POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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domenica, maggio 29

Alessandro Nastasio: Un illustre lombardo

 
ALESSANDRO NASTASIO: UN ILLUSTRE LOMBARDO

Alessandro Nastasio è maestro di chiara fama nel campo delle arti figurative in genere, ormai riconosciuto e quotato a livello internazionale. Si ha pertanto il piacere di proporre, nell'ordine, alcune salienti notizie biografiche, relative a questo esimio artista e un elenco cronologico delle sue mostre personali, perlomeno alcune fra quelle considerate di maggior rilievo:

Nasce a Milano nel 1934, dove tuttora risiede e intensamente lavora nel suo Atelier di Via Eustachi, 22.
Fin dal 1947, il pittore albanese Ibrahim Kodra ne intuisce le eccezionali inclinazioni al dipingere e lo avvia alla ricerca concreta di un proprio originale iter espressivo in quel campo specifico.
Presso l'Accademia di Brera, dal 1952 frequenta la Scuola Libera del Nudo sotto la guida di Aldo Salvatori, fino a conseguire (nel 1966-67) la cattedra di professore in "Belle Arti" ed intraprendere, congiuntamente alle proprie attività autonome, una trentennale carriera di docente di educazione artistica presso diversi istituti.
Nel 1960 frequenta l'Atelier di Giorgio Upilio, dove operano Giacometti, Lam, Fontana, De Chirico, dei quali ha la preziosa possibilità di studiare da vicino le distinte tematiche ispiratrici e modalità tecnico-lavorative.
Affina ed estende progressivamente le proprie capacità ad altri settori del figurativo collaborando dapprima con il maestro Tullio Figini (grazie al quale ha modo di apprendere i segreti della fusione rinascimentale 'a cera persa', e il vantaggio di potersi incontrare con artisti del calibro di Manzù, Crocetti, Manfrini, Minguzzi, Fabbri...); e in seguito, con la fonderia De Andreis di Quinto de Stampi, dove operano Marino Marini, Giò Pomodoro, Rudy Wach, Strebelle, Negri e Rosental.
Nel 1965 la galleria P. Lucas di New York lo nota, lo propone come grafico e lo segnala presentandolo personalmente a Salvador Dalì.
Una profonda dimestichezza con i testi sapienziali dell'antichità (dalla Bibbia e i Vangeli, ai Rig-Veda, le Upanishad, Jalaloddin Rumi...) lo induce a volerne trarre spunto, attraverso gli anni, per innumerevoli illustrazioni sotto forma di xilografie, acquetinte, acqueforti, linoleografie... unanimemente giudicate di alto valore tecnico e particolare pregnanza sul piano mistico-evocativo. Peraltro, da una concomitante spinta verso la ricerca del "bello utile" e delle relative concrete applicazioni nel quotidiano, nascono ora geniali soluzioni decorative, ora imponenti opere pittoriche di monumentale portata (perlopiù commissionate da gestori di edifici di pubblico interesse e/o famose chiese/basiliche italiane), di volta in volta realizzate in stretta collaborazione con celebri architetti -- fra i quali Figini e Pollini, De Carli, Gardella, Faranda, Selleri, Ponti. 
        
La sua prima mostra personale risale al 1957, alla Pinacoteca di Latina.
Successivamente ha esposto in numerose gallerie e spazi pubblici italiani ed esteri, fra cui si citano:

Biblioteca Sormani, Milano (1960, 1964, 1978);
Galleria Michaud, Firenze (1963, 1964);
Galerie Maurice Bridel, Losanna (1965);
Max G. Bollag Modern Art Center, Zurigo (1968, 1972, 1976);
Galleria d'Arte Moderna Villa Palestro, PAC, Milano (1969);
Museo Civico Arengario, Monza (1970);
Museo Municipale, Campione d'Italia (1973);
Phyllis Lucas Gallery, New York (1974);
Diogenes International Galleries, Atene (1974)
Palazzo dei Diamanti, Ferrara (1977) ;
Galleria Ducale, Vigevano (1977);
TWS Gallerie Isa Smith, Stoccarda (1978);
Biblioteca Comunale, Milano (1978);
Theater der Altstadt, Stoccarda (1979);
Galleria Michelangelo, Firenze (1979;
Galleria Porto di Ripetta, Roma (1979)
Antichi Arsenali della Repubblica, Amalfi (1980);
Gall. Planula Elissar, Beyrouth, Libano (1983);
Galerie Le Coin, Osaka, Giappone (1984);
Università Bocconi, Milano (1987);
Renitenz Theater, Stoccarda (1987)
Museo Nazionale della Repubblica Turca, Konya (1988);
Teatro Chiabrera, Savona (1988)
Centro Culturale San Fedele, Milano (1989)
Galleria Rinaldo Rotta, Genova (1991)
Galleria Ada Zunino, Milano (1991 - prima mostra personale interamente dedicata alla scultura in unico esemplare -  e 2002);
Comune di Rozzano, Cascina Grande (1992);
Galleria Am Jakobbsbrumen, Stoccarda (1993);
Istituto Italiano di Cultura, Madrid (1994);
Collezione Civica d'Arte, Palazzo Vittone, Pinerolo (1995);
Museo di Crema (1996);
Istituto Italiano di Cultura, Nairobi (2000);
Istituto Italiano di Cultura, Addis Abeba (2001);
Daimler-Chrysler MKP/MBP, Stoccarda (2003)

(Precisi ulteriori aggiornamenti all'anno in corso non  sono stati reperibili ai fini di questa nostra pubblicazione.)

  

NEL FINITO L'INFINITO
(Un afflato olistico nell'arte di Alessandro Nastasio)

   Che si affidi a pitture, sculture, mosaici, vetrate policrome, pannelli xilografici, collages o  quant'altro di strumenti espressivi appaiano di volta in volta più idonei, e che il soggetto prescelto sia ora scopertamente "religioso" (da una trasumanata effigie del Cristo, al mistero di un' Ultima Cena, a un memorabile Pater Noster illustrato, invocazione dopo invocazione, su tavole di bronzo fuso a cera persa...) ora, per contro, la vivace stilizzazione di un Cancan di primo acchito equivocabile per mero "dionisiaco" senza ulteriori risvolti, il peculiare atto creativo di questo artista di multiforme genialità credo si riveli ovunque e immancabilmente improntato ad una spontanea  compresenza di sensibile e spirituale che definirei "olistica": di terrestre respiro nel superno, di celeste nel mondano, e quindi di perenne/sconfinato nel contingente, come sostanza stessa delle passioni e del linguaggio materico volto a raffigurarle. Di qui, in un inseparabile nesso tra "invenzione" e "tecnica", tra ispirazione ed esercizio, in tutta quanta l'opera di Alessandro Nastasio traspaiono gallerie/cunicoli/varchi di reciproca interrogazione circa le umane sorti, presenti e ultraterrene, dove la mimesis, suggerita dal Pensiero e subito sottoposta al lavorio immaginifico delle metafore che ne discendono, propone in ogni caso a se stessa (e al suo fruitore) il peso di una prossimità concettuale che al tempo stesso è distanza in quanto istintiva tensione mistica verso il "sur-naturel" -- a voler mutuare un termine piuttosto efficace a un'estetica per molti versi analogamente "bifronte" come può dirsi quella baudelairiana. Per cui se, da un lato, le realizzazioni compositive del nostro rinviano in genere ad una sentita impossibilità di "imitare il naturale" ricalcandolo (specie laddove l'artista lo percepisce svilito da segni di discutibile "incivilimento": e ad esemplificare questa vena critica forse basterebbero, dopo Uovo cosmico, simbologia della creazione, del 2002, due titoli nastasiani di per sé eloquenti come Perdita di identità e Non è colpa dello specchio se le facce sono storte, risalenti all'anno immediatamente successivo), d'altro canto ogni sua iniziativa artistica palpabilmente trasuda la duplice "naturalezza" di sottostanti genuine intime motivazioni e, insieme, di un autentico "goût du travail": ovvero l'imprescindibile piacere di una artigianalità plastico-scenografica ansiosa -- e sempre magistralmente capace -- di contemperare l'etereo e il concreto, l'estro visionario e la manualità destinata a tradurlo in poetica della materia rivisitata e rivivificata. Nell'agone del postmoderno -- in cui troppo spesso si danno per Arte le più o meno originali produzioni di qualche talentuoso homo faber nel migliore dei casi in grado di scendere a patti con materiali variamente plasmabili ma da ultimo destinati a rimanere inerti, non di rado prigionieri della loro stessa opaca fisicità -- il nostro può ben dirsi raro modello di vero Artista: demiurgo indagatore/risolutore di una dualità estetica dove l'infinito (pensiero poetante della natura naturans) e il finito (strumento raffigurante della natura naturata) si integrano ad ogni passo, anzi indissolubilmente si immedesimano.

   Ma a monte di questo suo non comune esito artistico, a me Alessandro Nastasio lascia indovinare un percorso interiore ugualmente singolare e in qualche modo emblematico. "L'infinito (chi lo asserisce e lo insegna è Rabindranath Tagore: il "gran vegliardo" alla cui autorevolezza di poeta/pensatore/pedagogo non a caso il nostro ha esplicitamente voluto dedicare un recentissimo tributo personale in veste di artista/filosofo egli stesso) non è oggetto di rarefatta speculazione intellettuale, esso è reale e concreto come lo sono la luce e il calore del sole.  In India la maggior parte della letteratura è di carattere religioso proprio perché Dio, per noi, non è un Dio lontano: Egli abita giorno e notte le nostre case, tutte le nostre cose quotidiane, non meno che i nostri templi."  Ebbene, a me pare indizio significativo che, già parecchi anni fa, Nastasio scegliesse di denominare suggestivamente una sua opera I Novantanove Nomi di Dio; non saprei dire quanto consapevole fosse allora il nostro di richiamarsi così, indirettamente, per molte affinità intuitive di fondo, a quell'illustre poeta orientale Kabir (1400-1517), allievo dell'altrettanto celebre Ramananda e all'epoca attivissimo mediatore religioso fra induisti, musulmani e cristiani, i cui Bijak (Canti) furono tradotti da Tagore perfino in bengali, affinché anche gli allievi della sua famosa scuola potessero godere della profonda lezione spirituale che per quel tramite poetico viene trasmessa. In effetti, gli insegnamenti del Kabir 'ecumenico' sono appassionatamente elogiati e ribaditi da Tagore nel contesto di "Personality": volume in cui, quattro anni dopo aver conseguito il Nobel, egli volle compendiare sei delle sue conferenze più provocatorie ad orientamento psicosociofilosofico, nel complesso concepite come vademecum di "riflessioni per l'uomo occidentale".     
   Ad implicito commento di tanta parte di pensiero trasfigurato che l'arte di Nastasio sottende (e qui come non rammentare, fra l'altro, fra il 1982 e il 1998, nell'ambito di una serie di sculture poi raggruppate sotto il titolo rappresentativo di "Contraddizioni", alcune proposte quali L'Albero della VitaLa Vita e la Morte allo Specchio,  Qualche luce nell'Uomo?, o Spirito celeste, uomo solare, o ancora Processo di solarizzazione...) mi piace perciò riprendere per esteso uno dei Bijak che figurano tra i fondamentali citati da Tagore in quel medesimo libro suddetto:

Ritmico scocca il battito della vita e della morte:
l'estasi zampilla e tutto lo spazio s'irradia di luce.
Là si suona musica non suonata, è la musica d'amore di tre mondi:
Là dove, a milioni, ardono le fiaccole del sole e della luna;
Là dove il tamburo rimbomba e l'amante si dondola nel gioco;
Là dove echeggiano canti d'amore e, a scrosci, ne piove la luce.

   D'altra parte, il Nastasio assiduo frequentatore e intenditore di simbologia di matrice anche diversa da quella schiettamente biblico-evangelica, mi pare qua e là ispirato anche su quest'altro versante complementare: a mio personale sentire, fin dal lontano 1977 ne scaturivano mirabili esemplari di 'poesia concreta' sulla cui recondita allusività esoterica qui sono indotto a voler riflettere. E penserei in particolare alla stessa strutturazione scultorea di Preghiera celeste/Alfabeto e Crollo di un alfabeto: opere entrambe segnatamente connotate da quella certa simbolica "verticalità spaziale" per Tradizione riconducibile alle alterne sacre epifanie dello Spirito/Verbo dall'alto verso il basso, e viceversa. Non diverso torna a presentarsi l'impianto formale di un'altra scultura, datata 1989, Parole logorate dal tempo, che, ben potendosi idealmente riallacciare alle due cronologicamente anteriori, in definitiva viene a suggerirmi quanto radicato ed accorato sia il perdurante cogitare filosofico di Nastasio intorno al primigenio valore della Parola Divina in rapporto ad un Suo deplorevole costante processo degenerativo di frantumazione, di desemantizzazione e/o totale travisamento nella sempre più accomodante, ormai fatua interpretazione contemporanea del miglior significato del "luminoso/numinoso" vivere su questo nostro "atomo opaco del male".

   Forse in parte stimolato dalla diffusa plurivocità della mia ultima silloge poetica "Il vero, il bello...l'anello che non tiene", oggi l'amico Alessandro così sensibilmente mi scrive: "Carissimo, difficile è capire l'intreccio tra Verità e Bellezza, e tra ragione e fede. A detta di Agostino, 'la verità abita nell'uomo interiore'. Se non è pensata, è nulla."


Roberto Vittorio Di Pietro
Torino, settembre 2010

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