POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
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domenica, febbraio 14

Babouche, l'asinello di Marrakech che voleva vedere l'oceano - di Laura Vargiu

Laura Vargiu ha ottenuto il terzo posto, con questo racconto, al concorso Una perla per l'oceano  2014 con la seguente motivazione della giuria:

"Una forma letteraria apprezzabile che unisce i gusti di grandi e bambini in un format sperimentato che richiama immediatamente alla memoria Fedro ed Esopo, e altrettanto gradevole per il volo concesso all'immaginario che dipinge scenari favoleggianti spennellati con la fantasia dell'autore.

Narrazione ambientata in un mondo ricco di sfumature a colori quali quello orientale di cui lo scrittore si dimostra abile conoscitore, in cui nei personaggi, personificati da animali si identificano tipologie comportamentali umane se non una maggiore saggezza. Un'apologo in cui si snodano condotte di vita tipiche del posto e se ne intuiscono suoni e colori, mentre al protagonista, un somarello, viene restituita la sua originaria dignità, consegnandogli un'anima capace di sopportazioni e sofferenze, desideri e sapienza nonché di profondo conoscitore dell'animo umano. Filo conduttore una vita di stenti e privazioni che si riscatta nell'epilogo, in una rivalsa di libertà e desiderio di conoscenza, senza possibilità di rinuncia. Un diritto prioritario e inalienabile per qualunque essere del Creato, molto ben definito nel testo."


 Avete mai prestato attenzione alle favole del nostro tempo? 
Sapete, le moderne città ne sono piene. Basta saperle cogliere fra l'intreccio dei frastuoni e l'affrettarsi abitudinario della gente, tra le luci dei semafori e i tristi giganti di cemento; basta rallentare i propri passi e, ogni tanto, fermarsi per immergersi nell'infinita poesia di uno scorcio di cielo stellato. Ascoltate intanto questa storia...

Era un vecchio asino, stanco e malandato, uno delle svariate centinaia che ogni giorno popolano le strade della città di Marrakech. Su quest'ultima, mentre diventava sempre più grande e sempre più caotica, aveva visto sorgere e tramontare il sole così tante volte d'averne ormai perso il conto.
Si chiamava Babouche, nome che gli era stato assegnato molto tempo addietro, all'inizio di quella che sarebbe stata la sua dura vita di fatiche.
Era certo un nome insolito per un asino, ma, in verità, era ancor più insolito il fatto stesso che un asino avesse un nome, dal momento che a nessuno passava per la testa l'idea di chiamare le bestie da soma in qualsivoglia modo, se non con i consueti versacci scanditi a suon di frusta. Il nome di Babouche però risuonava per le vie cittadine, e anche per qualche polverosa pista di campagna, da quel lontano giorno in cui era accaduto un episodio del quale coloro che ne erano stati testimoni ancora conservavano memoria: mentre se ne stava in attesa di essere preparato per il primo trasporto al mercato, il giovane asino aveva visto fermarsi all'improvviso davanti a sé un tale noto nel quartiere per la dimensione spropositata dei suoi piedi; costui portava un paio di babouche color zafferano, le tradizionali calzature marocchine in cuoio affusolate in punta e aperte sui calcagni, che, spropositate a loro volta, accentuavano visibilmente la grandezza di quei piedi. Che cosa fossero parse al povero animale, all'epoca ancora inesperto delle cose del mondo, nessuno l'aveva mai compreso. Fatto sta che ne era rimasto così colpito al punto d'agitarsi in modo penoso. E più l'uomo con le babouche aveva provato ad avvicinarsi, più lui aveva indietreggiato imbizzarrendosi, sempre con gli occhi puntati verso i misteriosi calzari.



Abu Rachìd, il suo padrone, aveva faticato non poco prima di ricondurlo alla calma a forza di legnate, mentre tutt'intorno una folla di curiosi già gridava "Babouche, Babouche!" fra le risate generali. Da allora, dopo quel battesimo proposto dal destino e accolto per decreto popolare, l'asinello aveva dovuto abituarsi alla svelta sia alla vista delle babouche d'ogni colore e fattura, che circolavano numerose per la città, sia al suono del loro nome che prese ad accompagnare il suo comunissimo manto marrone sempre e per ogni dove.
Yalla, Babouche, yalla (1)! - lo esortava il padrone allorché lo caricava del pesante basto o lo costringeva a tirare il carretto per mezza città - Yalla, dannato asino!
E ogni volta gli piovevano addosso le immancabili scudisciate affinché accelerasse il trotto.
Non aveva affatto un gran cuore Abu Rachìd, una di quelle persone portate per natura più al calcolo economico che a un gesto sincero di amicizia o di pietà nei confronti di un altro essere umano, figurarsi poi nei confronti delle bestie.
Egli lavorava nel commercio, comperando prodotti di vario genere che approdavano a Marrakech da ogni angolo del Paese per rivenderli tra i mercati della medina, la città vecchia, e quelli dei nuovi quartieri. Dalle piccole banane della regione di Agadir alle mele croccanti delle valli ai piedi del monte Toubkal, dai fini tessuti di Fes ai variopinti tappeti berberi del sud, senza dimenticare gli otri colmi del rinomato olio d'argan, legname e mattoni, nonché i frutti della terra dei dintorni. Non esisteva trasporto che l'obbediente Babouche non avesse eseguito.
La sua esistenza, uguale a quella di tutti gli altri somari della città, si trascinava tra rassegnazione e fatiche di sempre. Ogni giorno, caldo o freddo che fosse, era un andare avanti e indietro quasi ininterrotto dalle prime ore del mattino fino al calar del sole. O con la groppa carica all'inverosimile o con il solito carretto da trainare, che includeva pure il peso del padrone, era pressoché raro non trovare Babouche in mezzo all'inferno del traffico di automobili, pullman granturismo e motorini che gli sfrecciavano accanto, riempiendogli le narici di un'aria irrespirabile e le orecchie di rumori assordanti.
E non si creda che in cambio del duro lavoro quotidiano ricevesse chissà quale ricompensa: né foraggio o biada di prima qualità né un morbido giaciglio al coperto dove mettere a riposo le ossa doloranti. Spesso Abu Rachìd, con l'intento di risparmiare, lo costringeva a cercar da mangiare tra i rifiuti maleodoranti dei cassonetti e la notte lo lasciava legato in un piccolo palmeto rinsecchito vicino a casa sua; tra le sagome scure delle palme morenti compariva il pallido volto della luna, verso cui l'asino alzava lo sguardo con l'accorata speranza d'essere da lei rapito tra le stelle o di riceverne almeno una carezza durante quella sua vita terrena. Ma, ahimè, al pari della gente, anche la luna sembrava insensibile alle sue pene, mentre le fredde notti di solitudine sfumavano nel canto dei muezzìn (2) che si sprigionava all'unisono dai minareti delle moschee.
Soltanto una persona era gentile con lui: si trattava di Foued, il nipote dodicenne di Abu Rachìd, un ragazzino d'animo generoso che, di nascosto dallo zio, gli metteva in bocca qualche gustosa carota. Quelle minime aggiunte al suo scarso mangiare risultavano purtroppo poco frequenti, poiché i ritmi ai quali era costretto non gli permettevano di godere della compagnia del buon Foued.
Fu proprio in quel peregrinare forzato per la città che sopraggiunse qualcosa d'inaspettato che, d'un tratto, convinse Babouche a mettere da parte le sue suppliche alla luna.
Una parola, semplicemente una parola, tanto poco bastò per scombussolargli i pensieri! Chi direbbe, infatti, che un termine d'ordinario e inoffensivo utilizzo come "oceano" possa avere il potere di mutare nel profondo il sapore di una vita?
Arrivò alle orecchie del nostro somaro sul far di una sera d'inverno che, a causa di un trasporto tardivo, lo vide attraversare l'affollatissima piazza Jamaa el-Fna, su cui si levavano i primi fumi degli arrosti e i battiti crescenti dei tamburi. In mezzo al baccano, fu un puro caso udire quella parola che vagava nell'aria insieme a migliaia e migliaia d'altre.
"O-ce-a-no, o-ce-a-no..." continuava a ripetere tra sé e sé nei giorni successivi, chiedendosi tuttavia che cosa significasse quel suono che fino ad allora non aveva mai sentito e che tanto l'aveva ammaliato: venirne a conoscenza diventò l'idea fissa delle sue giornate.
Dapprima domandò spiegazione a Simsim, un gattino tutto pelle e ossa del quartiere.
-Che cos'è l'oceano?
-Uhm... non lo so, amico mio! Forse è roba che si mangia... - ipotizzò il piccolo felino, lasciando l'interlocutore poco convinto.
Poi fu la volta di alcuni cani randagi che erano soliti scorrazzare nel palmeto dove Babouche stazionava durante la notte, ma anch'essi non poterono soddisfare la sua ardente curiosità. Una pariglia di cavalli bianchi, di quelle che portano a spasso i turisti a bordo di eleganti carrozze, neppure lo degnò di risposta quando s'imbatté in essa a un semaforo nei pressi dei giardini reali. Meno altezzoso, sebbene ignorante in materia, si dimostrò un mulo, che era pure un suo lontano parente, incontrato davanti a Bab Doukkala (3).
Per tutta la stagione l'asino rivolse instancabilmente il suo quesito a molti fra gli animali presenti in città, senza tuttavia venire a capo del mistero; persino la luna, interrogata più volte, non diede prova di maggior sapienza dal momento che mai rispondeva ai suoi ragli. Era ormai scoraggiato quando, con la primavera alle porte, ricevette un inatteso suggerimento.
-Prova a chiedere a Laklak! - gli consigliò una grassa gallina esposta in vendita sul marciapiede all'angolo della strada dei negozi di souvenir in terracotta - Lei lo saprà senz'altro!
-E chi sarebbe Laklak?
-È una cicogna, viaggiatrice di lunga data, una che il mondo lo conosce meglio di noi. La trovi in cima al minareto della piccola moschea alla fine di questa lunga via che percorri! - fece appena in tempo a strillargli la gallina già a testa in giù, mentre un compratore se la portava via per farle di certo la festa.
Il caso volle che quella mattina Abu Rachìd avesse appuntamento per i soliti commerci proprio nelle vicinanze della moschea in questione. S'immagini la gioia di Babouche, allorché si ritrovò parcheggiato in attesa del padrone sotto il minareto su cui si ergeva una maestosa cicogna che proprio là aveva costruito il nido.
-Ehilà, Laklak! - le gridò non stando più nella pelle.
-E tu chi sei? - ribatté lei da lassù con voce squillante.
-Sono Babouche e ho una domanda per te, sempre che tu conosca la risposta...
-Non sono mica un uccellaccio ignorante, io! - esclamò un poco stizzito il volatile agitando le ali dal candido piumaggio orlato di nero - Allora, che vuoi sapere?
-L'oceano! Dimmi cos'è l'oceano!
-Cos'è l'oceano? Questa è la tua domanda? - chiese a sua volta Laklak che non riuscì a trattenere una sonora risata.
Babouche non capiva il perché di tanto divertimento.
Subito però la cicogna si ricompose e prese a erudire il quadrupede:
-È come il mare, ma più grande!
L'altro ne sapeva quanto prima:
-E che cos'è il mare?
-Oh, allora tu non sai proprio niente, tonto di un asino!
E con fare da gran maestra, dall'alto della torre e della sua esperienza, gli spiegò che cosa fosse l'uno, che cosa l'altro. Dell'oceano, semplicemente un mare più sconfinato, gli raccontò i profumi, i colori all'alba e al tramonto, come fosse tutt'uno col cielo che vi si specchiava e quanto alte divenissero le sue acque al soffiare dei venti.
L'asino, sempre più strabiliato, ascoltava a bocca aperta, pensando nel contempo che sarebbe stato bello nascere uccello per poter sorvolare una tale meraviglia durante le stagioni migratorie. Infine, gli fu naturale commentare:
-Ci voglio andare!
-Eh, bello mio, fai presto a parlare! Ma sai quante miglia ci sono tra questa città e la costa più vicina? Da come appari vecchio e malconcio, non riusciresti ad arrivarci nemmeno dopo molte lune di cammino!
-Non m'importa quanto sia lontano!
-Se proprio ti sei messo in testa di viaggiare, perché non vai invece verso le montagne? - gli propose indicandogli all'orizzonte il lungo profilo frastagliato delle cime ancora innevate dell'Atlante (4).
-I miei antenati venivano da luoghi di montagna. Io voglio vedere l'oceano, fosse l'ultima cosa che faccio!
A sentir ribadire con tanta fermezza il bizzarro proposito, la cicogna scoppiò in una nuova risata che la scosse tutta dal becco alle lunghe zampe, ma a quel punto Babouche si era già rimesso in marcia, accarezzato dalla frusta del padrone.
Dopo aver finalmente scoperto che cosa s'intendesse per oceano, trovare il modo per raggiungerlo si trasformò in un cruccio al quale ben presto si aggiunse un'altra preoccupazione. Una settimana più tardi, infatti, Abu Rachìd cominciò a rimarcare con maggior insistenza lo stato di vecchiaia e crescente inefficienza del proprio asino, alludendo per giunta alla possibilità di acquistare un moderno mezzo di trasporto e smettere così di ricorrere alle bestie.
L'interessato rabbrividiva ogniqualvolta sentiva tali parole: non che desiderasse lavorare in eterno, ché di lavoro ne aveva fatto fin troppo, ma era consapevole dell'orribile alternativa in agguato. Bisogna sapere che a Marrakech asini e muli, quando sono vecchi o malati e non possono più compiere il loro dovere, vengono abbandonati senza pietà in mezzo alla strada; condannati a morire di stenti, essi girovagano disorientati nel traffico finché non si accascino all'improvviso o qualche auto in corsa li travolga.
Lo sfortunato Babouche non voleva rassegnarsi a una fine tanto ingloriosa, che oltretutto gli avrebbe impedito di vedere l'oceano, ma il giorno in cui il padrone rincasò guidando una motoretta munita di cassone, iniziò a contare le sue ore.
-E Babouche? - chiese Foued preoccupato allo zio non appena seppe che questi s'era motorizzato.
-Che pretendi, ragazzo? Ormai la sua carne non è più buona per i macellai né la sua pellaccia lo è per i conciatori! Farò quel che fanno tutti...
Il che equivaleva a ciò che sappiamo.
Quella stessa notte, complice forse la luna pentita della propria indifferenza, Babouche apparve in sogno al giovane amico e lo supplicò:
-Aiutami, Foued! Anche se i miei giorni stanno per volgere al termine, non lasciare che io venga buttato via come una scarpa rotta! Prendimi con te e accompagnami a vedere l'oceano: desidero solo questo!
Di buon mattino il ragazzino si precipitò dall'ingrato Abu Rachìd che, pur non rifiutando di cedergli in dono l'animale, lo ammonì in malo modo:
-Quando sarà sul punto di tirare le cuoia, bada bene, non riportarmelo qui ché non lo voglio più vedere!




Ma il nipote non ne aveva alcuna intenzione. Fu così che quel giorno un piccolo uomo e un vecchio asino si avviarono insieme lungo le strade d'uscita dalla città; le macchine correvano veloci, ignare della storia preziosa che sfioravano. L'autista di un autocarro sgangherato permise ai due di salire a bordo tra le pecore che già trasportava e il viaggio cominciò per davvero.
Prigioniera dei propri frastuoni e giorni sempre uguali, Marrakech sparì alle loro spalle, mentre l'asfalto scivolava lentamente verso ovest.
Tra innumerevoli soste e guasti al motore, ci vollero parecchie ore per scorgere le chiome dei primi alberi d'argan (5) che preannunciavano la costa; poi dovettero scendere e percorrere da soli l'ultimo tratto, seguendo il profumo della primavera appena sbocciata tra i campi e quello della salsedine che solleticava gli entusiasmi. A ogni passo Babouche ricacciava la stanchezza, ma nulla poté contro le lacrime allorché apparve la sottile linea d'azzurro che si allungava fra terra e cielo come morbida carezza. Pure Foued, al pari di chi accompagnava, si commosse nel vedere per la prima volta l'oceano, fino ad allora niente più che vuota e irraggiungibile immagine da tivù o da cartolina.
Intanto s'era alzato il vento, il cui respiro s'intrecciava alla voce profonda degli abissi che inondava un'immensa spiaggia avvezza al gioco delle maree. Quando i due amici affondarono piedi e zoccoli nella sabbia, il sole indugiava a tramontare al canto dei gabbiani.
Foued levò a Babouche la cavezza.
-Va', sei libero...
Si guardarono negli occhi per un lungo frammento d'eternità, dopodiché l'asino prese a trottare da una parte all'altra allontanandosi per l'arenile.
Ragliava, ragliava forte per l'emozione, mentre il vecchio cuore gli sussurrava quanto fosse meraviglioso essere al mondo nonostante tutto. Già, perché ogni vita, anche la più miserevole - aveva infine compreso - è degna d'essere vissuta!
Un pescatore, che sulla stessa spiaggia tirava in secca la sua barca, raccontò a lungo di quella sera in cui aveva visto un asino correre verso l'acqua e scomparire per sempre tra le onde dell'oceano.

Laura Vargiu

Note

(1) "Su, andiamo", tipica esortazione in arabo
(2) Nel mondo islamico chi chiama i fedeli alla preghiera
(3) Una delle porte di accesso alla città vecchia
(4) Catena montuosa dell'Africa nord-occidentale
(5) Albero endemico del Marocco




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