POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
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lunedì, febbraio 13

PASCOLI: ma chi fu veramente questo grande poeta? di Roberto Vittorio Di Pietro

Volendo anticipare due poemetti conviviali dedicati a Psiche, ho estrapolato da un precedente articolo di Roberto Vittorio Di Pietro, una sua interessante esposizione su Pascoli, che meglio lo fa conoscere,   e desidero riproporvela. L'articolo completo lo troverete in questa stessa sede, al seguente link:

(Pascoli chiuse questa sua esistenza terrena nel 1912)

“A distanza di oltre un secolo durante il quale è fulmineamente sopravvenuta un’inopinata evoluzione tecnologica che, forse più di ogni altra rivoluzione precedente, specie per le giovani o giovanissime generazioni ha comportato e continua a determinare una svolta ‘filosofica’ radicale nel modo di concepire i ‘valori esistenziali’ in genere, in che misura residuale può essere oggigiorno davvero compresa, assimilata e apprezzata, non solo l’opera (del resto molto meno ”lineare” di quanto nelle scuole si sia schematicamente voluto lasciar supporre), ma la stessa particolare forma mentis di un eccelso, venerabile Maestro di autentica “poesia per la vita”, quale giustamente aspirava ad essere – e, nonostante tutto, indubbiamente rimane – il grande romagnolo Giovanni Placido Agostino Pascoli?” Forse che la mitezza e connaturale ritrosia di un Pascoli-Fanciullino oggigiorno non susciterebbero, purtroppo, quantomeno divertito stupore nella maggior parte di noi Tecnologi/Tecnicisti/Tecnocrati del ventunesimo secolo, convinti possessori di un miglior sapere progredito e di sofisticati strumenti multimediali teoricamente atti a garantire una continua, rapida, immediata comunicazione interpersonale? Quindi, in un nuovo clima culturale oggi così strutturato, in cui, spesso (almeno a quanto ci viene garantito dagli esperti “sondaggisti”…) nemmeno l’elemento semplicemente denotativo risulta più aperto ad una corretta lettura, sventurato lui, Giovanni Placido Agostino Pascoli, se fra noi – non saputi accademici, ma comuni “fruitori di massa” — venisse a riproporsi con la sua ambiziosa poesia simbolista, tutt’altro che lineare al di là di certe ingannevoli apparenze, perlopiù solo superficialmente “facile”, intessuta com’è di sottili metafore e allusioni occulte, di insospettabili geometrie pluridirezionali affidate ad un fonosimbolismo di raffinatissima fattura! Fin dalla mia adolescenza ho apprezzato, anzi oserei dire visceralmente amato il Pascoli. Credo che già allora di lui mi colpisse, e intimamente mi commuovesse, una singolare facoltà/volontà dell’umano sentire: del sapere e voler cogliere (‘vedere e udire, altro non deve il poeta’, per usare una sua espressione) ogni ‘misteriosa’ voce, così nel proprio intimo, così nella natura delle piccole cose terrestri come nel vasto firmamento stellato, con animo indagatore vigile, aperto al dolore come alle semplici gioie del vivere quotidiano, lucido ma in ogni caso come ferito da una visionaria nostalgia di fondo: quasi trafitto dalla sicura presenza di una superiore harmonia mundi (e perché doverla credere un’illusione? un sogno impossibile?…) ovunque percepibile nell’aria e nelle cose, e tuttavia sempre sfuggente, per umano destino tragicamente inafferrabile su questo nostro ‘atomo opaco del male’. Una rara forma di drammatica interiorità, direi; e, perciò, tutt’altro che inquadrabile, né tanto meno liquidabile, secondo i ben noti cliché ai quali, a scuola, si era in genere indotti a voler troppo semplicisticamente ricondurre la figura di questo poeta ‘fanciullino’ – chiaramente a scapito di un’autentica comprensione, se non della sua arte (ma anch’essa, salvo in determinati ambienti accademici, a mio parere troppo sommariamente analizzata), della sua spiritualità a dir poco composita. “La civetta” (il secondo dei due importanti conviviali intitolati “Poemi di Psyche” e dal Pascoli fra loro non a caso accostati ma idealmente contrapposti – ma quanti cosiddetti ”ammiratori” del grande Giovanni Pascoli davvero li hanno letti? O davvero li hanno capiti?) ho cercato di stimolare la migliore curiosità del lettore orientandola verso una tematica speculativa a mio giudizio di peso fondamentale nella pur variegata vena poetico-filosofica pascoliana. Ebbene, si tratta di una profonda intima lacerazione spirituale dovuta a sue ricorrenti meditazioni di ordine squisitamente religioso-metafisico sul mistero dell’aldilà: un preciso dilemma inerente alle alternative sorti future dell’anima individuale dopo il trapasso, come tale sicuramente individuato in nuce da saggisti competenti (penso a Rinaldo Froldi, in particolare), ma alle conseguenze profondamente ansiogene del quale, perlomeno secondo quanto mi è stato possibile appurare, la critica non ha forse ritenuto di dover concedere spazio di maggiore approfondimento (forse riallacciando questo specifico nucleo tematico al più noto orientamento speculativo pascoliano solitamente definito ”cosmico”?… di cui non costituirebbe pertanto che un’implicita propaggine secondaria, di interesse relativamente scarso?) Per comprenderne la portata credo che occorra scinderlo in due diversi quesiti, di cui, per il Pascoli, il secondo è senza dubbio quello decisivo. Anzitutto: “Sarà più attendibile la versione filosofica di stampo ‘pagano’ (ma non solo) secondo cui, dopo la morte fisica, l’anima individuale sarebbe destinata a dissolversi nello spazio, scomparire e confondersi quindi con l’universale Anima Mundi?” O magari la versione platonico-cristiana che garantirebbe la sopravvivenza dell’anima individuale come distinta entità spirituale nell’oltretomba?” E, secondo quesito, determinante: “Ma quale delle due versioni io, Giovanni Pascoli, davvero credo sia di per sé più rassicurante e desiderabile in definitiva? Per il mio equilibrio interiore, per il mio attuale benessere psicologico, ah quanto vorrei potermi decidere una volta per tutte! Quanta angoscia, quanta sofferenza indicibile mi costa non dico sapere, ma nemmeno volere, optare rassegnatamente per una meta ultraterrena piuttosto che per l’altra!”
Mi è talvolta capitato di sentirmi dire in giro, e – purtroppo – da parte di persone provviste perlomeno di un diploma di scuola superiore: “Oh Pascoli? Mi piaceva molto!…Ricordo ancora a memoria quella sua bella poesia…com’era? quella dei ‘cipressetti in duplice filar’…e naturalmente anche quella della cavallina storna…oppure l’altra che fa ‘San Lorenzo, a che tante facelle?’…Stupendo davvero! ” O, viceversa: “Che poeta melenso, lamentoso… Pascoli. Non mi è mai andato giù. Ho sempre istintivamente preferito le liriche di Leopardi…tipo il garzoncello scherzoso…o quella che dice ‘l’albero a cui tendevi la pargoletta mano…” Solo un esempio, certo dei più estremi e raggelanti, eppure in qualche modo indice di una cosiddetta “cultura residuale” , molto più clamorosamente confusa e diffusa di quanto non è dato credere possibile. Ma, senza arrivare a tanto, né cadere tanto in basso, che sia un “adoooro!!!” o “detesssto!” questo o quell’altro autore, anche se affermazioni fatte da chi le idee giuste e chiare in materia le possiede – occorre che si tratti sempre di entusiasmi o rifiuti espressi con precisa cognizione di causa: non si rende giustizia a nessun poeta, a nessuno scrittore in genere, se l’opinione personale che ce ne siamo fatti dipende dal fatto di avere maggiore dimestichezza soltanto con alcuni particolari aspetti della sua opera ad esclusione di altri che pur sempre le appartengono e ne sono parte integrante, anche se, per ragioni varie (programmi scolastici prestabiliti?…pigrizia mentale che ci induce a non voler andare oltre per conto nostro? Magari gusti personali preponderanti, da voler piacevolmente assecondare?…) preferiamo conservare di un certo autore un determinato nostro giudizio divenuto definitivo e inamovibile. E di quanti giudizi superficiali, quindi del tutto inadeguati, ci accontentiamo! specie nel caso di scrittori la cui opera ci sembra lì per lì troppo complessa, o troppo diversificata, o semplicemente troppo estesa per affrontarsi con impegno nella sua interezza? per meritare più di qualche lettura condotta ‘a campione’?
 E Pascoli? Forse che la sua opera, vasta e multiforme (fosse solo quella, ripeto, che solitamente viene fatta conoscere agli studenti!), non pretende altrettanta volontà di attenta lettura e analisi da parte di chiunque voglia renderle giustizia? Solo dopo essersi presi la briga di vagliarla in prima persona con la lente in pugno, e solo dopo avere al tempo stesso voluto verificare in quali e quante direzioni la critica più autorevole ha responsabilmente ritenuto di doverla scandagliare, solo così, credo, si potrà stabilire per quali effettive ragioni è proprio il caso di tributare non solo rispetto, ma ammirazione incondizionata, a un Poeta che tanto più può dirsi tale quanto più problematico si rivela nella sua composita psicologia: nella sua giustamente, naturalmente sfaccettata umanità.

Roberto Vittorio Di Pietro


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