POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

mercoledì, febbraio 1

NEBBIA e NELLA NEBBIA di Giovanni Pascoli (su suggerimento di Roberto Vittorio Di Pietro)

Stamattina, il nebbione che ancora non accenna a diradarsi qui a Torino mi ha invogliato a rileggere due splendide poesie del Pascoli, rispettivamente intitolate "Nebbia" e "Nella nebbia", trovandovi palpabile conferma di quanto ho sempre sostenuto in linea con tutta quanta la critica letteraria nazionale ed internazionale: che la migliore poesia non può, né mai potrà, fare a meno di un elemento costitutivo fondamentale: l'ambiguità. Naturalmente questo può esplicarsi a vari livelli (di contenuto, lessico, soluzioni formali, ecc.); ma, se viene meno, la poesia, per quanto gradevole possa lì per lì risultare, si riduce ad una semplice "canzonetta usa e getta".
Se non ricorda le due bellissime liriche che le ho segnalato, vada a cercarle -- possibilmente accompagnate da note di commento, a riprova che nemmeno per le opere di Giovanni Pascoli (in genere molto erroneamente ritenuto un poeta "facile") ci si può privare di un supporto critico/interpretativo in grado di illuminarne ogni anfratto meno accessibile ad una lettura superficiale.
Roberto Vittorio Di Pietro


Ho cercato, come suggeritomi da Di Pietro, le bellissime composizioni poetiche del Pascoli, e non solo quelle. Ho "scoperto" due conferenze di Roberto Di Pietro, e le pubblicherò in altri post. Sono l'ideale commento, vera e propria esegesi,  alla poetica pascoliana.




















Nebbia
Giovanni Pascoli


Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli, 
su l'alba, 
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane! 
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe 
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valerïane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli 
pel nero mio pane. 
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco 
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane... 
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso 
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso 
sonnecchia il mio cane.


Note di Baldacci inviate da Roberto Vittorio Di Pietro






"In merito alla particolare impostazione metrica di questa lirica, mi sembra utile offrire la seguente osservazione: si noti come, da cima a fondo,  essa risulti deliberatamente concepita secondo la cadenza caratteristica del verso novenario; più precisamente in una studiata sequenza di novenari che si alternano a ternari e senari (ossia versi fra loro metricamente affini in quanto  ugualmente dattilici) in maniera tale da consentire la formazione di cosiddetti "novenari ombra" -- vale a dire, ulteriori novenari che spontaneamente si compongono a cavallo fra un verso e quello successivo mediante un flusso dattilico ininterrotto. Come variamente esemplificato anche nel contesto del mio saggio filologico "Fonosimbolismo e vocalità poetica", Giovanni Pascoli è da considerarsi un impareggiabile Maestro in fatto di ritrovati stilistici innovativi." 

Roberto Vittorio Di Pietro



Nella nebbia
di Giovanni Pascoli
Un paesaggio i cui contorni sono inghiottiti dalla nebbia, uniforme e grigia; strane voci, gridi, uggiolii lontani, creano un senso d’inquietudine e di sospensione. Inutilmente il poeta cerca di penetrare con lo sguardo, di afferrare qualche immagine definita: prevalgono sensazioni incerte e ondeggianti...


E guardai nella valle: era sparito
tutto! sommerso! Era un gran mare piano,
grigio, senz'onde, senza lidi, unito.

E c'era appena, qua e là, lo strano
vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
uccelli spersi per quel mondo vano.

E alto, in cielo, scheletri di faggi,
come sospesi, e sogni di rovine
e di silenzïosi eremitaggi.

Ed un cane uggiolava senza fine,
né seppi donde, forse a certe péste
che sentii, né lontane né vicine;

eco di péste né tarde né preste,
alterne, eterne. E io laggiù guardai:
nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.

Chiesero i sogni di rovine: - Mai
non giungerà? - Gli scheletri di piante
chiesero: - E tu chi sei, che sempre vai?

Io, forse, un'ombra vidi, un'ombra errante
con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
e più non vidi, nello stesso istante.

Sentii soltanto gl'inquïeti gridi
d'uccelli spersi, l'uggiolar del cane,
e, per il mar senz'onde e senza lidi,
le péste né vicine né lontane.



Ecco le note di Baldacci:










3 commenti:

  1. A proposito di
    << Io, forse, un'ombra vidi, un'ombra errante
    con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
    e più non vidi, nello stesso istante.>>
    Perchè Pascoli, in quel momento lì non sta facendo.
    L'ombra sì, lei sta vivendo.
    AF

    RispondiElimina
  2. Una bella interpretazione, Angie! Anche in una forma poetica nel finale. A volte le "ombre" che poi immagino siano ricordi, prendono una consistenza reale, e diventano più vive di noi viventi. Grazie del bel commento
    Dani

    RispondiElimina
  3. E infatti l'ombra porta sulla testa un fascio di sterpi raccolti prima della sera.
    Non è 'il peso della sua vita' (come dice il commento): è la sua vita. Fare e portare. Proprio da questo prende vita. E' vivo anche nella nebbia.
    Solo chi vive vicino alla foce del Po o alle sue valli sa davvero cos'è la nebbia
    e cosa fa.
    AF

    RispondiElimina