POETANDO

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sabato, febbraio 25

Recensione di Marcella Artusio Raspo dell'opera PHANTAASIA non IMAGINAATIO VERA di Roberto Di Pietro

Autore:  Roberto Di Pietro
Titolo dell’opera:  “PHANTAASIA  non  IMAGINAATIO VERA” (Poema di pagine 179, estratto dalla silloge poetica  intitolata “A testa in giù”)
Editore:  IL LEONE VERDE  (ERA  -  POESIA) -- TORINO
Prezzo di copertina:  Euro 18,59

Recensione

a cura di

Marcella Artusio Raspo


(pubblicata sulla rivista di cultura “alla bottega” -  Pavia,  N. gennaio-giugno 2003)





Ho letto con crescente interesse “Phantaasia non Imaginaatio Vera” di Roberto Di Pietro, un ampio poema di taglio teatrale che, pur essendo stato pubblicato separatamente, è parte integrante del terzo capitolo dell’ultima silloge dell’autore medesimo, intitolata “A testa in giù”.  Si tratta di un testo poetico (concepito in perfetti versi endecasillabi e settenari alterni) che, attraverso un coinvolgente moltiplicarsi di linguaggi e di varianti stilistiche ricollegabili ad una cultura notevolmente estesa, stratificata e profondamente assimilata, si aggrega attorno ad un nucleo unitario che è la fiaba di Cappuccetto Rosso rovesciata nel suo intimo significato e nella morale.
Un’opera di autentica, raffinata sperimentazione, questo poema di Di Pietro,  giocato com’è su elementi linguistici e culturali appartenenti alle epoche più diverse della letteratura, a cui si sovrappongono, e mai a caso, intonazioni e “tic” del linguaggio d’oggi, soprattutto giovanile, che va dal fumetto alla parlata in codice dei rockettari, alle deformazioni del lessico televisivo: il tutto in un parodistico e paradossale caleidoscopio di sfaccettature, talvolta di lettura necessariamente ardua, talvolta di studiata lapidaria elementarità. Questa innovazione creativa, che dissacra con virtuosismo le regole estetiche consolidate nel tempo nonostante le avanguardie storiche del Novecento, mi ricorda il “poeta plurale” Fernando Pessoa, che però ricorre a degli eteronimi a cui corrispondono opere diversissime tra loro, mentre Di Pietro condensa in un solo poema di vasto respiro le stratificazioni di scrittura che si sono intrecciate nella sua vasta formazione culturale e nella sua non comune sensibilità artistica.  Il viaggio “iniziatico” di Cappuccetto Rosso nel bosco, trasposizione in chiave moderna (simbolica quindi, già nella ouverture del poema, l’efficacissima descrizione dell’abbigliamento della bimba troneggiante su “zatteroni” rossi) dell’antica Fedra, con tutti i risvolti orfici e misterici che implica questo personaggio (qui ripreso nella mitica triade Fedra-Ippolito-Arianna “signora del labirinto”) è di una suggestione talmente sotterranea da riportarci alle origini di noi stessi: un buio totale, inquietante, attraversato da sussurri indecifrabili, illuminato a tratti da una luna emblematicamente ambigua – orfica anch’essa – che torna non a caso ad affacciarsi nella chiusa:

Rimase a disperarne

in quella notte assorta,
stellata ancora, invasa dalla luna.
Sentì già il trepestio…
già quel notorio passo…
l’orecchio teso, già su per la scala…

preannunciando quell' “urlo” primigenio di Fedra-Cappuccetto, che sbarra la fine del poema.

Al di là dei personaggi mitologici e di quelli quotidiani (almeno in apparenza), come quello della Madre della bambina -- figura che già all’inizio del testo veniva fatta sopraggiungere per “la scala a spirale” (e sappiamo quale significato abbia la spirale nel linguaggio iniziatico in genere,  come nella poetica di William B. Yeats) -- portatrice di una morale “comune” che ancora sopravvive bacchettona, falsamente cristiana, sostanzialmente oppressiva, il poema si dispiega in una costruzione verticale la cui acme è rappresentata dalla sfida solitaria del “diverso” sia in campo etico, sia in campo estetico, sia in senso più ampiamente umano e sociale.  Questo Lupo, costretto a mascherarsi, non è il lupo cattivo consegnatoci piuttosto arbitrariamente dalla tradizione fiabesca, in quanto temibile “diverso”, ma è un lupo buono e ingenuo: innocente così come lo ha creato la natura secondo regole che investono tutti gli esseri viventi.   Alla luce di questo concetto, Di Pietro in definitiva propone una corretta  identità secondo natura (l’Emile di Rousseau fa testo), che si può realizzare nonostante i bavagli, i condizionamenti e le ipocrisie culturali che giungono da più parti. Ne emerge un particolare messaggio ideologico: occorre essere amanti del prossimo fin che si può, eppure mai al costo di una rinuncia alla propria essenza spirituale; sapendosi, cioè, conservare veramente liberi e fedeli fino in fondo alla propria indole, al proprio modo di essere naturale e spontaneo. E ciò ad ogni prezzo sul piano materiale: anche se, per questa forma di intima coerenza intransigente, priva di compromessi -- come quella esemplare del Lupo Asterio, per l’appunto – si sia destinati non solo all’ostracismo, ma alla fucilazione.

Dal punto di vista poetico, l’opera di Di Pietro è senz’altro pienamente risolta:  la parte iniziale della Anabasi, intessuta di reminiscenze classiche e rinascimentali (Poliziano e Ariosto in particolare, ma non solo) viene a contrapporsi con sapienza alla parte conclusiva della Catabasi, per quella spiccata tensione drammatica degli opposti, tra razionalità e irrazionalità, tra intelletto e passione (lì si annida il dualismo orfico) che ne caratterizza lo scenario grandioso e tragico, come lo è la commedia umana.
M.A.R.

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