POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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giovedì, giugno 26

Leggere Hafez a Shiraz

Di Elena Refraschini
Coutchsurfing.org/people/elenaritaly

Sono le 5,40 e, dopo qualche ora di buio che ha ricoperto le dune dell’Altipiano Iranico, il sole sta per alzarsi di nuovo sull’austera stazione dei treni di Shiraz. Alle nostre spalle solo un paio d’ore di sonno: il nostro compagno di scompartimento, Parviz, così timido e gentile da sveglio, si è trasformato in un trattore Lamborghini durante la notte.
 Come sempre succede a bordo di queste “case viaggianti” (così le chiama la scrittrice Luciana Castellina, che di viaggi in treno se ne intende), conoscere Parviz è stato uno dei tanti doni offerti da questo tipo di avventure itineranti, ancora più prezioso perché in Iran: quasi non ci eravamo nemmeno presentati, ma già avevamo collezionato un invito a Delhi, dove Parviz insegna letteratura persiana all’università, e a Baton Rouge, in Louisiana, dove vive la sorella (è strano quanto la croce di qualcuno possa essere la salvezza di qualcun altro: pensavo al mio host a Menphis, conosciuto l’anno precedente, che era fuggito dalla natia Baton Rouge appena raggiunta la maggiore età).
Per questo, forse, amo viaggiare in treno: è quasi un’esperienza mistica, sempre sospesa tra lo spazio ristretto e forzatamente intimo delle cuccette e quello esterno, infinito e costantemente mutevole.
Ancora stanchi e assonnati, io e il mio compagno (marito, per le autorità iraniane, e con uno o due figli in cantiere, per Parviz) ci dirigiamo verso il gruppo di tassisti e, con l’aiuto del nostro fedele amico di scompartimento, strappiamo un buon prezzo per una corsa verso la nostra destinazione finale: casa di Arash (come il leggendario arciere persiano), che ha risposto con entusiasmo alla nostra richiesta di ospitalità e che ci sta aspettando, sveglio, in un giorno lavorativo, sull’uscio di casa nel quartiere periferico di Kolbeh.
Arash è un trentottenne dall’aria colta e serena, che ha arredato in modo semplice ma attento la casa che sarà “nostra” casa per i prossimi giorni: è evidente la sua passione per i viaggi, dato che in ogni angolo troviamo souvenir da diverse parti del mondo, dalla Malesia all’Australia. Ma è in Italia che Arash ha lasciato il cuore, e infatti troneggia fiera sulla parete di soggiorno una versione puzzle della Gioconda, pezzo d’arredamento quantomeno discutibile ovunque ma non qui, perché qui è solo un omaggio che fa tenerezza.
“La vostra camera è qui”, ci dice mentre ci conduce al suo studio e agli invitantissimi materassi stesi a terra. “Se volete usare il computer, è già acceso. Tornerò a casa assieme a Tahareh verso le 15.”
Arash va al lavoro e noi piombiamo in un meritato riposo, con le chiavi di casa in borsa.
Al risveglio, in cucina troviamo la tavola imbandita e un semplice bigliettino, “enjoy your breakfast!”.
And we did:barbari, il delizioso pane iraniano servito con formaggio di pecora, insalata di cetrioli e pomodorini, yogurt con confettura di ciliegie fatta in casa e l’immancabile tè da bere attraverso una zolletta di zucchero posta tra i denti. Mentre laviamo i piatti, tornano i nostri ospitanti: Tahareh – una donna silenziosa e dai modi gentili che non si toglierà mai il velo dalla testa, neanche in casa – aveva fatto la spesa per il pranzo: kebab con mirza ghasemi, ovvero crema di melanzane (e io pensavo che in Iran, durante il Ramadan, avrei almeno perso qualche chilo di troppo…).
Durante il pranzo conosciamo meglio la metà femminile della casa, che non mangia con noi perché, appunto, è Ramadan: Tahareh (“pura” si die) non condivide la stessa passione di Arash per i viaggi, ma ama la cultura, e infatti segue da diversi mesi un corso di inglese in città (si emoziona un po’, quando le dico che in Italia sono un’insegnante di inglese), mentre da anni si dedica allo studio della poesia di Hafez insieme ad un gruppo di amiche. Uno dei motivi per cui abbiamo deciso di fermarsi a Shiraz è, in effetti, la sua storia: oltre a essere stata capitale durante la dinasia Zand, Shiraz ha dato i natali a due dei maggiori e più amati poeti persiani, Sa’adi e Hafez,
Non basterebbe un libro intero per spiegare cos’è la loro poesia per gli iraniani, ma posso almeno ricordare rapidamente che, durante Shab-e Yalda (il solstizio d’inverno) oppure il Noruz (ll capodanno persiano), dopo cena ogni famiglia prende la propria copia del Canzoniere di Hafez e ne legge un componimento, che si crede essere una previsione per l’anno che verrà. Chiunque in Iran sa recitare a memoria almeno qualche verso di un ghazal di Hafez, e sarà contento di farlo per voi. E’ per questo che coglliamo la palla al balzo e chiediamo a Tahareh se ha voglia di accompagnarci a visitare i mausolei dei due poeti, che attirano a Shiraz migliaia di visitatori ogni anno.
Arrivati al mausoleo di Hafez, abbiamo occasione di fare un po’ di poeple watching mente attendiamo che si accorci la coda all’ingresso: le donne, qui, sanno essere eleganti anche quando devono vestirsi in modo modesto e con colori scuri. Ormai siamo in Iran da qualche settimana e distinguiamo subito le donne delle classi alte: indossano indumenti di tessuti pregiati, per quanto coprenti, e precisi nel taglio; il velo dona grazia al viso, che guarda dritto e e sicuro davanti a sé, ben truccato e senza problemi di pelle (l’acne sembra essere un problema molto diffuso qui, specialmente tra le adolescenti). La visita al mausoleo sembra una tappa obbligata per tutti, ricchi o meno.
Entrati nel mausoleo, ci attende uno spettacolo quasi surreale: un incantevole giardino (sapete che la parola “paradiso” deriva dall’antico persiano “pairi daeza” , “giardino chiuso da mura”?) al centro del quale sorge il padiglione che protegge il luogo del riposo del celebre poeta. Mentre gli altoparlanti diffondono versi del suo Canzoniere, vediamo uomini e donne che sussurrano i componimenti in modo raccolto, altri che baciano la parete marmorea della tomba, altri ancora che vi appoggiano la fronte.
“Questo è un vero e proprio luogo di pellegrinaggio”, mi spiega Tahareh, “anche se purtroppo non piace al governo, perché apre le menti. Vedi?”, mi chiede indicando uno spazio vuoto accanto a noi. “Qui dovevano piantare nuovi alberi, ma hanno lasciato il vuoto”.
Da qui ci spostiamo al mausoleo dedicato a Sa’adi, che ci colpisce per la sua severità: è ormai calato il sole, e si raggiunge l’entrata solo dopo aver percorso diverse scalinate. L’altissimo colonnato incute allo stesso tempo timore e rispetto, ma non sembrano farci caso le centinaia di gattini che vivono nel suo giardino, forse cullati anche loro dai dolci suoni della poesia. E’ ormai buio, e Tahareh può mangiare in pubblico: decidiamo così di sederci sul prato gustando una prelibatezza di Shiraz, il “gelato” faludeh.
Arrivati a sera, ci occupiamo della spesa per la cena: halim bademjan (crema di fagioli, manzo e melanzane) e ash-e-sabzi (minestra di Shiraz con riso, carne d’agnello e varie verdure) – si capisce che mi piacciono le zuppe mediorientali? – senza dimenticare gli zulbia bamieh, tipiche ciambelle iraniane che sono il dolce preferito di Arash. Compriamo il tutto da barilotti bianchi in mezzo alla strada e,  nonostante il contesto, il loro profumo è davvero invitante. Durante il tragitto verso casa, a proteggerci c’è il medaglione del Profeta Alì, che sussulta sofferente a ogni buca, dallo specchietto retrovisore del nostro taxi.
Una volta a casa, Tahareh emerge dalla camera dopo un sonnellino con il prezioso volume in mano: il Canzoniere di Hafez. Aprendo il libro a caso, decide di leggerci una poesia, i cui suoni ci rapiscono trasportandoci in un mondo fatto di vino, amici e melodia. Tahareh spiega a noi e al marito che questa poesia parla dell’importanza del vivere appieno ogni giorno, di amre il presente senza preoccuparsi del passato o del futuro, di amrae le persone con cui si è in quel momento. La ragazza ha ormai gli occhi lucidi: “Ogni volta che sono triste o felice vado alla tomba di Hafez e leggo una sua poesia, mi aiuta sempre”.

Siamo tutti commossi, e mentre ci scambiamo sguardi un po’ imbarazzati comprendo ancora una volta il senso di viaggiare con il Couchsurfing: si condividono momenti indimenticabili nel più anonimo dei quartieri, con le persone più riservate, sotto lo sguardo vigile e sereno della Monna Lisa.

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