e con gli occhi azzurri?)

La gita era continuata. Avevamo mangiato molti dei cibi cucinati prima a casa: kebab, roganjosh… Poi, eravamo sbarcati in una piccola isola al centro del lago, pochi metri quadrati, dove si poteva sedere al fresco sotto gli ombrelloni, bevendo una Limca.
E lui, il venditore di verdura, era venuto anche là. I nostri occhi si erano incrociati ancora. Quindi, egli si era messo a chiacchierare con lo zio Siddiq, per indagare quale fosse il quartiere dove noi vivevamo. Lo zio Baijan, ogni tanto, canticchiava delle canzoncine di film che narravano di tragiche storie d’amore, ma il mio cuore vedeva allora tutta la vita come una felice parentesi rosa.

Ghulam Mohiuddin, così si chiamava l’erbivendolo, si era trovato poi diverse volte sulla strada che percorrevo per andare a scuola. Non ci eravamo mai detti nulla, ma i nostri occhi parlavano per noi! Insomma, appena io ebbi finito le scuole superiori, ci sposammo. Ero tanto felice. Sposavo l’uomo che amavo. Diverse mie amiche avevano accettato, come è nostra consuetudine, l’uomo scelto dai loro genitori senza neppure consultarle. Alcune di loro avevano visto il futuro marito, per la prima volta, il giorno del matrimonio. Qualcuna si era adattata ed era contenta, qualche altra non si trovava bene, ma che poteva fare? Io ero assai fortunata. Mio padre aveva accettato la richiesta di mio suocero, nonostante le loro modeste condizioni, per farmi contenta. Certo, la nostra casa nei primi tempi era assai povera, ma non dubitavo che Ghulam, a poco a poco, avrebbe migliorato la nostra condizione. E io l’avrei aiutato: nel tempo libero dalle faccende domestiche avrei filato i bioccoli di lana pashmina per farne il filo pregiato venduto in tutto il mondo, e avrei guadagnato qualcosa anch’io.

Fu proprio in quei giorni che egli mi chiese di indossare il burka. –Lo so, - mi disse - nella tua famiglia non usate portarlo. Ma oggi nel nostro paese ci sono tanti pericoli, molti uomini possono desiderare di far del male a una donna. Così sarai protetta. Nessuno saprà chi sei, né oserà toccarti. -
Mio padre diceva sempre che nel Corano non è affatto prescritto il burka, ma che viene solo raccomandato alla donna di essere modesta, per non provocare gli uomini. - Queste sono pessime tradizioni da dimenticare. - affermava alludendo alle varie coperture del viso femminile.

Ma mio marito era così bello, l’amavo così tanto! Che mi importava di come sarei andata vestita per la strada? E poi, un po’ aveva ragione. Da un po’ di tempo, il Kashmir stava diventando un paese pericoloso: dappertutto c’erano terroristi che combattevano contro il governo perché volevano l’annessione al Pakistan, per stare con chi ha la nostra stessa religione, dicevano. Per farci regredire nel tempo, per impedirci di vivere nella libertà e nella democrazia, penso invece io, come la maggior parte dei Kashmiri. Essi, infatti, usano la religione per i loro scopi. Affermano che, nella società del progresso, l’esistenza stessa delle religioni è messa in pericolo. E la gente, magari ingenua o analfabeta, crede che Dio chieda di lottare anche con le armi per difendere la propria religione. Tu non sai, perché non eri più qui e avrai solo sentito qualche sporadica notizia alla televisione o sui giornali, ma qui era iniziato allora un periodo di terrore che non si è ancora concluso. Tante persone innocenti, ree solo di passare magari per la strada nel momento sbagliato, sono state uccise negli attentati. Tanti medici, insegnanti, professionisti, sono stati eliminati dai “combattenti” o rapinati, taglieggiati, molestati! Tutti avevano paura e molte donne erano tornate ad indossare il burka, per sentirsi più tranquille. Così, per la richiesta di mio marito e anche per i tempi difficili, anch’io imparai a usarlo. Qualche volta, accompagnavo Ghulam nella shikara sul lago. Mi accucciavo dietro di lui e allora gli alberi, le foglie, l’acqua stessa, mi apparivano al di là di una grata nera. L’orizzonte era assai ristretto, ma c’era anche la piacevole sensazione di guardare senza essere vista. Gli altri non potevano sapere la mia identità, cosa io stessi facendo, dove stessi andando né cosa pensassi. Mi veniva in mente l’antica facciata del Palazzo dei Venti di Jaipur, la città rosa, tutti quei piani di logge e finestre ostruite da schermi traforati di pietra: là le donne del zenana assistevano nascoste agli sguardi dei passanti alle manifestazioni pubbliche cui era loro vietato mescolarsi…

Qualche volta, mi capita di leggere dei quotidiani e delle riviste: mio marito non mi ha mai impedito di informarmi e di conoscere. Perciò so quello che si pensa da voi. E non mi piace. Nella nostra mentalità non è come si crede in occidente, e non so se tu lo ricordi ancora. L’importante per noi non è l’abbigliamento che, comunque, non ci crea sofferenza, ma le nostre condizioni di vita. Noi non siamo come i talebani, qui le ragazze vanno a scuola e sono curate, proprio come i maschi (e spero che tu le dica queste cose nel tuo nuovo paese!).

Mia cara Humeira, gli anni sono passati in fretta e immagino che ciò sia successo anche a te. Io e Ghulam ci siamo costruiti una bella casetta, proprio vicino al lago. Davanti a noi, tra gli alberi, hanno zampettato le galline e anche i nostri figli: una bambina prima e due maschietti poi. Tutti ormai vanno a scuola con profitto. La bambina, infatti, ha dodici anni ed è in settima classe. Sta diventando una signorina. Due sere fa, Ghulam è tornato a casa con un burka nuovo. -Che bello! - ho esclamato accarezzando la seta nera lucida del soprabito e del copricapo come usa da noi (mi ricordo che tua nonna ce l’aveva). Ho ammirato il bel disegno ricamato che contornava la grata davanti gli occhi: ormai sono abituata a indossarlo, così come faceva mia suocera, ed è per me semplicemente un indumento che può anche essere molto elegante. Mio padre, invece, scuoteva la testa ogni volta che mi vedeva! Ma ormai egli non c’è più. Si è addormentato una notte, quattro anni fa, e non si è più svegliato. Pensare che tutti i figli erano sistemati, non avrebbe avuto più preoccupazioni, avrebbe potuto essere sereno con i tanti nipotini… Ma non è andata così!
L’altra sera, comunque, Ghulam mi ha detto, però, che il burka non era per me, ma per nostra figlia. Ella sta crescendo, sta diventando una donna, ed è giusto che si copra davanti agli estranei.

Maraba l’ha indossato. Quando l’ho vista, coperta da quella cosa nera, mi è sembrata una tomba, addirittura! No, lei non l’avrebbe portato, ho pensato immediatamente. Non avrebbe sposato qualcuno deciso da me e da suo padre, non sarebbe mai stata un oggetto nelle nostre mani.
Per la prima volta, mi sono opposta a Ghulam:
- Senti, - gli ho detto – ti ho obbedito perché sapevo che ci tenevi e la mia intera esistenza sarebbe stata solo dedicata a te. Ma non sarà così per nostra figlia. Ella studierà, seguirà le sue inclinazioni, conoscerà da sola, come è successo anche a noi, a suo tempo, il compagno della vita. Non la caricheremo di vecchie tradizioni inutili, non la sacrificheremo ai nostri voleri. Ella sarà libera. Io non potrò più essere la tua moglie devota se tu farai del male alla nostra bambina. E questo è male per lei. Scelgo, prima della mia, la sua felicità e mi opporrò in tutti i modi a queste abitudini! Arriverò anche a divorziare da te, se non ci sarà altro modo, anche se tu sei la luce dei miei occhi, proprio come il primo giorno che ti ho incontrato. 

Ieri mattina sono tornata a casa di mia madre, come per una breve vacanza, e ho portato Maraba con me. So che Ghulam può allontanarla da me, che la legge qui dà all’uomo tutti i diritti sui figli, ma spero che questi anni non siano passati invano. Io e lui abbiamo discusso tante volte del nostro paese, delle tradizioni, della nostra religione, di ciò che è giusto o ingiusto… La sua mente e la mia insieme, hanno compiuto un cammino, si sono amalgamate, siamo diventati, col tempo, una sola persona composta di due esseri ugualmente veri…

La notte scorsa, nel mio letto di ragazza rimasto uguale a tredici anni fa, ho fatto un sogno. Eravamo, io, mia cugina Pinky e mia figlia, immersi in un enorme mare scuro. Intorno, tanti scogli appuntiti. Anche se mi sembrava impossibile in quelle condizioni, c’erano altri che nuotavano e persino qualche barca che riusciva a destreggiarsi là in mezzo. A un certo punto, vidi mia figlia proprio al centro di un’onda smisurata, alta, mi pareva, come un palazzo di tre piani. L’onda era rimasta immobile, come se il tempo si fosse fermato. Pensai che sarebbe affogata e iniziai a pregare a voce alta Dio di non rubarmela. Indi, la mostruosa onda scura ripartì e iniziò la sua terribile discesa. Dopo un attimo, non c’era più una goccia d’acqua all’intorno, ma lo stesso avevo paura di vedere cosa fosse successo a mia figlia. Ella era sotto una tenda. L’alzai e scoprii che non si era fatta male e che non era neppure spaventata.
Ora sono qui, Maraba gioca con le cugine ma a me manca tanto lui…
Oggi è giunta, inoltre, una terribile notizia da un villaggio sul confine con il Pakistan: una ragazza è stata uccisa perché non ha voluto indossare il burka. Si tratta di un villaggio di contadini gujrat: là le donne non hanno mai avuto questo indumento nella loro tradizione (anche perché faticano in campagna fianco a fianco con gli uomini ed esso avrebbe impedito loro di lavorare), eppure questi “combattenti” (!), passano la frontiera e uccidono, terrorizzando la popolazione!

Ciò ha confuso ancora di più le mie idee e aspetto, dunque, una tua risposta che mi dia coraggio e che mi sorregga nel momento più difficile della mia vita. Lo so, quando la tua lettera arriverà, sarà passato, forse, più di un mese e tutto sarà già concluso. Ma scriverti è stato un po’ come parlare a me stessa, chiarire i miei stessi pensieri.
Ciao
Shubie

P.S. Ho visto adesso dalla finestra che qui davanti, sul fiume, c’è una shikara. Sopra c’è un uomo che ha in mano un bellissimo burka. L’ha lasciato cadere nell’acqua e la corrente l’ha portato via. Corro ad aprirgli la porta della casa di mia madre, per la prima volta, da quando sono sposata, esco solo con il velo colorato sui capelli, come quando ci vedevamo di nascosto per la strada. La porta del mio cuore, invece, è stata sempre aperta per lui e senza nulla mai che la coprisse.

giovedì, febbraio 3

DONNE: UNA MARCIA IN PIU' di RENATA RUSCA ZARGAR


Donne: una marcia in più

L’elezione del Presidente della Repubblica, ormai, appartiene al passato, anche se si discute ancora se i vari partiti abbiano vinto o perso nel rieleggere lo stesso Capo dello Stato per la seconda volta.

Neppure in questa occasione è stata eletta una donna, nonostante siano ben 76 anni dall’accesso femminile alle elezioni locali e nazionali e cinquanta anni di femminismo (considerata la seconda ondata iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, alla quale mi onoro di aver partecipato attivamente) che hanno portato all’avvento della libertà femminile. Infatti, molte donne sono entrate nel mondo del lavoro, nelle professioni, nella sfera pubblica, nella politica.

Isa Maggi, coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle donne, ha ritenuto questa elezione un’occasione persa per far sì che l’Italia diventi un “paese per donne”.

L’Italia, infatti, non è un paese per donne visto che nel 2021 i femminicidi sono aumentati dell’8%, considerato che viene uccisa una donna circa ogni tre giorni, mentre una donna su tre, nel corso della propria vita, è oggetto di abusi fisici e sessuali.

Ai primi di gennaio, io stessa avevo firmato una petizione per l’elezione di una donna al Quirinale proposta dagli Stati generali delle donne e dalla Città delle Donne. Per divulgarla a mia volta, l’avevo pubblicata in un post del mio blog Senza Fine https://www.senzafine.info/2022/01/contro-la-violenza-sulle-donne-firma-la.html.

Mi sembrava che, in un paese ancora in gran parte patriarcale come l’Italia, avere una donna Presidente fosse anche un insegnamento subliminale per quei maschi che dentro di sé credono che la femmina gli sia inferiore e che debbano avere su di lei ogni diritto, compreso quello di maltrattarla, denigrarla e schiacciarla nella quotidianità.

Non c’è dubbio, dunque, che la mancata elezione sia da considerarsi una grande occasione persa, valutando anche che la popolazione italiana femminile è superiore, seppur di poco, a quella maschile.

Il/la Presidente della Repubblica è garante della Costituzione a cominciare dal principio della separazione, dell’equilibrio e della leale collaborazione tra i poteri. Deve riconoscere il lavoro come fondamento della cittadinanza politica, assicurare la legalità, l’autonomia della Magistratura, l’importanza del Parlamento, l’unità giuridica ed economica della nazione e deve proteggere lo storico europeismo del nostro paese. Essendo a capo del Consiglio superiore della difesa, dovrà garantire, poi, il ripudio della guerra impegnandosi per la giustizia e la pace tra le nazioni. Infine, deve saperci rappresentare al meglio nella comunità internazionale e soprattutto deve avere un alto profilo morale.

Non è facile per un uomo o una donna rispondere a tante capacità e competenze, specialmente in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, quando la pandemia si coniuga con i problemi economici e la grave mancanza di giustizia sociale, quando gli altri paesi brulicano di guerre attive o in via di attivazione e di regimi dittatoriali e prepotenti.

Per gestire al meglio le crisi interne ed esterne, qualcuno aveva sostenuto che il/la futuro/a Presidente avrebbe dovuto essere un politico o una politica.

Ora, però, le donne in Italia occupano solo un terzo delle cariche politiche nazionali e meno di un quinto di quelle locali, anche se la rappresentanza parlamentare femminile, adesso al 36%, è aumentata negli anni grazie alle quote di genere (doppia preferenza). Cioè, ci sono meno possibilità di esprimere una candidata, considerando pure che le proposte vengono dai maschi che sono a capo di partiti ecc.                    

Inoltre, noi vogliamo una donna al Quirinale, certamente, ma non basta che sia donna!                                                                                        Deve essere una persona adeguata, che non sia arrivata all’apice di una brillante ascesa scimmiottando i comportamenti peggiori dei maschi o cedendo alle loro lusinghe: una donna di alto livello morale. Del tutto uguale a quello che chiediamo a un uomo.                                                Ovviamente, avere solo un terzo di donne politiche rispetto agli uomini limita la scelta e questo è un punto sul quale possiamo lavorare in vista della prossima elezione del Presidente. Ad esempio, nel voto, possiamo imparare a scegliere preferenzialmente donne, privilegiandole in modo da avvicinare alla parità il nostro stesso sesso. Non sarebbe una cattiva idea!  E se la donna Presidente si cercasse fuori dalla politica, nella società civile? Il Gender Diversity Index (GDI) monitora la rappresentanza di genere nelle più grandi aziende europee e ci dice che, nonostante le donne rappresentino la maggioranza degli studenti universitari, arrivano a guidare un’azienda in Europa solo il 7%  di loro  (dati 2021). L’Italia, infine, ha la più alta percentuale di donne nei Comitati di CdA/Consigli di Sorveglianza (47%), ma ha poche donne a capo dei CdA (15%) e nei livelli esecutivi (17%), pochissime e in calo (dal 4 al 3%) alla guida delle aziende. Siamo persino in fondo alla classifica per numero di Amministratori Delegati.

È evidente che c’è molto da fare per raggiungere la parità di genere, soprattutto mentale e la Presidente sarà un alto esempio di cambiamento e di progresso per tutti noi, donne e uomini.

Non c’è un solo minuto da perdere, dunque: iniziamo a darci fiducia, crediamo davvero che le nostre ragazze non abbiano nulla in meno dei ragazzi e che possano, nella vita, impegnarsi a fare quello che prediligono, proprio come i maschi.

Sono le donne che hanno una marcia in più, è giunta l’ora di prenderne coscienza e di smettere di sperperare il loro valore danneggiando la società tutta.

Renata Rusca Zargar