POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

venerdì, settembre 24

TI CHIAMERÓ MIMOSA di RENATA RUSCA ZARGAR

 


TI CHIAMERO’ MIMOSA...

Angelica entra dall’enorme cancello in ferro scuro del cimitero di Zinola, a Savona. Dinanzi a lei, pochi metri più avanti, la grande croce si libra sui campi dalle tombe adorne di fiori e di lumini: ella gira a sinistra, quindi a destra, e si inoltra in uno dei tanti vialetti.  Tra pochi giorni, sarà la ricorrenza dei Santi e dei Defunti: tutti vogliono rinnovare le tombe come a rinfrescare il ricordo. Angelica ha diversi parenti in quel cimitero ma, soprattutto, si reca spesso a visitare il tumulo della sua ex compagna di banco, Serena, la sua più cara amica, che non c’è più da tempo, quasi tredici anni. 
La sua perdita è stata uno sconvolgimento tale che ha mutato tutta la sua esistenza. 
È merito di quel trauma, tutto sommato, se lei, poi, si è sposata con Fausto e ora attende una bimba.  
Quindi, non può dimenticare né lasciare sola Serena anche se, in questo momento, a pochi giorni dal parto, fa fatica ad abbassarsi a togliere le erbacce, a pulire la lastra di marmo e la fotografia con uno straccetto umido, a cambiare i fiori vecchi con quelli nuovi. 
In realtà, sono fiori finti ma sbiadiscono al sole e alle intemperie di quel luogo spazzato dal vento e bisogna sostituirli diverse volte all’anno. Infatti, Serena deve avere la sua ultima casa sulla terra sempre in ordine, con la bella targa dorata, “Sarai sempre con noi, Serena”, su cui sono incisi i nomi delle cinque amiche del gruppo: Elisa, Giulia, Francesca, Marta e Angelica. 
Oggi, il tempo è clemente, nonostante stia per finire ottobre: non c’è vento, il sole è piuttosto caldo, sembrerebbe un felice prolungamento dell’estate. 
Angelica si siede sulla panchina nel viale, proprio a fianco della tomba di Serena. La bimba scalcia nel suo ventre.
- Ho comprato della mimosa per te, questa volta. - dice a Serena - Lo so, è stagione di crisantemi, ma non mi piacciono, mentre penso che il fiore delle donne, quello dell’8 marzo, sia più adatto a te. Anche tu, come tutte noi, volevi essere libera, indipendente, non sopportavi di adeguarti a un’esistenza povera e spenta… Inoltre, ho letto che Mimosa è un asteroide che sta su nel cielo, proprio come te, e ho letto anche che è la ventesima stella più luminosa del nostro firmamento! Anche noi eravamo venti, in classe, ma tu, in realtà, eri la più luminosa di tutte, con quelle tue gambe lunghe, il tuo sorriso scintillante, gli occhi scuri… La più attraente del Liceo, senza dubbio e, forse, anche la più esuberante. 
- Guarda che belli quei fiori, tutti gialli, allegri, primaverili! - esclama una ragazzina che passa con il padre, forse è venuta a trovare la nonna. -  É così che bisogna metterli, non quei tristissimi crisantemi bianchi spenti! Anzi, adesso ci sono le pigne, le felci con i brillantini, le rose con le gocce d’acqua…- il suo cicaleccio si perde più avanti. Angelica sorride. 
Sì, la casa di Serena è molto allegra e diversa, proprio come era lei. 

Loro sei ragazze si erano conosciute in prima superiore, quando si erano incontrate, provenienti da scuole medie diverse. Di solito, nell’intervallo, si riunivano insieme a chiacchierare, trovavano sempre dei punti di contatto, delle questioni da raccontarsi con foga, delle sensazioni da condividere. 
In effetti, in prima, c’era anche un’altra ragazza, Luana, ma poi era stata bocciata e aveva cambiato istituto. Il loro gruppo, invece, aveva resistito per tutti quei lunghi cinque anni. Della prima e della seconda classe, Angelica non ricordava ormai più molto: il solito chiacchiericcio, le simpatie ancora infantili, qualche flirt con i compagni più grandi, le lamentele sui voti, le antipatie per qualche professore, niente di che, insomma.
Il processo di cambiamento si era avviato in terza, quando le menti iniziavano a essere indipendenti o, almeno, volevano esserlo. Ricordava ancora una discussione relativa proprio alla ricorrenza dell’8 marzo.
- Mia madre - era stata Elisa a iniziare - per celebrare va in un dancing dove poi a mezzanotte c’è un uomo che fa lo spogliarello.
- Sì, anche mia cugina ci va. - aveva annuito Francesca - Dicono che si divertono, che l’uomo è sempre andato a vedere lo spogliarello femminile e che loro vogliono la parità!
- La parità non può essere questo: deve essere avere le stesse opportunità di lavoro, di carriera…- protestava, invece, Marta.
- E i figli, chi li guarda? - si chiedeva Elisa.
- Ma i figli sono di tutti e due i genitori, non di uno solo! - era ancora Marta a parlare.

- Mia madre - aggiungeva Elisa - dice che l’uomo non è capace di fare i mestieri e che devo saper cucinare e pulire, altrimenti come mi comporterò quando sarò sposata?
- No, mio padre aiuta in casa, - era stata lei a spiegare - si stira i suoi pantaloni e camicie, lava il pavimento… Mia madre racconta sempre che quando io ero appena nata, lui si alzava di notte, mi cambiava il pannolino e poi mi metteva vicino a lei che mi dava il latte. Mia madre è una dormigliona, non ce la faceva ad alzarsi, così lui le dava una mano.
- Davvero? - aveva risposto Francesca - Mio padre non ha mai mosso un dito in casa, e anche con me e le mie due sorelle non ha mai fatto nulla!
- Vedi? - sosteneva Serena - Dobbiamo essere diverse, dobbiamo raggiungere l’uguaglianza! Lo sai che spesso le donne sono meno pagate dell’uomo per lo stesso lavoro? A un’amica di mia madre che lavora in una ditta a Vado, il capo ha detto che se fosse stata un uomo avrebbe avuto un avanzamento di carriera ma, siccome è femmina, doveva aspettare! Inoltre, le chiede di andare sempre ben vestita, gonna stretta, tacchi alti, perché si occupa di pubbliche relazioni. No, basta con bambini e pannolini. Basta con la schiavitù! Il mondo è zeppo di cose belle.
- Sai quanti anni sono che le donne lottano per la parità? - illustrava, allora, Marta, che era la più studiosa - Fin dalla rivoluzione francese, quando Madame de Keralis aveva presentato all'Assemblea Rivoluzionaria il suo “Cahier de Doléances des femmes”. Olympe de Gouges, invece, aveva pubblicato “Le prince philosophe”, un romanzo che rivendicava i diritti delle donne, e aveva iniziato anche a organizzare gruppi di donne…
- Sì, infatti, è stata ghigliottinata! - l’aveva subito sbeffeggiata Elisa.
- Ho letto che, secondo alcune ricostruzioni - continuava ancora Marta, senza perdere la pazienza - l’8 marzo ricorderebbe la morte di 146 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate dall'Europa, nell’incendio di una fabbrica. Di sicuro è che la giornata celebra le lotte delle donne per la conquista del voto e dei suoi diritti di persona. É davvero triste, allora, che ci si riduca a fare ciò che noi critichiamo nell’uomo: la mercificazione del corpo femminile. Non è certo mercificando quello dell’uomo che la donna sarà migliore! Anzi, ti dirò di più: quando la donna prende il peggio delle abitudini dell’uomo, dimostra solo che l’uomo ha ragione a tenerla in servaggio.
- Ben detto! - era intervenuta Giulia - Mia nonna, che è vedova, racconta sempre di mio nonno che, essendo uomo, la tradiva. Non poteva neppure farne a meno, secondo lei, perché aveva gli occhi azzurri, era bello, e le donne, che sono sporcaccione di natura, lo corteggiavano! Inoltre, non perde occasione di parlare male delle donne e prendere le parti del maschio ogni volta che può. Vecchia mentalità.   
La conversazione era durata a lungo. Ognuna diceva la sua.
In quel tempo, più che altro, Angelica stava ad ascoltare: le sue amiche dimostravano di avere le idee ben più chiare di lei. Ma le piaceva stare con loro, fare parte di un gruppo, non essere mai sola. Insieme, andavano dappertutto, incontravano tanti ragazzi, ridevano, scherzavano… In classe, si scambiavano battute zeppe di sottintesi che gli altri non potevano capire. Era tutto molto divertente.
Verso la fine dell’anno scolastico, Serena aveva conosciuto un quarantenne rampante, Nicola. Egli veniva a prenderla all’uscita della scuola con un’auto blu lunga lunga, non ne ricordava la marca, di quelle che non si vedono frequentemente in giro. Era un avvocato di Genova: forse, Serena l’aveva incontrato in discoteca e ne era rimasta affascinata. I genitori di Serena, infatti, erano molto poveri: lei era l’unica figlia e si davano tanto da fare per farle seguire il Liceo. Poi, speravano che lei avrebbe frequentato l’Università e, magari, sarebbe diventata medico. 
Serena aveva iniziato a vestire capi firmati, indossare vertiginose minigonne e tacchi a spillo. Diceva che lavorava la sera del week end nei locali come p.r. (pubbliche relazioni) e guadagnava parecchio. Con la scuola faceva fatica ma, con l’aiuto delle amiche che le passavano qualche compito e con qualche lacrimuccia (gli insegnanti l’adoravano perché era davvero bellissima), era riuscita a passare l’anno.
Così, si erano ritrovate tutte in quarta. Serena era sempre più impegnata con la sua attività, Elisa si era fidanzata con un certo Gianmarco, per il resto, niente di speciale. 
Alle volte, però, quando pranzavano insieme il martedì, giorno del rientro pomeridiano a scuola, Elisa non aveva il denaro neppure per un panino. Serena glielo offriva volentieri - lei era sempre ben fornita -, ma il problema era che tutti i soldi di Elisa finivano nelle tasche di Gianmarco! Lui, infatti, beveva parecchio, così aveva perso il lavoro da aiuto idraulico e cercava sempre qualche spicciolo per attaccarsi alla bottiglia o andare nel bar a farsi un cicchetto.
- Lascialo! - le raccomandavano tutte - Che te ne fai di un tipo simile?
- Non è violento? - le domandava proprio lei, Angelica, perché aveva sentito che chi beve diventa violento.
Ma Elisa non ce la faceva a lasciarlo, lo amava. - Lui mi vuole bene. -rispondeva convinta - Non mi farebbe mai del male. E poi, mi sembra più grande, un vero duro…In fondo, lui si ribella a questa stupida società borghese e fa quello che noi non abbiamo il coraggio di fare. 
In aprile, era proprio il compleanno di Elisa. Serena, per festeggiare, aveva organizzato e offerto a tutto il gruppo quattro giorni all’Isola d’Elba.
Così, le sei ragazze, entusiaste, erano arrivate nel simpatico albergo di Rio Marina in serata. Dopo una doccia, erano scese a cenare - quanta allegria e risate e racconti - e poi erano andate a fare una passeggiata sulla spiaggia. L’atmosfera era davvero magica: il cielo blu limpido, le stelle, il disco arancio della luna, il dolce sciacquio delle onde che lambivano l’arenile… 
Là, nel buio della magnifica serata, Serena aveva acceso una canna e se l’erano passata tra di loro. Poi, ne avevano fumato un’altra e un’altra ancora. La testa girava nell’euforia di qualcosa di diverso, un’esperienza nuova… Almeno per lei, lo era.
Quindi, si erano recate in discoteca dove avevano bevuto vari drink con un nugolo di giovani corteggiatori intriganti… 
Con una certa vergogna, ora, Angelica ricordava di non aver mai saputo cosa avesse fatto dopo.
Si era risvegliata, nella tarda mattinata, con le sue amiche, nella casa di un tale Marco.  Ridevano tutte, allora, ed erano, forse, orgogliose di aver passato una così bella notte!
Dopo, erano tornate in albergo per riposarsi e la sera erano andate direttamente a casa di Marco. 
Là c’erano già alcuni altri ragazzi e, insieme, avevano sniffato della cocaina. Angelica, sotto l’effetto della droga, era rimasta ben sveglia, così aveva potuto assistere a tutto quanto avveniva! Eppure, non era stata capace di fermarsi, di dire no, di scrollare le sue amiche gridando loro: “Non buttiamo via così il nostro corpo! L’amore non può essere questo passare di mano in mano… Non siamo solo carne da divertimento! E che piacere c’è a sballare, a non essere consapevoli, a perdere la ragione, a stare male?” 
Allora lei non aveva coraggio, faceva tutto ciò che facevano le compagne, anche se, dentro, le rimaneva un lungo fastidioso disagio.
Il giorno dopo, tutti i giovani, insieme, avevano programmato una gita in barca ma lei, che stava molto male probabilmente a causa delle droghe e dell’alcool a cui non era abituata, aveva dovuto rimanere in albergo e persino chiamare il dottore! 
Le sue amiche, invece, si erano divertite tantissimo: avevano potuto sfoggiare la loro bellezza, i loro abiti e i loro spasimanti con vanto, come se tutto il mondo fosse lì a osservare il loro successo!  
Lei era rimasta a letto fino alla fine della vacanza e le compagne avevano continuato ad andare da Marco anche la sera successiva e l’altra ancora, visto che avevano voluto fermarsi un giorno in più su quell’isola tanto bella (della quale, tuttavia, avevano visto solo la casa di Marco e poco altro)!
Infine, tutte avevano dovuto tornare a casa. 
Sembrava essere ricominciata la solita vita: ma, forse, non era così. 
Serena aveva confidato loro che, qualche volta, la invitavano a feste in casa di persone molto ricche. Là si sniffava e si doveva essere gentili con tutti. Qualche volta, si trattava di persone anziane che la ospitavano per l’intera notte. In cambio, le regalavano gioielli, abiti, denaro… 
Serena stava per compiere diciotto anni e, appena avesse preso la patente, un’auto rossa fiammante sarebbe stata sua! 
- Ma come giustifichi tutta questa roba con i tuoi genitori? - le aveva chiesto Marta.
- I miei genitori sanno che lavoro in discoteca e che guadagno bene. Loro non sono neppure in grado di valutare il costo degli abiti che indosso e dei gioielli. Gli dico che sono imitazioni, che ho comprato nei saldi e cose di questo genere. Sono ignoranti, non possono capire.
- Ma come fai ad andare con dei vecchi? Non ti fa schifo?
- Ci si abitua. Basta chiudere gli occhi e pensare ad altro, ad esempio alle belle cose che avrò dopo, alla casa sfarzosa che presto avrò anch’io, agli oggetti di lusso che amo tanto… Poi, quando mi vesto elegante e tutti mi guardano ammaliati… Ecco, quella è la mia soddisfazione! Intanto, mi hanno promesso una parte in un film o una partecipazione agli spettacoli televisivi di varietà! La mia vita non dovrà essere quella dei miei genitori che si ammazzano a lavorare per pochi euro…
- Potresti cambiare la tua esistenza facendo il medico come vorrebbero i tuoi genitori o qualche altra professione dove si guadagna bene, che ne so, l’avvocato… era sempre Marta che aveva la forza di esprimere i pensieri che, probabilmente, erano anche i loro.
- Ma cosa dici? Ci sono tanti avvocati disoccupati e altri che guadagnano pochissimo per tanti anni, prima di farsi conoscere! C’è tanta gente che passa la vita a studiare e poi ha uno stipendio misero! Nel mondo dello spettacolo, invece, si guadagna subito e bene. Le ragazze come me, carine, trovano sempre qualcosa da fare e intascano in fretta…
- Te lo auguro ma, per ora, non mi sembra una gran bella vita…
La conversazione era stata interrotta dall’arrivo della macchina sportiva di un noto imprenditore milanese che era venuto a prenderla. Mentre saliva sull’auto, Serena aveva messo in mostra le lunghe cosce perfettamente fasciate in collant a rete. I passanti si giravano sempre a guardarla, non era una ragazza comune.
A metà maggio, Francesca aveva rivelato di essere rimasta incinta.
- Quando è successo? - le avevano chiesto le compagne.
- All’Elba. - aveva risposto lei.
- Ma non hai preso nessuna precauzione?
- No, non mi aspettavo succedesse. Non so neppure chi sia il padre.
- Uno dei ragazzi che c’erano in casa di Marco, ma che t’importa? Se conoscessi il padre sarebbe diverso? - era intervenuta subito Serena.
- Non so…
- Perché, vorresti tenerlo? Lo sai che significa? Distruggere la tua vita, essere sola con un figlio di chissà chi, non potresti più continuare a studiare, né divertirti…
- Adesso che faccio?
-Devi abortire - aveva ribattuto con decisione Serena.
- Ma come posso? I miei genitori se ne accorgeranno…
 -No, faremo tutto per bene. Dirai che vai in gita e, invece, andrai all’ospedale. Basta una giornata, è una cosa da nulla. - Serena sembrava molto sicura.
- Ma le gite scolastiche sono finite, non ce ne sono più a maggio! - aveva obiettato Giulia.
- Sì, ma i genitori di Francesca non lo sanno. - Serena aveva sempre la risposta pronta.
- É vero. I miei genitori non sanno nulla di me e della mia scuola. Mia madre, da quando è andata a vivere a Milano con la scusa del lavoro, non si occupa più di me e neppure delle mie due sorelle. Invece di separarsi, l’ipocrita ha pensato bene di fingere e di trasferirsi. Mio padre, poi, è fuori tutto il giorno… Non sono mai andati neppure una volta al ricevimento dei professori!
- Bene, non sarà difficile, vedrai, ti aiuterò a pianificare tutto.
- Come fai ad essere così esperta?
- Mah, all’inizio, quando ero ancora sprovveduta, è capitato anche a me. Nicola allora mi ha insegnato tutto ciò che avrei dovuto fare.
- E dopo sei stata male?
- Per cosa? L’intervento è una sciocchezza.
- No, per aver perduto un figlio…
- Ma che figlio! Non c’è ancora niente, è meno di una nocciolina. Che t’importa di una nocciolina? E, poi, non sai neppure chi sia il padre. 
Insomma, Francesca aveva fatto tutto insieme a Serena, dopo due giorni era già di nuovo a scuola e, se soffrisse dentro, fuori non si vedeva di certo.
Inoltre, l’anno dopo, in quinta, Giulia, Francesca e Marta avevano iniziato un nuovo passatempo.  Entravano in un negozietto di Corso Italia e, mentre una teneva occupata l’esercente chiedendole informazioni, l’altra ficcava nella borsa di Giulia qualche collana o oggettino di poco valore. Giulia, in realtà, non aveva il coraggio di prendere in mano qualcosa da portare via e, quindi, serviva sia da palo, certe volte, che per mettere in borsa la refurtiva.
Serena aveva subito criticato quel gioco. - Che bisogno avete di andare a rubare? É pericoloso. E tu, Marta, non mi sembravi il tipo della ladra.
- Prima di tutto - era stata la replica di Marta - noi non siamo ladre, non andiamo mica a rubare in banca! E poi è molto divertente, è il brivido dell’adrenalina che ci attrae, non tanto quello che prendiamo. Abbiamo bisogno di nuove emozioni.
- Ma cosa farete se vi scoprono?
- Ci mettiamo a piangere - aveva ribattuto Francesca - così si impietosiscono e non ci denunciano. In fondo, abbiamo la faccia da brave ragazze, ci crederanno quando fingeremo che fosse la prima e unica volta! 
Così avevano continuato per tutto l’anno scolastico: ormai, però, rubavano dappertutto, era troppo spassoso! Prendevano pantaloni, abiti, camicie in vari negozi… In quel modo, avevano sempre cose nuove da indossare! Se, invece, entravano in un bar dove non c’era nulla da “asportare”, almeno fregavano qualche bustina di the!
Intanto, Elisa aveva finalmente lasciato Gianmarco e aveva presentato loro la sua altra conquista, Luca. - Ma è un tossico! Non si regge in piedi - le avevano poi detto tutte insieme.
 - Sì, ha avuto qualche problema con la droga, ma vuole cambiare. - le aveva rassicurate lei.
- Stai attenta a non diventarlo tu.
- Figurarsi. Io so quello che faccio. Gianmarco beveva e io sono forse diventata un’ubriacona? State tranquille. 
I mesi erano trascorsi più o meno felicemente. Il gruppo era sempre quello, forse, ora si vedevano un po’ meno, tutte prese dai loro impegni. Ma, a scuola, erano sempre vicine nei banchi e si aiutavano nelle verifiche, nei compiti, si raccontavano le ultime esperienze sessuali o gli sballi.
Lei, Angelica, non parlava molto, anche perché non aveva tanto da dire. Il disagio che provava un tempo per le trasgressioni delle amiche - a molte delle quali, però, aveva partecipato anche lei - si era assai affievolito. Erano giovani, che male c’era a voler vivere intensamente?  
In particolare, era parecchio attratta soprattutto dalla bella vita di Serena e pensava che, finito l’anno e superato l’esame, si sarebbe trasferita a Genova per l’Università. Là, lontana dai genitori, avrebbe potuto essere più libera. Allora, avrebbe chiesto a Serena di farla entrare nel giro, avrebbe potuto lavorare in qualche locale notturno e, magari, trovare anche lei qualche spasimante danaroso…
Si rendeva conto che, dopo Serena, lei era la più bella del gruppo e allora perché non usare quel suo fascino giovanile che, poi, sarebbe inesorabilmente finito? Perché non avere tutte le cose belle che, in fondo, piacevano tanto anche a lei?
Alle volte, quando andava con sua madre all’Ipercoop a fare la spesa, vedeva diverse persone anziane sedute sulle panche proprio di fronte alle casse. Se ne stavano lì a passare il tempo, dopo magari una vita di duro lavoro, in solitudine, a guardare la gente che passeggiava o faceva acquisti… Non poteva essere quella l’esistenza, doveva esserci di più! Non voleva ridursi un giorno come quei poveretti, voleva essere come gli amici di Serena e Serena stessa: una vincente!
Verso la fine dell’anno scolastico, avevano incominciato a riguardare insieme le varie materie per prepararsi all’esame. Serena, però, era spesso impegnata di qua e di là per l’Italia. Aveva fatto anche un’apparizione come ragazza immagine in un programma televisivo e sperava di essere convocata per qualche altro provino.
Elisa, invece, spesso si addormentava, la mattina, e non veniva neppure a scuola. Rimanevano Marta e Francesca che, essendo molto intelligenti, se la cavavano sempre, mentre Giulia, che non aveva le stesse capacità delle altre, forse a causa del tempo perso girando nei vari negozi, aveva molte insufficienze. 
Infine, erano arrivati gli scrutini e i risultati: di loro sei, solo Giulia non era stata ammessa all’esame. C’era rimasta molto male e si era rintanata in casa.
Quei pochi giorni di studio per loro, invece, erano volati via. Francesca aveva lanciato l’idea della festa la notte prima dell’esame di italiano, proprio come aveva visto in un film. 
Serena, allora, aveva organizzato la serata: sarebbero andate in una discoteca sulla spiaggia a Genova, un luogo molto carino.
I genitori, naturalmente, non dovevano saperlo: ognuna aveva detto che avrebbe dormito da un’amica per ultimare il ripasso.
Nicola era venuto a prenderle insieme a un amico affascinante quanto lui che aveva, da subito, iniziato a rivolgere lo sguardo proprio su di lei, Angelica. Elvio, così si chiamava l’uomo, era proprietario di vari locali della riviera, sulla quarantina, brizzolato, alto, elegante… La sua automobile era una Mercedes blu e di solito girava con l’autista. Quella sera, però, voleva svagarsi un po’ e, perciò, aveva accettato l’invito di Nicola che gli aveva detto che c’erano cinque belle savonesi da far divertire prima degli esami. 
La discoteca era davvero strepitosa: luci, divani, gente elegantissima, ragazze immagine, poi c’era stato persino lo spogliarello di una giovane mulatta (quanto le sembrava fortunata a essere così bella e ammirata!) e lo spettacolo intrigante di un boy sudamericano altrettanto fascinoso e disinibito.
Ma Elvio non aveva occhi che per lei… Era dolcissimo. Non la lasciava mai: sulla pista le cercava lo sguardo, l’accompagnava al bar e le aveva offerto alcuni drink… Sembrava che lei lo avesse colpito al cuore! Quando lui le aveva chiesto di finire la serata nel suo appartamento, uno splendido pied à terre a Recco, Angelica non aveva detto di no. 
Là lui le aveva messo davanti la polvere bianca. - Faremo grandi cose, insieme, io e te! - le aveva ripetuto più volte. 
Per fortuna, Angelica non si era addormentata e, quando erano circa le cinque del mattino, mentre lui, invece, riposava beatamente, era uscita in strada. Di là aveva cercato un taxi che la portasse in stazione, e aveva preso il treno. Sopra, a quell’ora, c’erano solo le prostitute nigeriane che tornavano a casa dopo il lavoro sulla strada. Erano abbigliate vistosamente ma, d’altra parte, anche lei era vestita da sera… Solo che lei non era una prostituta: avrebbe rivisto Elvio, un uomo tanto affascinante che l’avrebbe amata, avrebbero avuto una relazione, avrebbe vissuto intensamente una grande passione…
Ora, però, doveva andare a dare l’esame! Appena arrivata a Savona, aveva chiamato una compagna e le aveva chiesto di portarle nel bar della scuola qualcosa da indossare che fosse meno appariscente del suo completo da sera.
Così, puntuale, era entrata a sostenere la prima prova, il tema di italiano. Serena non c’era, né si era fatta viva in qualche modo. Elisa, Marta e Francesca, invece, erano rientrate da Genova durante la notte, avevano dormito qualche ora in casa di un’amica più grande e ora erano lì, a cimentarsi con le tante pagine dei temi ministeriali.
Più o meno, poi, erano uscite tutte da scuola intorno alle 14 e avevano saputo la notizia che serpeggiava divulgata dai telegiornali: Serena era morta per un cocktail di droghe e alcool. L’avevano trovata proprio quella mattina stesa dietro un cassonetto della spazzatura, scaricata, evidentemente, da chi l’aveva usata e poi gettata via, come una scarpa vecchia!
I compagni e i professori erano tutti scioccati: così bella, che brutta fine! Ma si doveva tornare a casa, dormire, mangiare, affrontare la seconda e la terza prova, l’orale.
Il dolore era come un cancro nello stomaco.
A casa, la mamma le aveva chiesto: - Ma non era tua amica? Come mai si trovava a Genova proprio la notte prima degli esami quando tutti ripassano o, almeno, si riposano?  
Tra le lacrime, lei rispondeva di non saperne nulla. Infine, la verità era venuta fuori sui giornali: Serena era una prostituta di alto bordo, “escort” le chiamavano adesso, gente che sceglie il lusso vendendosi, che rinuncia a una realtà conquistata giorno per giorno con onorabilità e sacrificio, per avere tutto e subito. Sopra di lei, gente senza scrupoli che la sfruttava e altri, non certo giovani, che amavano avere rapporti con giovanissime e bellissime ragazze. 
- Ma tu non ti eri mai accorta di nulla? - la interrogava incredula sua madre - Possibile che non abbiate saputo! Se lei si fosse confidata, l’avreste messa in guardia, le avreste detto che non avrebbe mai avuto un futuro, la gioia di abbracciare i propri figli, di vederli crescere con orgoglio, di prepararli a una vita pulita e onesta. Sono certa che, se si fosse aperta con te, con le altre amiche, glielo avreste spiegato, l’avreste indirizzata a una vita dignitosa…
Angelica ascoltava senza rispondere nulla. Che cosa avrebbe potuto dire? Il dolore era insopportabile, in più ora si sentiva doppiamente colpevole: per sé, per la sua stupidità, e per Serena. Davvero non avrebbe potuto fare niente per metterla in guardia? Lei stessa aveva desiderato partecipare a quel tipo di vita! Ora si rendeva conto che basta un attimo per distruggere sé stessi, il proprio avvenire, basta un attimo per morire!
- Chiunque sapesse doveva aiutarla - continuava sua madre - era solo una ragazza di appena diciotto anni, compiuti da poco! Forse la povertà l’aveva spinta a fare passi avventati, la voglia di cose belle, di lusso… Ma, anche se non fosse morta, un domani, che vita avrebbe avuto? Chi l’avrebbe voluta come madre dei suoi figli? La giovinezza passa in fretta, dopo non si è più desiderabili, questa gentaccia vuole sempre carne fresca! E lei cosa avrebbe fatto? Il mondo dello spettacolo? Ma Serena non sapeva fare nulla, per essere attrici o ballerine o cantanti ci vogliono anni e anni di studio, di sacrifici… Lei avrebbe fatto qualche apparizione come una bella statua, avrebbe mostrato il sedere a tutti, e poi sarebbe stata messa via. Quante finiscono così! Basta! Vedo che soffri. Tu non ne puoi niente. Non è colpa tua se il mondo è corrotto. Ma noi dobbiamo sempre cercare di migliorarlo. Quanto più vediamo lo sporco, tanto più dobbiamo essere noi puliti e forti. Lo dobbiamo a noi stessi e agli altri. 
Fino a poco tempo prima, aveva considerato i pensieri di sua madre come quelli di una sfigata, una che non aveva combinato nulla nella vita, con quelle idee vecchie di secoli! Ora, forse, ci stava ripensando.
Aveva fatto anche un sogno: doveva cambiare casa e stavano portando via tutto, svuotando le stanze a una a una. In una camera, c’era il letto della zia, la vecchia zia Mariuccia, ormai morta, che le aveva voluto tanto bene. La vecchietta era là, immobile, ma non in cattive condizioni, si muoveva abbastanza agevolmente. Mariuccia aveva sempre affermato che non avrebbe mai cambiato casa ma, dato che Angelica si trasferiva, sarebbe andata volentieri con lei. Così lei la portava via, con il letto e tutto. Allora girava per le stanze a cercare se fosse rimasto qualcosa, persino i vasi dei fiori sui poggioli laterali, non voleva lasciare nulla. Sentiva pure l’odore della zia, quando era malata, sulla sedia a rotelle.
Intanto, il gruppo delle amiche si era sciolto. L’ultima loro uscita era stata al funerale di Serena. I genitori avevano voluto una bara in legno pregiato, completamente ricoperta di fiori. Tutta la scuola era là, a piangere una fanciulla tanto bella e sfortunata e, dopo la funzione in chiesa, l’avevano seguita a piedi fino a Zinola.  Lei, però, non aveva avuto neppure il coraggio di andare ad abbracciare i poveri genitori impietriti. Non poteva nemmeno guardare dalla loro parte. 
Pochi giorni dopo, pure l’esame si era concluso. Erano state tutte promosse, anche se con voti bassi. 
Ognuna era andata per la sua strada e non si erano mai più sentite, né mandate messaggi. Il fantasma di Serena era rimasto tra loro a dividerle. 
Angelica si era iscritta all’Università a Torino e si era messa a studiare seriamente. 
Forse, aveva portato davvero la zia con sé, perché piano piano aveva cominciato a capire, a saper scegliere il bene ed evitare il male. Aveva compreso quale fosse davvero l’esistenza povera e spenta. Aveva stretto nuove amicizie e si era laureata come psicologa a pieni voti.
Dopo qualche anno, aveva conosciuto Fausto: anch’egli era avvocato, ma molto diverso da Nicola! Fausto era una persona per bene, aveva da poco aperto il suo studio e non era certo ricco, nonostante si impegnasse molto. Lavorando in due, però, si poteva avere una certa tranquillità economica. 
A lui aveva raccontato tutto di sé, anche la parte più brutta, di Serena e del gruppo. E lui era stato contento che lei si fosse salvata e che potesse, ora, essere una donna di cui avere sempre fiducia e sulla quale poter contare. Perché l’esperienza l'aveva resa consapevole. 
Le altre? Giulia non l’aveva mai più incontrata, sapeva che non aveva più preso il diploma né si era sposata e che lavorava come barista da qualche parte. Marta si era iscritta alla Facoltà di veterinaria e poi era andata a lavorare in Trentino. Francesca si era iscritta ad Architettura, ma aveva lasciato dopo il primo anno. Aveva sentito dire che non avrebbe potuto avere figli. Lei non era riuscita a non pensare che fosse a causa di quell’aborto. Comunque, aveva sposato un muratore titolare di un’impresa edile e lo aiutava a gestirla.
Si era imbattuta in Elisa, una volta, in piazza del Popolo: era scheletrica, aveva lo sguardo perso, i capelli erano diventati crespi e radi. Al suo richiamo: “Elisa!” non l’aveva neppure riconosciuta.
Adesso capiva che la vita vera era la sua attuale: semplice, ricca di affetti, l’unica a poter dare la felicità. Adesso avrebbe potuto insegnare a sua figlia perché aveva tanto da darle, soprattutto molto amore. La confusione di valori in cui si dibattevano tutte loro, in quel periodo, si era riordinata, almeno per lei, in sane certezze.
Eppure, i tempi erano ancora cambiati, forse, in peggio. Pochi giorni prima, la figlia di una sua conoscente era scappata di casa diretta a Trieste, non appena aveva avuto i soldi per comprarsi il biglietto del treno. Voleva raggiungere un ipotetico giovane conosciuto su facebook!
Per fortuna, un compagno di classe, spaventato da un atto tanto grave, non era riuscito a mantenere il segreto. Piangendo disperatamente a scuola, aveva allertato l’insegnante di educazione fisica, alla quale aveva raccontato la verità. Così, la ragazzina, che aveva solo quattordici anni, era stata riportata a casa senza neppure essere arrivata a Milano. 
Ogni giorno, si leggeva sui giornali, scompaiono giovani incaute e molte di loro non vengono più ritrovate! Per buona sorte, quella era stata salvata in tempo!

Angelica si accarezza la pancia, dove la sua bambina pare stia facendo un salto triplo. Le sembra di ricordare che il nome mimosa significhi delicata o, forse, imitazione, perché un’altra pianta con lo stesso nome fa richiudere le foglie su sé stesse quando vengono toccate, come se fosse dotata di sentimenti. 
- Ti chiamerò Mimosa - le sussurra con un sorriso - e non lascerò che tu debba crescere imparando da tanto dolore come noi! 

Renata Rusca Zargar

(Per la trama, liberamente ispirata a storie vere, ci si è avvalsi della consulenza di Zarina Zargar, diciottenne al tempo della stesura del racconto).


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