POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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mercoledì, maggio 10

FISIONOMIA DI EROS SECONDO WILLIAM SHAKESPEARE di Roberto Vittorio Di Pietro (seconda parte)


LA FISIONOMIA DI EROS SECONDO WILLIAM SHAKESPEARE
 di Roberto Vittorio Di Pietro
(Testo integrale della conferenza tenuta per il Centro Studi P.A.N.I.S. di Torino in data 21 aprile 2004 )


SECONDA PARTE
(Seguito dal precedente articolo in questo sito)

Siccome ritengo che in un corretto approccio umanistico verso la migliore letteratura (phantasia pur sempre, ma non vuota evasione improduttiva, creatività in atto come legittima funzione di una sottostante imaginatio vera) non si possa operare per compartimenti stagni, ma ci si debba anzi sentire spinti a riflessioni critiche e associazioni speculative in ogni direzione possibile, pur dandovi magari ancora l’impressione di uscire arbitrariamente dal seminato, mi preme invitarvi a voler contrapporre a quelle di Shakespeare alcune scelte etiche differenti, per così dire, notoriamente caratteristiche di due o tre altri scrittori di chiara fama. 
Vorrei avvalermi soltanto di alcuni versi, pochi, certo troppo pochi, ma per molti aspetti forse sufficientemente significativi, tratti anzitutto dalle pagine di due poeti dichiaratamente omosessuali: Sandro Penna e Costantino Kavafis. Così Penna: “Eccoli gli operai sul prato verde/a mangiare. Non sono forse belli?” Riflettendoci bene su, che cosa se ne può desumere? Obiettivamente che cosa, essendo qui chiaramente assente la decisiva, quanto in buona misura ingenua, necessità pasoliniana di agganciare le proprie particolari scelte sessuali a ragioni ideologiche di ‘purezza di classe’ -- com’è risaputo e non è qui il caso di voler approfondire? Come sempre altrove nelle pagine di Penna, che sotto il profilo meramente artistico senza dubbio si segnalano come un’opera di primissima lega, purtroppo traspare un limite umano piuttosto inquietante, forse così riassumibile: il bisogno (ma assai più diffuso di quanto non si pensi…) di soffermarsi al semplice richiamo estetico epidermico senza nemmeno desiderare di poterlo trascendere, o addirittura respingendo quella eventuale tentazione positiva avvertendola come indesiderabile fattore di disturbo, inibente per le più piacevoli sensazioni di una concupiscenza erotica fine a se stessa, sia essa di fatto realizzata o alimentata in astratto nel mondo privato delle fantasie masturbatorie. Salvo poi soffrirne intimamente (nel migliore dei casi)? Salvo tormentarsi accusando un ineluttabile destino di isolamento spirituale genericamente riservato all’uomo? E senza voler nemmeno cercare di comprendere forse meglio le proprie responsabilità di una solitudine interiore masochisticamente autoindotta?  Ma è da quella, si dirà, che scaturisce la poesia più genuina e commovente: “les plus désespérés sont les chants les plus beaux”. Buon per noi; ma coloro che con troppa inutile sofferenza umana la producono occorre forse anche saperli “shakespearianamente” compiangere.
Costantino Kavafis è, indiscutibilmente, poeta di pari se non maggiore valore artistico. Eppure anch’egli in una lirica in questo senso rappresentativa (dal titolo allusivo “Sulle scale”) ragiona in tono nostalgico: ”…pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti…l’amore che volevo l’avevi tu da darmi…” Ecco, caratteristico e puntuale anche qui, il subitaneo scambio di sguardi furtivi; ecco, immediato, il prorompere in superficie di una sensualità avida di istantaneo appagamento; ecco il rapporto interpersonale (se carnalmente consumato o meno, poco importa) che abortisce già mutilato, già dissolto in quel rifiuto a priori dell’essenza composita, tridimensionale, di una controparte umana che non risulta stimolare altro se non un’ansia di possesso in un’unica direzione.  Ecco, insomma, tutto quanto per contro viene stigmatizzato da William Shakespeare, ora implicitamente, ora con scoperta animosità, come succede nel Sonetto 129 di cui prima ci siamo occupati.
E passiamo all’esempio di un altro pregevolissimo poeta di casa nostra, Camillo Sbarbaro, nettamente schierato peraltro sul fronte eterosessuale, ricordandone questi altri pochi versi ugualmente rivelatori: “Pei riccioletti folli d’una nuca/per l’ala d’un cappello…/il cuore pronto a tutte le follie.” E’ risaputo che Camillo, con animo inquieto inseguiva volentieri figure di donne sconosciute incrociate per strada, soffermandosi a fantasticare per conto suo in una sorta di delectatio morosa, per goderne mentalmente la rispettiva avvenenza esteriore; e infine, nel migliore dei casi, decidere di dare sfogo in qualche lupanare alla propria libidine così alimentata; e spesso denunciando (peraltro con espressioni di mirabile valore poetico) la propria intima incapacità di stabilire con l’altro sesso una relazione più concreta, spiritualmente appagante, basata sulla disponibilità ad un reciproco contatto dell’anima. In definitiva, siano gli istinti di fondo omo- o eterodiretti,  ciò che sembra indistintamente accomunare queste tre figure di scrittori (peraltro scelti ‘a campione’ fra tantissimi altri possibili) può forse dirsi una analoga, triste compulsione a reificare l’umano: ovvero a trasformare l’altro da sé in un oggetto meritevole di qualche interesse personale solo in quanto ritenuto capace di soddisfare alcuni determinati urgenti bisogni edonistici (estetici, psicologici, fisici…) in un determinato luogo, in un determinato momento.  
Ma, nell’occuparci di Shakespeare, nemmeno si può voler tacere di quell’altro grande astro della poesia mondiale che è Fernando Pessoa. Di una sua cupa nevrosi senza sbocchi, ecco, anzitutto, come Fernando sceglie di prendere coscienza in alcune patetiche pagine di diario privato (1906-14): “Tutto per me è incoerenza e mutamento…tutte le cose mi sono ‘sconosciute’…il mio carattere è del genere autocentrico, perduto in se stesso…Bei voli dell’immaginazione mi accarezzano il cervello, ma li lascio dormicchiare finché muoiono, perché mi manca il potere di convertirli in cose del mondo esterno…Il mio ricordo di cose esterne è vago…che le cose più importanti si concretizzino, che un giorno gli uomini arrivino tutti ad essere felici mi rende furioso…”  E soprattutto ci interessano da vicino le seguenti osservazioni che, a quanto risulta da documenti disponibili, avrebbero dovuto servirgli nientemeno che come spunto per un progetto di saggio critico su Shakespeare, rimasto senza seguito (e per buona ventura, oso dire, visto un certo abbaglio di partenza, forse dovuto alla percepibile volontà di aggrapparsi ad elementi autoanalitici già piuttosto confusi e fuorvianti): “Non trovo difficoltà a definirmi: sono un temperamento femminino con intelligenza mascolina [sic].  La mia sensibilità e la sua espressione sono di donna; le mie facoltà di relazione sono di uomo. Quanto alla sensibilità, quando dico che sempre mi piacque di essere amato, e mai di amare [il corsivo è mio], ho detto tutto.  Mi feriva sempre l’essere obbligato, da un dovere di comune reciprocità (una lealtà dello spirito) [corsivo ancora mio] a corrispondere…Riconosco senza illusione la natura del fenomeno. E’ un’inversione sessuale, poco pronunziata…” E, con una chiusura critica pressoché imperdonabile per una fiera “intelligenza” cosiddetta “mascolina” del suo calibro, se non proprio in virtù di una certa sua “sensibilità”                                                    che pretenderebbe essere “di donna” [sic], così conclude: “Siamo parecchi di questa specie lungo la storia: Shakespeare e Rousseau sono esempi, o esemplari, dei più illustri…e il mio timore della discesa al corpo di questa inversione dello spirito me lo fa radicalizzare la considerazione di come in questi due sia discesa: completamente nel primo, in pederastia; incertamente nel secondo in un vago masochismo”.  Interessante.
Vediamo quale particolare dinamica interiore, di impronta propriamente affettiva, sembra destinata a sfuggire a quest’uomo afflitto, in quanto del tutto estranea al suo carattere “autocentrico”, (come del resto egli stesso sceglie di definirlo), direi agli antipodi rispetto alla tempra squisitamente passionale di William Shakespeare, e quindi per lui di fatto inintelligibile se non in termini di cruda pederastia. Cerchiamo di capirlo meglio soffermandoci anzitutto sul Sonetto 22 del nostro, uno dei più efficaci e spontaneamente teneri della raccolta, nonostante la presenza di alcuni moduli letterari di matrice petrarchista, che la critica vi ha giustamente individuato: 

Non mi convincerà lo specchio ch’io son vecchio
finché tu e gioventù siete coetanei,
ma quando in te vedrò del tempo i solchi
mi aspetterò che morte espii i miei giorni.

Ché tutta la bellezza che t’adorna
è solo degna veste del mio cuore
che vive nel tuo seno, come il tuo vive in me;
come dunque sarei di te più vecchio?

Abbi perciò, amor mio, cura di te
come io ne avrò, non per me, ma per te,
custodendo il tuo cuore; e ne avrò cura
qual tenera nutrice che un bambino guardi dal male.

Non contar sul tuo cuore quando il mio sarà assassinato:
mi desti il tuo per sempre, senza restituzione.


 Ed ora continuiamo a voler riflettere accostandoci ad un’intensa lirica di Umberto Saba, intitolata “Vecchio e giovane”, tratta dalla raccolta “Epigrafe” (1947-48),  che mi piace proporvi in quanto non poco aderente ad alcuni importanti risvolti del nostro discorso:

Un vecchio amava un ragazzo. Egli, bimbo
- gatto in vista selvatico - temeva
castighi e occulti pensieri. Ora due
cose nel cuore lasciano un’impronta
dolce: la donna che regola il passo
leggero al tuo la prima volta, e il bimbo
che, al fine tu lo salvi, fiducioso
mette la sua manina nella tua.

Giovinetto tiranno, occhi di cielo,
aperti sopra un abisso, pregava
lunga all’amico suo la ninna nanna.
La ninna nanna era una storia, quale
una rara commossa esperienza
filtrava alla sua ingorda adolescenza:
altro bene, altro male. “Adesso basta –
diceva a un tratto, spegniamo, dormiamo”.
E si voltava contro il muro. “T’amo –
dopo un silenzio aggiungeva – tu buono
sempre con me, col tuo bambino”.  E subito
sprofondava in un sonno inquieto.  Il vecchio,
con gli occhi aperti, non dormiva più.
Oblioso, insensibile, parvenza
d’angelo ancora. Nella tua impazienza,
cuore, non accusarlo.  Pensa:  è solo;
ha un compito difficile, ha la vita
non dietro, ma dinanzi a sé. Tu affretta,
se puoi, tua morte.  O non pensarci più.

Direi che qui il linguaggio poetico di Saba, ben più vicino com’è alla nostra sensibilità moderna, (purché si stia, però, attenti a non voler sconvolgere con un’interpretazione pedestremente letterale le metafore su cui si imperniano creativamente le varie immagini ‘situazionali’ di questa lirica…) possa di per sé consentirci di indovinare meglio quanto di analogamente sofferto vibri talvolta nella parola ‘autobiografica’ di Shakespeare, sebbene quella rischi qua e là di perdersi fra i meandri di un certo concettismo ligio alle convenzioni stilistiche dell’epoca, ai cui eccessi neppure un genio della sua grandezza riesce sempre del tutto a sfuggire.

Ciò che interessa constatare è che, non diversamente da parecchi componimenti shakespeariani, si tratta di una poesia che, ad occhi maliziosi, può sembrare persino ‘sospetta’ (si noti con quale puro coraggio – e meravigliosa sicurezza semantica… -- Saba non teme di esporsi usando già in apertura quello ‘scandaloso’ verbo amare!). Ma è una poesia, a mio parere, straordinariamente ricca di contenuti profondi -- e, a ben vedere, assai poco ‘sconci’; per giunta sviluppati con una tale finezza e felicità di tocco che propenderei a paragonarla alle più riuscite espressioni letterarie di quella particolare forma di love-philia che, per conto suo, il bardo britannico riesce diversamente a farci apprezzare. Anche perché qui il particolare messaggio umano di Saba fonda la propria coinvolgente pregnanza su una complessiva intonazione del discorso lirico ovunque mantenuta fedele ad uno stesso registro interiore; e, come nei migliori sonetti di Shakespeare in cui compare il ‘fair friend’, tale registro viene sostenuto nell’insieme con coerente equilibrio fra l’affettuoso, l’elogiativo, il lamentoso e il didascalico – talvolta un istintivo procedimento del cuore più che della penna, questo, miracolosamente capace di annullare i manierismi più o meno caratteristici di certa letteratura di simile ispirazione.
Ma questo tipo di love, nella sostanza, una volta depurato di ogni scoria fuorviante, a che cosa realmente equivale? A qualche ‘sicura, ovvia, necessaria’, forma di concupiscenza carnale camuffata? Chiedo ancora: soprattutto in tempi di clamorose, effettive basse pratiche pedofile come quelli attuali, che si sia ormai diffuso irreversibilmente il timore assurdo (la certezza…) di un inevitabile demone seduttore onnipresente? Una paura dell’untore ormai talmente accecante che qualsiasi forma di semplice, naturalissima affettività manifestata da un individuo adulto verso uno più giovane sia destinata ad essere automaticamente sempre fraintesa? Se si fosse giunti a questo, anche per una mia personale diffidenza verso ogni insulsa abitudine a voler fare di un’erba un fascio, ancor più pericolosa nella sfera dei diversificati istinti umani, obietterei senza difficoltà che per questa particolare poesia di Saba (come per il succitato Sonetto 22 di Shakespeare, uno qualunque fra le tante altre liriche similmente esemplificative rivolte al ‘fair friend’), la risposta al misterioso sottostante busillis potrebbe in realtà ridursi ad una spiegazione ultima tutt’altro che peregrina. Quale? Senza per nulla dover tirare in ballo i soliti precedenti dell’antico ‘amore greco’ e dei suoi specifici arcani rituali (in ogni caso discutibili pratiche di cosiddetta ‘iniziazione’ tramontate con la civiltà ellenico-ellenistica, già intimamente legate a determinate strutture socio-politiche e relative sovrastrutture culturali da secoli, quantomeno in Occidente, morte e sepolte), direi solamente il semplice, universale, sempiterno, naturalissimo desiderio di un legame pedagogico-affettivo da parte di una saggezza adulta, già maturata attraverso i dolori e le vicissitudini di una vita, a un certo punto sensibilmente bisognosa di protendersi con amichevole protettività verso creature ritenute (fosse pure erroneamente) a loro volta bisognose di sostegno in quanto ancora tenere negli anni ed inesperte, di per sé fragili, vulnerabili anche per un certo giovanile entusiasmo vitalistico ancora troppo ingenuo e sprovveduto. E creature preferibilmente del proprio sesso forse perché certi meccanismi psicologici fondamentali si ritiene di conoscerli meglio paragonandoli ai propri? Identificandoli con i caratteri stessi della propria sensibilità? Così parrebbe, potendosi forse d’altro canto obiettivamente affermare che una simile motivazione psicologica di fondo sia ugualmente verificabile sul versante delle più pure, profonde e nobilitanti amicizie femminili, radicate su affinità elettive di ordine genuinamente spirituale, e forse tanto più chiaramente rassicuranti in questo senso laddove esista un qualche notevole, del resto non inusuale, divario di età. A questo riguardo, mi torna alla memoria una pagina dello Zibaldone leopardiano che qui mi sembra appropriato riprendere alla lettera. E’ un passo in cui il giovane Giacomo, riflettendo sulla natura della sua intensa amicizia verso Pietro Giordani (di lui più vecchio di ben ventidue anni), e com’è noto contrassegnata da un calore affettivo fin troppo esuberante, così esprime, per vie traverse, certe sue perplessità:  “Trovo meno inverosimile l’amicizia fra due giovani, che fra un giovane e un uomo di sentimento già disingannato dal mondo e disperato della sua propria felicità…E questa circostanza mi pare anche più favorevole all’amicizia che quella di due persone egualmente disingannate perché, non restando desideri né interessi in veruno, non resterebbe materia all’amicizia.” Qui è il più giovane (ma, dei due, il meno o già il più “disingannato” nonostante tutto?) che, segnalando quantomeno la disparità del sentire (“altro bene, altro male” nella sintesi poetica che Saba ce ne offre) come elemento essenziale ai fini di una amicizia reciprocamente vivificante, da ultimo sembra voler soprattutto confermare a se stesso le positive valenze umane insite non già nella sua personale ammirazione nei confronti dell’amico maturo, quanto nella lusinghiera vicinanza affettiva riservatagli da un “uomo di sentimento”.  Ma credo sia altrettanto verosimile un atteggiamento psicologico analogo nella controparte più matura: cioè, seppure contemplando una posizione inversa nello svolgimento dei ruoli, una concezione dell’amicizia sostanzialmente uguale, determinata da un autentico desiderio affettivo-protettivo di legarsi a ‘figli spirituali’ ancora interiormente vivaci, dal cuore ancora integro, non ancora “disingannato” ma tanto più esposto ai traumi eventuali del disinganno.
Figlioletti selettivamente amati, certo, perché reputati degni e sensibili a sufficienza; e di fatto spesso sensibilmente compartecipi, davvero sinceramente desiderosi di un intimo colloquio interiore con un ‘padre-maestro’ in qualche modo ammirato; davvero felici di poter essere così apprezzati nelle loro intime qualità, paternamente ‘cullati’ con assidue affettuose attenzioni.  Così sulle prime. E, tuttavia, pur sempre “ingordi adolescenti” per loro intrinseca vivacità del sangue più che della mente e del cuore, diremmo, (quella che l’inglese definirebbe ‘animal spirits’), in realtà assai più ansiosi di proiettarsi avventurosamente verso nuovi stimoli sconosciuti, ignote oceaniche distese meglio esplorabili con il proprio autonomo fervore della fantasia, anziché effettivamente inclini ad addormentarsi ascoltando le stesse ripetitive “ninne nanne”, tediose narrazioni delle “rare, commosse esperienze” altrui. Quindi “giovinetti” per loro natura potenzialmente già insofferenti e alla fin fine “tiranni” in quanto alla lunga annoiati da appelli forse eccessivi alla disciplina interiore, come da ogni altra stucchevole quantunque “buona”, del tutto disinteressata, premura genitoriale. “Bimbi” amorevolmente seguiti, consigliati e curati, e ad un tratto, percepiti sulle difensive come “gatti selvatici”; “bimbi” divenuti improvvisamente indocili, inafferrabili e ingestibili come felini ingrati – e però tali per una concepibile, naturale e pertanto giustificabile forma di ribellione. Che poi questo ‘tradimento’ si sia portati ad accettarlo e perdonarlo razionalmente, ‘paternamente’, è un conto; ma lo si fa non senza una punta di bruciante delusione, non senza un amaro retrogusto di sconfitta, da ultimo con un senso di capitolazione spirituale capace di suscitare, perché no, persino alcune estreme tentazioni autopunitive: quelle di qualche buon genitore particolarmente sensibile, che può giungere ad augurarsi persino la morte allorché tema che il proprio affetto, forse divenuto troppo esigente, invadente e possessivo, possa essere di intralcio alla migliore felicità futura dei figli amati. Piuttosto, nella fattispecie della lirica in esame, tenderei a mettere in discussione l’effettiva correttezza dell’espressione “t’amo” che al poeta triestino, forse con eccessiva fiducia, pare di poter ugualmente attribuire al ragazzo nei suoi riguardi. Si può davvero sostenere che alla parola “amore” entrambi annettano necessariamente le stesse precise qualità? un identico valore semantico? Mi sembra infatti plausibile che, in simili rapporti di intima amicizia, alla controparte spiritualmente meno matura possa talvolta anche succedere di fraintendere i veri connotati di quel certo particolare interessamento affettivo, di ingigantirne arbitrariamente la portata fino a volerci vedere incluso, purtroppo, anche un desiderio di possesso fisico inconfessato – e forse un desiderio ritenuto per forza implicito in quanto lusinga non meno gradita per un ego acceso di maiuscola vanità come lo è spesso quello giovanile? Ho paura di sì; e d’altro canto, è un possibile malinteso, questo, che talvolta nemmeno sfiora la coscienza di un adulto il cui “amore” si sa rettilineo, pulito, ben altrimenti incanalato; e quindi un malinteso che, se ad un tratto si rende percepibile, sconvolge lo spirito poiché si abbatte come fulmine su una mente del tutto impreparata. In situazioni del genere, a causare qualche spiacevole improvvisa rottura non di rado interviene proprio l’intima ‘frustrazione’ del più giovane, le cui consce o subconscie aspettative di qualche gesto più ‘concreto’ si vedono in qualche modo respinte, troppo a lungo ‘fastidiosamente’ rinviate, in definitiva disperatamente deluse. Per quel che qui può valere l’accostamento, direi che Platone ce li illustri molto bene questi connotati della vanità giovanile nel delinearci la figura di Alcibiade in contrasto spirituale con la lucida e solida saggezza del maestro Socrate. E, a ben vedere, da questo particolare confronto dialettico emerge anche la natura di un grave errore umano tutt’altro che infrequente nell’impostazione di determinati rapporti interpersonali: la drammatica confusione – a volte decisamente tragica – tra la fatua esperienza di un innamoramento da un lato, e, dall’altro, la matura consapevolezza del significato, enormemente diverso, di un autentico e responsabile impegno d’amore. In presenza di simili incomprensioni, diviene inoltre concepibile che ogni miglior tentativo provocatorio di far uscire dall’equivoco la giovane controparte fuorviata sia destinato non solo a fallire, ma a suscitare automatica incredulità e istintivo risentimento: se vogliamo, potendosi qui azzardare un qualche attendibile parallelo, come risulta psicologicamente altrettanto difficile o talvolta pressoché impossibile far davvero intendere ad una donna innamorata che la si stima, la si ama nel senso più profondo e nobile della parola, senza per ciò doverla anche desiderare carnalmente. Ed allora, per ulteriore analogia, potrebbe persino ingenerarsi nella coscienza del giovane che si ritenga così ‘mortificato’, quella estrema reazione psicologica che, in termini generici, definirei  “complesso di Fedra”: sia che questa poi si estrinsechi attraverso un’esplicita ritorsione vendicativa verso il recalcitrante seduttore, sia – più sottilmente – che si risolva in un intimo convincimento autoassolutivo di essere stati dopotutto ingenue vittime di raggiri da parte di un adescatore indegno, alfine smascherato. In questa luce polimorfa, me la sentirei di infrangere di buon grado (qui come, del resto, già altrove) quel nudo rigore critico-filologico che la buona norma consiglierebbe, ma dalla quale una sensibilità meno scientificamente asettica può talvolta anche legittimamente divergere, per suggerire con discutibile erudizione e tuttavia con sufficiente umana sicurezza, che il distico conclusivo del sonetto ventesimo di Shakespeare riesce allusivamente ad aprire uno spiraglio verso alcune sfumate algebre del cuore, a un tempo chiare e sfuggenti, insolubili e perciò sostanzialmente indicibili – ma, se appena accennate, da più parti (e, ahimè, oggigiorno forse con più scetticismo che mai…) giudicabili solo come ‘invenzioni’ retoriche o immaginosi alibi di una psiche deviata, bugiarde ‘storielle’ insomma, semplicemente troppo inverosimili per essere accettate come semplicemente vere.
Credo si possano indovinare quasi tutti questi complessi turbamenti affettivi fra le righe della lirica di Saba che ho scelto di proporvi come opportuno termine di confronto con certi dissidi interiori analogamente enigmatici che serpeggiano qua e là nella poesia del grande elisabettiano. (Ed un confronto, il mio, tutt’altro che arbitrario, se è vero che in suo scritto in prosa, della serie “Scorciatoie”, il triestino in realtà testimonia un vivissimo personale apprezzamento per il modello poetico dei sonetti shakesperiani.) In ogni caso, a me pare si debba obiettivamente -- senza indulgere alla monomania livellatrice di un freudismo a buon mercato -- saper riconoscere tutto ciò che di puro amorevole altruismo, e di potenziale incomprensione dello stesso, talvolta sommuove alcune reciproche dipendenze sentimentali di questa fatta.(3) 


Ed ora, riconducibile ad alcune mie precedenti considerazioni, un’altra non arbitraria parentesi. Quasi cinque secoli dopo Shakespeare, è interessante notare come la tradizionale ‘religiosa’ subordinazione delle istanze materiali del corpo rispetto a quelle spirituali dell’anima sia ormai sempre più soggetta ad una sorta di ‘revisionismo’ da parte non solo dei filosofi di osservanza cristiana, ma persino di alcuni “sacerdoti-scrittori” cattolici contemporanei (In proposito rimanderei all’affascinante volume “Breve storia dell’anima”, a firma di Gianfranco Ravasi, edito da Mondatori).  In questa prospettiva, mi pare inoltre particolarmente stimolante – e senza dubbio  appropriata in rapporto a quanto si è osservato circa le convinzioni personali di Shakespeare – l’argomentazione del rabbino brasiliano Nilton Bonder. In un ‘curioso’ saggio piuttosto rivoluzionario, uscito appena nel 2000, intitolato “L’anima immorale”, il Bonder, ribaltando la predominante credenza secondo cui il corpo sarebbe un indocile trasgressore e l’anima custode naturale della morale codificata, attribuiva piuttosto all’anima delle proprietà “trasgressive”: ovvero “ribelli” nel senso di saper fieramente rivendicare per sé una morale autentica contrapposta ad un’etica convenzionale ipocrita e sclerotizzata. Per radicale rovesciamento, quindi, l’anima -- ripresentata come pura coscienza intima, sorgente di un’infallibile luce interiore puntata contro gli idoli mentali, comportamentali e sociali di turno -- diverrebbe portatrice di una “immoralità” che solo paradossalmente può dirsi tale poiché, di fatto, ha il meritevole compito di smentire e sovvertire la falsa moralità corrente, che di autenticamente “spirituale” nulla possiede e nulla in questo senso può pretendere di insegnare.  Secondo questa tesi del rabbino suddetto – tesi che, lo avrete forse notato, è in buona sostanza quella stessa formulata orgogliosamente dal nostro nel Sonetto 121 sul quale ci eravamo soffermati -- soltanto lo sguardo libero, lucido e onesto dell’anima riuscirebbe a stabilire quando l’obbedienza apparente alla morale è riprovevole doppiezza e la disobbedienza encomiabile sincerità, mettendo a nudo la genuina lealtà o il tradimento verso l’amore superiore anzitutto dovuto a se stessi. 
Tornando al sonetto ventesimo, qui Shakespeare ci rivela quanto meno però, senza mezzi termini, per netta contrapposizione qualitativa, una sua personale predilezione per la costituzione psichica maschile, secondo lui la sola meritevole di vero amore in quanto, a differenza della psiche femminile, sarebbe depositaria di una maggiore sincerità e costanza negli affetti e nei legami del cuore – fattori di affidabilità, questi, che sappiamo ormai essere così essenziali e preziosi a giudizio del nostro. (“Fragilità, il tuo nome è donna”, sospira emblematicamente Amleto.) Secondo Joyce, in questo senso il nostro sarebbe un uomo profondamente ferito e segnato per la vita dall’imperdonabile tradimento sentimentale della sua compagna (dalla quale però, per inciso, ebbe tre figli, due bambine e quel maschietto a lui caro di nome Hamnet, che la morte gli tolse in tenera età). Di qui, insomma (suggerisce lo scrittore irlandese), come intima astiosa rivalsa, scaturirebbe la sua ricerca di un ideale d’amore alternativo. Ed, eventualmente, una ricerca fino a che punto fattivamente realizzata? Ebbene, nessuno straccio di documento extraletterario esiste per potercelo smentire o assicurare.  Fra le infinite congetture possibili, ceteris paribus potrebbe persino valere  la già menzionata tesi di Oscar Wilde, secondo cui il vero dedicatario dei sonetti sia alla fin fine William Himself, l’autore stesso davanti allo specchio – o quella fin più categorica di Sidney Lee, secondo cui quella raccolta di liriche altro non sarebbe che una mera esercitazione letteraria intrapresa come prova di bravura sulla falsariga di modelli poetici preesistenti, e quindi solo una grande metafora creativa articolata in situazioni diversificate puramente immaginarie, nel migliore dei casi tesa a trasfigurare la natura astratta di certi ideali e contrasti d’amore dall’autore mai direttamente vissuti nella realtà. E se così fosse? Forse che il semplice bisogno di ‘fantasticare’ in quella particolare direzione non denuncerebbe, di per sé, la straordinaria intima importanza di quelle tematiche per chi le abbia sviluppate con tanto laborioso fervore poetico? Frank Harris, per contro, cercava di ‘dimostrare’ che vera protagonista dei Sonetti dovesse addirittura considerarsi “la dama bruna”, della cui sensuale bellezza il nostro si sarebbe invaghito con una tale focosità da rimanerne poi fatalmente fagocitato e colpevolizzato: un’argomentazione deboluccia e sui generis che, attendibile o meno, mandava su tutte le furie Lord Alfred Douglas (sì, proprio il baldanzoso amichetto di Wilde), il quale, in veste di arbitro saputo, la giudicava in qualche modo ‘offensiva’ e rispondeva subito per le rime con un’irruenza poco diversa da quella di un Aldo Busi fuori dai gangheri. Ah, la piccante questione shakespeariana non è meno memorabile di quella omerica!
 Sia come sia, se nell’ambito di un nuovo ciclo di conferenze in programma avrò modo di occuparmi più specificamente della figura femminile nell’arte shakespeariana -- presenza di irresistibile fascino umano e spessore psicologico, sempre decisiva sulla complessa scena esistenziale come creativamente immortalata dal nostro  -- sarà allora altrettanto illuminante constatare quanto amore per la migliore femminilità si riscontri sul fronte delle sue indagini teatrali, e quanta sublime nostalgia ne traspare per un ideale superiore di donna-compagna davvero capace di coniugare in sé philia, genuina e indefettibile amicizia dell’anima, con un appassionato trasporto dei sensi. E’ indiscutibile che, nei suoi variegati personaggi femminili (dalla irruente Giulietta alla remissiva, tenerissima Desdemona, alla sincera, spontanea e incompresa, esemplare e monumentale Cordelia…per non citare altre innumerevoli figure significative – Viola, Porzia, Ermione, Perdita, Miranda… -- che tuttavia il non specialista potrebbe non avere altrettanto ben presenti) lo Shakespeare drammaturgo incarna molto spesso il sogno di una fulgida magnanimità e d’una generosa forza morale vittoriosa sul disordine di certe smodate passioni mascoline. Cosa che, però, nella nuda realtà del quotidiano gli sarebbe parsa una rara evenienza, se non addirittura una irraggiungibile chimera? Può anche darsi: ogni più alta spinta idealistica in qualche misura incappa pur sempre, umanamente, nelle trappole dell’utopia; né forse il nostro potrebbe essere rimasto personalmente immune da certi eccessi ‘donchisciotteschi’ nei suoi intimi rapporti ideali con la donna, trovandosi dopotutto a vivere precisamente nella stessa temperie storico-filosofica da cui scaturì il coevo capolavoro di Cervantes. Un’idealizzazione nociva in ogni caso forse perché smisuratamente esigente? “Ogni cima cui si tende è un vicolo cieco, dove ci si sbatte contro lo sbarramento del cielo”: calzante metafora poetica, di cui mi rincresce non ricordare più l’esatta paternità. Sta di fatto che dopo, un’ansante arrampicata verso le vette più elevate da voler caparbiamente espugnare, la successiva discesa obbligatoria comporta sempre il trauma di una vertiginosa visione del precipizio sottostante. Tremendamente pericolosa è quella eccessiva idealizzazione che, desiderando forzare fino alle soglie del sovrumano le doti spirituali dell’umana creatura, in definitiva ne snatura l’essenza, la disumanizza disconoscendone ad ogni costo i limiti. Una propensione davvero temeraria, questa, in cui nel volo sublime è già implicito il tracollo; e la penserei paragonabile a quella stessa che il nostro ‘melanconico’ Leopardi, anch’egli assetato di superiore bellezza ideale impervia alle insidie del tempo e del mondo, nel commentare la propria lirica “Alla sua donna”, con queste parole -- “alla donna che non si trova” – con più chiara autocoscienza ci rivelerà. 
Comunque si rapportino fra loro tutti questi elementi messi insieme, credo si tratti di cose destinate a restare in ogni caso malauguratamente perlopiù incomprensibili (anzi neppure immaginabili, e quindi alla fin fine inaccessibili sotto il profilo di una corretta valutazione critica) soprattutto a determinate personalità di natura aridamente egocentrica, non riscattate da alcun libero slancio del cuore e del sangue nella loro sterile impostazione dei rapporti umani -- e ripensiamo pure alla figura, in questo senso alquanto rappresentativa, di un Pessoa: perfetto istrione ammantato di infiniti fantasiosi travestimenti nella sfera della creatività artistica, che tuttavia la propria più profonda, rigida maschera mortuaria inequivocabile se la strappa da solo in quest’altra sua annotazione raggelante:  “Sesso sudicio -- il vero peccato originale, infinito negli uomini, è nascere da donna.  L’unico vizio umano è amare la propria madre. Felice chi mai la conobbe. Grande chi la uccise.”  Di modo che quel temibile “pederasta” di Shakespeare (come, purtroppo, al Pessoa medesimo sembrava ‘logico’ poterlo definire e liquidare) può davvero dirsi distante anni luce da questa stortura, come pure da certe altre non meno drammatiche propensioni autolesionistiche (alle quali mi era perciò sembrato opportuno accennare) verificabili negli squilibri caratteriali di artisti pur grandi, grandissimi magari, eccelsi artefici sotto il profilo eminentemente letterario, capaci di suscitare intense emozioni estetiche finché si vuole, eppure in definitiva trascurabili come eventuali ‘maestri di vita’ alla cui parola si desideri anche poter spiritualmente attingere di tanto in tanto: come scrittori-poeti in grado di consegnarci anche un minimo legato di qualche effettiva, sicura e perenne, esistenziale utilità – se non sia quello di insegnarci a diffidare delle  loro devianze etiche per allontanarcene con più saggia cautela.
A tale riguardo, va forse aggiunto che la nostra migliore tradizione culturale ci indica come da sempre convivano con le arti alcune finalità per così dire utilitaristiche che, lungi dall’intaccarne il valore in quanto opere di autentica arte, riescono semmai ad esaltarne le intrinseche qualità. Già evidenziate dai pensatori illuministi con in testa il D’Alembert, e divulgate in Italia nel pieno e tardo Settecento, ben lo sappiamo, grazie anche al Parini autore dei “Principi delle Belle Lettere”, poi recepite dal maturo Leopardi poeta (assimilate sotto il profilo non solo teorico, come testimonia anche il suo Zibaldone…), si tratta di finalità purtroppo successivamente guardate dai creativi e dai critici con crescente sospetto specie da che, nel secolo scorso, con le correnti del Decadentismo, invalse prepotente il culto estetico dell’ ‘arte per l’arte’ -- ovvero il criterio del “bello per il bello” come valore assoluto.  E oggi, in epoca postmoderna, di quel ‘culto’ che ne rimane? In che misura e in che modo sussiste? Mentre non è facile poter sostenere che esso sia attualmente sempre orientato verso il ‘bello’ nella stretta accezione che a quel termine forse sarebbe ancora attribuibile, nelle espressioni creative oggigiorno considerate degne di chiamarsi “artistiche” è un indirizzo di fondo che sicuramente permane. Sopravvive come elemento tuttora condizionante nella ricerca monodirezionale della forma per la forma, o, più precisamente, della cosiddetta emozione per l’emozione da provocarsi in virtù di qualche nuova tecnica formalistica sempre più originale -- entrambe (forma ed emozione) tuttavia solitamente concepite come finalità ultime in sé conchiuse e di per sé giustificabili. Che poi molto spesso né la forma, né il genere di emozione che essa intende suscitare, siano di fatto minimamente riconducibili a qualcosa che “bello” avrebbe il diritto di potersi anche definire, credo sia, però, nonostante tutto, un fattore di importanza relativa. I canoni estetici non sono mai stati immutabili nel tempo. Ciò che forse dovrebbe maggiormente allarmarci è, invece, una sopravvenuta incapacità (o scarsa volontà?) di saper coniugare in modo armonico una forma espressiva che possa rivendicare il nome legittimo di arte senza dover per forza rinunciare a quella ulteriore funzione etica di “utilità per la vita” che dall’arte non è disgiunta e che ad essa non va necessariamente contrapposta, secondo imperituri insegnamenti di ascendenza culturale non certo circoscritta al Secolo dei Lumi, bensì tradizionalmente ‘classica’ tout court. Temo che proprio la graduale malaugurata scissione di questi due elementi essenziali si sia resa responsabile di quell’inarrestabile scadimento di buona parte della produzione creativa odierna, specie quella letteraria-poetica, e in due principali direzioni opposte: da un lato, facendone sempre più un ambìto strumento di oppiacea evasione dalla realtà, e, dall’altro, di declamatorio sentimentalismo pseudopolitico-ideologico-religioso -- forse ancor più antiartistico, questo, sotto il profilo della forma, oltre che generalmente poco produttivo in termini etici veri e propri, data la sua sostanziale epidermicità nei contenuti. In questa particolare luce attuale così grossolanamente rifratta, si può forse comprendere come uno Shakespeare (ma poco diversamente da un Dante Alighieri, da un Goethe… da tutti gli altri grandi classici di paragonabile calibro intuitivo e spessore umano…) tanto più emerga come esimio modello di vero artista con qualcosa di universalmente vero da volerci e poterci ancora suggerire con genuina poeticità – ossia perlopiù sommessamente, indirettamente, allusivamente -- mediante un continuo tacito invito al pensiero autentico. E credo che, in un artista così ispirato, sia proprio questo invito a voler pensare nel senso più alto della parola, a costituire il veicolo ‘utilitaristico’ più prezioso per chiunque lo sappia volenterosamente rintracciare sotto ogni diversa veste formale dall’autore di volta in volta prescelta; e lo voglia giustamente accogliere per farne oggetto di libera meditazione altrettanto proficua. Che poi da parte nostra l’adesione ultima non sia sempre totale, che qua e là essa avvenga magari anche solo per una sorta di concordia discors o discordia concors con le idee dell’autore, è un fatto che talvolta può logicamente verificarsi; anzi, è forse in fondo più costruttiva l’eventualità che nel rapporto con la parola di uno scrittore, tanto più se profondamente stimato, si insinuino anche occasionali perplessità, o persino fratture con le nostre stesse convinzioni personali. Tutto ciò semmai accresce e vivifica la funzionalità dei suoi stimoli in relazione al nostro intimo sentire -- a condizione, però, che quell’ “utile” così trasmessoci per le vie dell’arte lo si soppesi e lo si giudichi con un pensiero per l’appunto autentico, ovvero effettivamente disposto a misurarsi in tutte le proprie intime dimensioni, a proiettarsi senza remore in tutte le direzioni possibili per poter contemplare tutte le umane cose concepibili come se mai nessuna di esse gli fosse umanamente estranea, e quindi soprattutto -- sempre, in ogni caso -- con la massima umana sincerità verso se stesso.  E questa straordinaria opportunità di apertura al pensiero autentico direi che Shakespeare ce la possa offrire forse più di tanti altri; lo può avendo avuto il raro vantaggio di essere ad un tempo, oltre che poeta e filosofo, abilissimo attore ed egregio drammaturgo di professione: un uomo eccezionalmente capace, cioè, di calarsi in prima persona, con tutto il vero pathos ugualmente necessario, sia nei più disparati ruoli fittizi interpretati sulla scena, sia in quelli artisticamente ideati in base ad una sentita appartenenza e sofferta partecipazione al grande teatro umano da voler rappresentare. Come si fa a non essergli riconoscenti!           

E agape, il vertice assoluto della triade d’amore? Quanto spazio occupa in questa ampia spirale di valori attribuiti ad Eros da Shakespeare? E’ evidente che ogniqualvolta il “love” trascende i rapporti bipolari fra amanti o amici per abbracciare la sfera del sovraindividuale  -- ossia facendosi amore altruisticamente rivolto non più a singole persone, ma ad un intero popolo, una nazione, ad un ideale di patria che popolo e nazione rappresentano  – siamo in presenza di un sentimento già maggiormente sublimato, già interpretabile in termini di agape.  Nei drammi storici del nostro in particolare, laddove si delineano forme di sentito impegno etico da parte dei migliori governanti, o per contrasto esempi di irresponsabilità civile, di tirannico autoritarismo… è chiaro che il sentimento ora più o meno assecondato, ora in vario modo calpestato, è sostanzialmente un love di questa natura.  E tuttavia agape, per chiamarsi veramente tale, necessita di un ulteriore processo di purificazione: deve poter riflettere un impulso ancor più altruistico, deve potersi proiettare di là da ogni confine geografico e geopolitico, deve poter comportare un profondo desiderio di concordia assoluta fra gli uomini paragonabile alla musica cosmica derivante da quell’amore “che move il sole e l’altre stelle”.  Desiderio che tuttavia deve anche tradursi in una volontà pratica di benevolenza risanatrice, attraverso un coinvolgimento diretto di se stessi, un qualche intervento attivo capace di approdare ad una concreta rigenerazione. Nello scioglimento del “Racconto d’Inverno”, il nostro già prefigurava una palingenesi ideale in cui tutti fossero tornati ad essere se stessi ed in rapporto armonico con il prossimo: un contesto che andava oltre la vita terrena e che rimandava la fine del dolore e della violenza sulla terra all’instaurarsi di una sorta di bontà universale, quando – come dice il protagonista Leonte – gli uomini si mostrassero in grado di “un pentimento sincero, seguito da una vita tutta pura.” Una prospettiva talmente utopica quaggiù da richiedere il soccorso di poteri soprannaturali. Di qui forse l’idea di una missione ispirata alla magia bianca, coadiuvata dal potere sovrumano delle fate, come quella che Shakespeare ne “La Tempesta” cronologicamente di poco posteriore, per l’appunto sceglierà di affidare al grande teurgo Prospero.  La critica è ampiamente concorde nel riconoscere che questa apertura per così dire trascendentale del nostro avviene entro l’orizzonte dell’esoterismo alchemico, delle correnti rosacrociane, e dell’occultismo scientifico di cui Shakespeare sarebbe stato pienamente partecipe anche sotto l’influsso delle teorie di Giordano Bruno da lui conosciute tramite le traduzioni di John Florio. Quanto, però, questo carattere magico-esoterico degli ultimi drammi di Shakespeare sia legato al tentativo di dare anche una risposta ai conflitti politico-militari dell’epoca dell’avvento di Giacomo I dopo la morte di Elisabetta, ce lo illustrano molto bene i saggi specialistici di Frances Yates in materia.  La grande domanda sulla quale il dibattito permane aperto è tuttavia questa:  che cosa può rivelarci “La Tempesta” per quanto concerne le intime conclusioni di Shakespeare riguardo al  valore ultimo della sua missione come uomo e come artista?  In un apprezzabile poemetto dedicato ai personaggi della Tempesta shakespeariana, W. H. Auden rispondeva scetticamente così: art makes nothing happen – l’arte è uno strumento incapace di modificare sul serio le cose di questo mondo, è illusorio sperare diversamente.  Lo scetticismo di Auden in realtà trapelerebbe anche dal messaggio di Shakespeare, come ricavabile da una lettura dell’ultimo monologo di Prospero: “Sono finiti i nostri giochi. Questi attori erano solo fantasmi e si sono sciolti in aria sottile.  E come l’edificio senza fondamenta di questa visione…questo stesso globo svanirà nell’aria senza lasciare traccia di sé…noi siamo di quella stoffa di cui son fatti i sogni…ecc.”  Attraverso questa ormai celeberrima peroratio di Prospero, Shakespeare sembrerebbe considerare alla fin fine inutili le maschere e gli attori di Amleto, inutili le metamorfosi che un tempo aveva considerato necessarie per rimanere se stessi, nel complesso inconsistente il proprio credo esistenziale come fin qui l’abbiamo delineato. Ma è così? O meglio è solo così? Prospero depone la bacchetta magica e chiude il suo ultimo monologo congedandosi dai propri amici, emblematicamente quindi persino dalla parte migliore del mondo, e di un mondo per giunta purificato, per “vedere di calmare un poco questo mio malessere.” Che cosa può significare ritirarsi in questo modo dopo aver di fatto compiuto la giusta missione che si era prefisso, un’opera obiettivamente riuscita se esaminata nei suoi esiti effettivi? Pronunciando queste strane parole metterebbe in dubbio la possibilità stessa di uscire dalle impasse della vita di relazione se non attraverso un ritorno in se stessi?  Certo non gli dispiace aver voluto in ogni caso compiere quell’opera a favore del prossimo, aver provato fino in fondo l’estasi di agape; e tuttavia ora sente di doverne uscire. E perché? Quasi per una drammatica certezza di non poter condividere dopotutto con gli altri quell’armonia che per loro ha conseguito? Un’ambiguità, la sua, che non può non far meditare. Lo strano “malessere” di Prospero forse è, presumibilmente, quello di chi abbia purtroppo compreso come la verità migliore di noi stessi rimanga inattingibile agli altri, e che possiamo esperirla soltanto all’interno del nostro essere. Domanda: è, per caso, lo stesso solipsismo dei Sonetti, emblematicamente riassunto nel Sonetto 121, dove si trovava la più radicale affermazione di sfiducia nel prossimo come fonte di sviamento dalla verità di noi stessi? Nel capitolo dell’Ulisse che abbiamo citato, Joyce sottoscrive questa unica interpretazione, esprimendola con queste curiose metafore: “Signore aiutami a credere e a discredere: chi aiuta a credere?  Egomen [sic]. Chi a non credere? L’altro.”  Ma si è anche autorizzati a desumere che Shakespeare/Prospero, avesse invece intuito esotericamente come l’iniziazione, se e quando avviene, sia una conquista eminentemente privata, un’esperienza interiore in cui il prossimo, per quanto eventualmente beneficato, illuminato dalla bontà radiante che promana da un certo operato, non ha possibilità di un’ulteriore, più intima condivisione. E’ questa in fondo anche la condizione di certi santi pervasi di amore-carità come il poverello d’Assisi e di altre poche anime elette, toccate dalla Grazia, predestinate a concedersi illimitatamente non solo per altruistico amore dell’uomo, ma per un ‘innamoramento’ totale verso tutti gli esseri, anche i più piccoli e insignificanti, che ci vivono intorno. Fosse anche verso un filo d’erba qualsiasi. (E come non voler ricordare questa medesima sublime intuizione di Pirandello, metaforicamente illustrataci nella novella “Canta l’epistola?” Se ve la ricordate, ne traspare una sete d’anima che, nel caso specifico, persino sfidando i dogmi della fede istituzionalizzata, in qualche modo rende più autentica la sacralità di quel genere di rapporto individuale del protagonista con  il divino attraverso la natura rivisitata in un gesto d’Amore maiuscolo da ‘tutti quanti’ – ovvero, purtroppo, da parte della ‘normale’ comune umanità – definibile come folle, assurdo, impossibile, logico frutto di un palese squilibrio psichico, e nulla più.). In effetti si tratta di un impulso affettivo troppo elevato, troppo puro, troppo insolito per essere davvero capito; e tanto meno ricambiato nella stessa misura qualitativa dagli umani beneficiari di un fuoco redentore pressoché inconcepibile su questa terra.
E però come si comporta, come reagisce Prospero in questa particolare condizione spirituale per molti versi paragonabile? Perché può ritenersi significativo quel turbamento enigmatico che lo assale e che egli non nasconde, che permane ad affliggerlo nonostante il buon esito della grande opera al bianco? Forse in quanto, da ultimo, proprio quel “malessere” serve al drammaturgo per configurarci colui che ne è vittima come spiritualmente inferiore alla grande santità illuminata: in qualche modo tende a voler suggerire, cioè, che il teurgo non ha ancora del tutto imparato a donarsi per la semplice necessità di farlo senza corrispettivi possibili, senza soffrire minimamente del proprio destino di ‘amante’ per forza incompreso, fatalmente isolato. Stando però tutti qui i connotati più autentici del nobile volto di eros-agape, ciò che sminuisce la statura del buon mago shakespeariano è in definitiva proprio questo residuo ostacolo interiore: questa sorta di estrema resistenza che gli impedisce di riconoscere ed accogliere dolcemente, come elemento diversamente santificante, la propria inevitabile estraneità al processo di redenzione indotto dal suo immenso impegno d’amore. In chiave iniziatica, il non casuale “malessere” di Prospero, quindi (solo pochi critici credo abbiano saputo coglierlo in questa precisa luce) anche per l’uomo Shakespeare – l’uomo ormai nella sua piena maturità esistenziale e artistica – l’auspicabile inveramento di agape basato su una forma di completa abnegazione felicemente abbracciata senza sussulti ribelli, né fragili rimpianti, viene relegata anch’essa fra le meravigliose sempiterne edeniche utopie. Anch’essa, non senza strappare al nostro un amaro sospiro, gli si rivela un eccelso, angelico anelito d’amore di fatto inconsistente poiché vanamente perseguibile come uno dei tanti cosiddetti paradisi in terra: o, dopotutto, fosse pure un prodigio momentaneamente raggiunto, pur sempre effimero e impalpabile come un lembo di quella stoffa di cui sono fatti i bei sogni -- e di cui la natura umana medesima è tuttavia intessuta.
Non sembrerebbe improprio voler concludere con questo pensiero di un illustre storico francese moderno, Jean Delumeau, autore di un trittico intitolato “Une histoire du paradis”: “Il paradiso lassù sarà forse l’attuazione di quei sogni folli in mancanza dei quali questa nostra vita quaggiù sarebbe un inferno.” Preferisco farlo, invece, restituendo la parola ad Umberto Saba che, in un’altra commossa lirica intitolata “Quasi una moralità”, con più semplice, quasi francescano trasporto dell’anima, così sceglie di trasfigurare sensibilmente il misterioso miracolo terreno di eros-agape -- precario forse quanto la vita stessa sul pianeta, eppure inesauribilmente rinnovato per nostro intimo quotidiano conforto “finché il sole risplenderà su le sciagure umane”:

Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono alla finestra indifferenti
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
-- tutto il mondo – ha bisogno di amicizia.


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(3) NOTA  da collocarsi alla fine  della SECONDA PARTE della conferenza

Successivamente alla data di questa mia conferenza, mi è per caso capitato di vedere proprio questa lirica di Saba (insieme ad altre poesie del suo “Canzoniere”, che ne costituirebbero una più enigmatica premessa) sottoposta al vaglio critico di un valente letterato trentenne, già ricercatore presso facoltà universitarie statunitensi alacremente interessate (e come no…) ad individuare e meglio approfondire un certo filone ‘gay’ nell’ambito della letteratura italiana, specie quella moderna-contemporanea. Con ostentata perizia e sicumera (ma essendo egli forse ancora troppo giovane di anni per poter cogliere con serena introspezione alcuni virtuosi e virilissimi paterni sentimenti che solo l’età matura riesce talvolta a rendere davvero comprensibili? o forse perché anch’egli già abbacinato da un sessuocentrismo ossessivo, allo stato attuale ovunque dilagante e purtroppo obnubilante specie fra le più giovani disincantate generazioni dei tempi d’oggi?...), questo commentatore si picca e si compiace (tacciando, fra l’altro, di ormai inammissibile ‘pruderie’ passatista alcuni famosi critici nostrani quali Debenedetti, Mengaldo, Brugnolo…) di avervi finalmente ricavato una ‘prova concreta’ di effettive pratiche omoerotiche da parte del poeta triestino. E all’uopo, prevedibilmente, fa ampia leva sul risaputo fatto biografico che questi aveva nutrito un importante affetto personale (senza mai farne alcun mistero con i suoi familiari -- anzi, nemmeno in certa sua accorata corrispondenza con la figlia Linuccia, aggiungo io…) verso un giovane amico (peraltro figlio di amici di famiglia già molto vicini e cari al poeta…) giudicato particolarmente meritevole di stima, incoraggiamento in campo letterario, ed occasionali altri appoggi in varie situazioni. Del resto – sentenzia il commentatore -- i contenuti esplicitamente omoerotici del romanzo postumo di Saba (“Ernesto”) sono ormai una incontrovertibile rivelazione autografa di quelle pratiche segrete. Ma è un verdetto, questo, da doversi necessariamente prendere come oro colato? Tentiamo di metterlo quantomeno in discussione; e proviamoci con un approccio critico indiretto alla materia, procedendo come per cerchi concentrici.
Anzitutto cerchiamo di sbarazzarci con opportuno realismo di quel ‘romantico’ luogo comune secondo cui, in determinate circostanze, gli adulti sarebbero sempre i malvagi tentatori/persecutori, e i giovinetti gli adescati/perseguitati. Dopo di che, una volta stabilita l’assoluta plausibilità di un’eventuale inversione di queste parti, proviamo a figurarci un siffatto rapporto dove i ruoli convenzionali risultino di fatto scambiati; e immaginiamolo pure in chiave eterosessuale, essendo qui indifferenziabile la sostanza bruta, per poi riflettere sui possibili esiti dell’iniziativa di seduzione come intrapresa da una ipotetica giovincella unilateralmente smaniosa di favori sessuali. In tal caso, non può forse ragionevolmente succedere che anche i famosi ‘turbamenti del giovane Toerless’, ribaltandosi, divengano quelli provati da un adulto dal cuore ‘giovane’, ossia ancora puro, incontaminato e davvero innocente? Intendo così suggerire come, pur in completa assenza di qualunque cedimento pratico, le semplici presumibili provocazioni messe in atto in vario modo e con varia maliziosa insistenza verso il concupito restio, possano ben rivelarsi capaci, se non altro, di innescare in un individuo adulto sensibile (per quanto fermo nei suoi principi e di fatto moralmente incorruttibile) un certo inopinato immaginario erotico, ancorché privo di sviluppi materiali ai fini della seduzione. Magari del tutto nuovo per l’uomo così provocato, un immaginario gravido di improvvisi strani stimoli mentali senza precedenti – e però stimoli ‘proibiti’ umanamente non inconcepibili, direi, e concepibilmente forse tanto più conturbanti quanto più fortemente anomali risultassero nel tipo di trasgressività prospettata. Improvvisi turbamenti imprevisti e imprevedibili, diverse strane potenzialità con fermezza morale escluse dalla coscienza e respinte dalla volontà come cose inattuabili, e ciò nondimeno subliminali nuove presenze psichiche e forse talmente vive da potersi  anche riversare in un surrogato onirico autonomo, vuoi di per sé autorisolutivo, vuoi desideroso di assecondarsi spaziando innocuamente per le eteree contrade della creazione artistica.  Così come i Sonetti di Shakespeare non possono (lo precisavo già nel contesto della mia conferenza) in definitiva ritenersi una sicura confessione autobiografica di cose realmente avvenute, credo che per le stesse ragioni sia ozioso dare per scontato che il romanzo di Saba costituisca un’autodenuncia implicita e senza appello.    
Opera non motivata da aspettative di qualche pubblico riconoscimento letterario, come invece può anche dirsi delle liriche del bardo inglese, non credo sia da escludere che, per il poeta triestino, queste divagazioni narrative tendessero a configurarsi, piuttosto, come una sorta di urgente memorandum interiore: quasi un estremo bilancio consuntivo dei ricordi, ricostruiti e narrativamente amplificati, di alcune ‘tentazioni’ magari anche di fatto subite, e magari già accolte nell’intimo quali ‘evenienze’ di diversa irrealizzabile voluttà – com’è naturale che possa anche accadere ad una qualunque creatura umana appena dotata di una minima risonanza interiore aperta all’affabulazione. E l’affabulazione – sia essa naturale discorso quotidiano con la propria anima, sia che si effonda nella parola più ambiziosamente elaborata – in quanto flusso disinibito del pensiero affidato al riflusso di se stesso, può anche farsi liberatorio specchio deformante di ‘perpetrabili’ peccati mai commessi, o di visionarie esaltazioni della psiche di per sé ‘scandalose’ quanto potrebbero giudicarsi quelle mistiche spontaneamente ‘narrate’ senza diaframmi da Teresa D’Avila, Agostino, Giovanni della Croce…come, sul fronte opposto, dal Divin Marchese perversamente gratificato da allucinate rievocazioni delle più incredibili e impraticabili forme di abbrutimento. Credo che il ricordo di un forte turbamento interiore, sia che questo trascini verso vette celesti o baratri infernali, non possa mai essere del tutto rimosso, ma solo temporaneamente differito; e che un simile ricordo sia alla fin fine destinato a riemergere dall’oblio con veemenza maggiore qualora quel turbamento di fondo tragga magari origine da un’esperienza esistenziale tanto più incisiva e memorabile quanto meno la si era potuta a suo tempo razionalmente presagire. Di modo che non è forse anche lecito ipotizzare, con pari credibilità, che queste cosiddette ‘confessioni’ postume di Saba altro non rappresentino, dopotutto, che il perentorio rigurgito di ineliminabili memorie da non potersi più a lungo differire? Da doversi coraggiosamente riprendere per affidarle alfine ad un libero – e per ciò stesso veramente liberatorio – intervento di riaffabulazione? In questo caso specifico, pagine dall’autore certamente considerate abbastanza significative per non dover essere subito appallottolate e distrutte, e però forse anche ritenute di assai minor valore sotto specie dell’arte: ad ogni modo, non tali da volersi estrarre dal doppio fondo di una scarpiera e consegnare candidamente al semplicismo interpretativo di una critica sovente strabica anche quando vorrebbe pretendersi non più farisaica. “Sopporta che la tua astinenza dalle cose sia mal giudicata”, consigliava Epitteto, “essa sola è conciliabile col dominio di te stesso…” 
Quindi, per piacere: quella sensibile, ‘difficile’ lirica di Saba, così shakespearianamente irta di imponderabili incognite psico-affettive che nemmeno alla parola di un genio è dato di saper sempre compiutamente illustrare, cerchiamo almeno di volerla leggere con l’umiltà di un cuore pulito e pulsante, piuttosto che con una mente ingombra di sussiegosa malizia e per di più sorprendentemente impaludata in quella nuda univocità dei sensi letterali da cui rifugge ab aeterno l’autentica poesia. (Tralasciando ogni altra successiva buona fonte di riferimento di pari autorevolezza, basterebbe volersi riguardare in proposito quel celebre “Trattato” del Beccaria, non a caso già tanto stimato e consultato dal Leopardi filologo, dove si espone la teoria stilistica delle “idee accessorie” – ovvero, in termini attuali, della polivalenza semantica soprattutto insita nelle parole usate con immaginazione in sede connotativa, cioè eminentemente nelle opere di poesia.)  Ma, simile sprovvedutezza critica a parte, se una buona volta la smettessimo di voler infangare con morbosa ottusità, a qualunque prezzo, ogni più elevato, delicato e lodevole impulso dell’animo umano! Ci mettessimo, invece, a smascherare con miglior coscienza le micidiali ipocrisie dove realmente esistono? E andrebbero eventualmente snidate a spada tratta con quel corretto, programmatico ‘antipacifisimo’ che persino il verbo evangelico non esita a proclamare; e lo facessimo, se non altro, per evitare che certe squallide doppiezze nascoste si trovino, purtroppo, dappertutto accomunate con irresponsabile disinvoltura ad alcuni riposti, puri valori umani da esse ben distanti e discretamente coltivati. Ma perché sembra diventato quasi impossibile saper distinguere rettamente il nero dal bianco? e quindi saperli giustamente condannare o apprezzare per quelle contrapposte realtà che sono? Forse in quanto certi profondi sentimenti dell’animo umano si stanno ormai talmente rarefacendo da essere divenuti inimmaginabili? C’è da crederlo ormai – e attribuirne in buona parte la colpa anche ad un certo continuativo stupro mediatico che oggigiorno viene subito da troppe ‘allegre vittime’ sempre più consenzienti per così dire, sempre più felicemente disposte a farsi corrompere lo spirito attraverso un cervello disattivato in cui il dio Sesso legifera da gran dittatore e non concede più il minimo spazio a nessun’altra divinità, che non sia eventualmente quella di un concomitante strabocchevole sentimentalismo da due soldi, sciorinato dappertutto a ogni piè sospinto.

E allora domanderei, con un disperato sorriso: ci sarebbe da stupirsi se domani, sulla base di qualche (acuta) indagine storico-biografica puntualmente condotta secondo ottime nuove teorie (aggiornate a fil di miglior ‘logica’ contemporanea), qualcuno ci raccontasse che nel legame di Giacomino Leopardi con l’adorato fratello Carlo, e con l’idolatrato Giordani, e con l’inseparabile Ranieri in seguito, ci sia stata una frequentazione un po’ troppo stretta, troppo intensa, troppo esaltata per non risultare ‘evidentissimo’ indice di (inconfessabili) inclinazioni contro natura? O che l’eccessiva dedizione di Ungaretti verso tale Mohamed Sceàb (un giovane arabo! che Giuseppe si trascinò addirittura appresso a Parigi!!!…) non potesse non nascondere qualcosa di assai meno ‘limpido’, o meglio di decisamente ‘perverso’? E, di questo passo, buonanotte ai suonatori: che San Giovanni Bosco era un ‘ovvio’ pedofilo refoulé? O, più accurata esegesi (all’americana?) consentendolo, che la ‘innaturale castità’ abbracciata da Francesco d’Assisi, poniamo, e magari anche quella dello stesso Gesù di Nazaret in persona, non potessero non celare sicure tendenze omofile represse, ovvero (grazie al cielo…) freudianamente sublimate? Quantomeno interessanti, in tal senso, certe ‘ipotesi’ di fatto già considerate en passant nel recente libro di Augias/Pesce intitolato “Indagine su Gesù”. Stiamo però tranquilli: se per assolvere Francesco da un inverosimile ‘peccato di continenza’ qualcuno potrà magari provvedere a segnalarci ben presto qualche sua ‘presumibilissima’ occasionale scappatella nella boscaglia umbra con la vispa amichetta Chiara, occorre ormai ringraziare il bravo romanziere statunitense Dan Brown se non altro per aver salvato i ‘sani insopprimibili istinti naturali’ – dicasi la ‘normale’, ancorché maiuscola, Virilità -- del Cristo, presentandocelo come indiscutibile amante della Maddalena! E…buon padre terreno oltre che figlio del Padre celeste? Perbacco: vero Uomo a tutto tondo, capace non solo di copulare mascolinamente come vero Dio comanda, ma anche di perpetuarsi degnamente attraverso una ‘divina’ progenie in carne ed ossa. A che cosa non ci si abbassa ormai pur di assecondare con ogni mezzo la prurigine già spudoratamente ‘tele-guidata’ delle masse, e – manco a dirsi -- vendere altre parole su parole a peso d’oro. Con una punta di umorismo pirandelliano e tanta silenziosa amarezza, ci si può chiedere: oggi come oggi, in un mondo sempre più loquace e assordante, sempre più compiaciutamente impegnato a parlarsi addosso ad ogni ora del giorno e della notte, ha ancora senso sperare che una qualunque verità  -- realmente degna di questo nome -- non finisca quantomeno ignorata, sommersa e dispersa nel fluente chiacchiericcio generale? O, peggio, addirittura calpestata, umiliata, paradossalmente bollata e derisa come ‘evidente’ bugiarda retorica? Confusa anch’essa fra le imperanti smaccate astuzie sofistiche di gorgiana memoria, dove tutto e il contrario di tutto può impunemente essere  fatto valere: così, non di rado purtroppo, nelle aule di giustizia (e talvolta persino con l’ostentata fierezza di certi legulei per la propria superiore abilità dialettica professionale…), così nelle controversie spicciole della normalità quotidiana.     

In una società dai valori percepibilmente capovolti, i cui giornali e telegiornali riferiscono, fra qualche piccantissimo ‘giallo’ di cronaca e qualche gustosissima nuova ricetta di cucina, in ogni caso con ‘equilibrato distacco professionale’ (salvo effimere esclamazioni di rito, o sorridenti battutine di prammatica) anche la notiziola incidentale di “monelli” (isolati birbantelli cattivacci?) che si fanno scoprire spontaneamente disposti a prostituirsi senza scrupoli né timori, al solo scopo di raggranellare il danaro necessario per pagarsi i debiti dei giochi d’azzardo e per tenersi aggiornato il credito sul proprio ‘sacrosanto’ telefonino; in una società ottenebrata, i cui fervorosi appelli al ‘pacifismo’ sembrano non rispecchiare altro che una generale aspirazione a soddisfare, il più tranquillamente possibile, i ‘sacrosanti’ bisogni del rimpinzarsi lo stomaco di cibo superfluo, e del divertirsi senza sosta, e del drogarsi in tutte le maniere per sfuggire ad ogni forma di matura responsabilità, e infine dell’accoppiarsi ad ogni primo stimolo senza inutili remore (e, nella migliore evenienza, del volersi anche riprodurre con il ‘sacrosanto’ proposito di poter insegnare ai propri pargoli che, indiscutibilmente, quella filosofia esistenziale è in assoluto il miglior traguardo mai raggiunto nel migliore dei mondi possibili? e quindi la sola lezione di buona vita pacifica che d’ora in poi valga la pena di tramandare ‘amorevolmente’ di generazione in generazione?…), sì, credo proprio che in una società così radicalmente stravolta, un alternativo e depurativo imbrigliamento dei sensi ormai non possa che presentarsi come la più assurda, incomprensibile, anzi senza dubbio la più ipocrita, spaventosamente inumana, delle scelte comportamentali su questa terra – cioè, per ribaltamento, il più nero dei peccati contro la vera religione e la giusta pace dell’umanità.  E quanto di mortifero nella pratica delle quotidiane relazioni interpersonali sembra perlopiù discenderne, è che l’eventuale desiderio di avvicinare sensibilmente il prossimo con qualche sincero fraterno slancio di più edificante umanitarismo, di bel altra natura e ispirazione, ha ormai scarsissime possibilità di farsi realmente capire per quello che realmente è, e accogliere per quello che vorrebbe poter onestamente essere. 
Sicché, per dirla in termini concreti ed espliciti: un uomo ‘diverso’, ovvero estraneo al branco, che oggigiorno accostasse una donna senza darle immediata prova di volerla ‘virilmente’ catapultare su un divano-letto ben molleggiato (meglio se di marca Chateau d’Ax, e magari dopo una preliminare bevutina e sniffatina, e qualche ardimentoso corpo a corpo nella vasca dei barracuda? …), per sedurla ‘regolarmente’ alla pecorina, ovvero non solo su due piedi, ma a quattro zampe come odierna legge dispone, specie se quell’uomo non rientra in quella ‘rassicurante’ categoria di maschietti che sfilano sfoggiando all’occhiello sempre nuove procaci fidanzatine, con le quali vistosamente si sbaciucchiano senza posa per ogni affollata via del mondo, potrebbe forse ormai non essere catalogato, con automatica certezza, come un “gay…uuuh, tipico!…da scommetterci…”? E magari suggerire, per giunta, ‘logici’ corollari di questo tenore: “Ma… quel suo modo di fare così premuroooso…un po’ troppo gentile… con mio marito, invece?... Eh, no: qui gatta ci cova. Se costui pensa di fregarmi, si sbaglia di grosso. Fuori dai piedi, al più presto!” E forse che non si presterebbe ad analogo trattamento chi si sentisse per caso umanamente incline ad avvicinare uno o più uomini ‘problematizzati’ (tanto per rifarsi a certa ipocrisia eufemistica corrente), nel tentativo di soccorrerli con qualche eventuale seme di saggezza, con benevola istintiva solidarietà, non dico di matrice ideologica, o religiosa, semplicemente umana? Potrebbe ancora evitare di essere implicitamente reputato “un altro di noi, cuccù!…solo ben mascherato…a caccia di avventure per stupide vie traverse…”? Ho paura di no. E se quell’individuo purtroppo incompreso, così contrariato e intimamente mortificato, si imponesse mai di voler spiegare meglio a qualcuno degli uomini medesimi le reali, del tutto disinteressate, profonde motivazioni interiori di quella sua particolare assidua ‘vicinanza’? Penso proprio che verrebbe (nella meno infausta delle ipotesi) gelidamente ‘liquidato’ senza una parola e con una chiara riserva mentale di questo genere: “Uhm…quante storielle inutili: se questo furbastro insiste a non volersi scoprire, sarà perché dopotutto non sono il suo tipo. Cretino! Non sa cosa si perde. E chi il mio fascino irresistibile non sa apprezzarlo, sciò, via, alla larga!” Ricordo che, una quarantina d’anni or sono, un mio compagno d’università, un ragazzo di rara levatura intellettuale e morale, ideologicamente convinto e attivamente impegnato nel sociale quant’altri mai, ebbe a dirmi un giorno, con un amaro sorriso: “Sai, il fatto è che, se ti vedono frequentare una comunità di giapponesi, e partecipare regolarmente con passione alle loro riunioni di lavoro e di famiglia, qualcuno prima o poi si premura di annunciare in giro che, secondo lui, a guardarti meglio in faccia, hai senz’altro gli occhietti fatti a mandorla; mentre qualcun altro sarà forse già corso a fare opportune ricerche genealogiche per documentare che, effettivamente, hai almeno qualche goccia di sangue nipponico nascosta nelle vene.” Per incoraggiarlo, giocosamente gli avevo risposto: “Ciccio, ma che cosa vuoi che importi? Non te le ricordi le famose parole di Otello? ‘Chi ruba il mio buon nome mi strappa un bene che m’impoverisce, ma che in nessun caso lo arricchirà.’ Più o meno così. Perciò, siccome non gliene viene proprio nulla in tasca, dopo un po’si stuferanno e lasceranno perdere. Ma, nel frattempo, può essere persino divertente vederli sguazzare nelle loro brillanti congetture, no? Senza quella gustosa sfida reciproca forse ci annoieremmo tutti -- anche tu, anch’io… Ad ogni modo, metafora per metafora, la dentatura di un mastino napoletano potranno mai dirla uguale a quella di un fox terrier?”  Ebbene, penso di dovermi tardivamente ricredere: a circa quattro decenni di distanza, mi rendo conto che, oggi più che mai, un’opinione pubblica capillarmente influenzata sia persino capace di ‘dimostrare’, con tanto di certificazione Google/Wikipedia alla mano, che un affettuoso cucciolo di delfino e un vecchio coccodrillo affamato sono creature della stessa identica specie. E le conseguenze sulla qualità e la durata di certi legami affettivi qualche volta possono rivelarsi persino tragiche, anziché solo spassosi giochetti allo zoo del bel mondo sfaccendato e spettegolante.   
Grazie a questa sorta di stolido, pestilenziale e contagioso determinismo sessuocentrico, malauguratamente rinfocolato dalle infinite rubriche cosiddette ‘psicologiche’ che pullulano sui rotocalchi più in voga, quanti rapporti umani dei più genuini e costruttivi oggigiorno non sembrano destinati a naufragare, purtroppo, scioccamente e irrimediabilmente? C’è da volerselo domandare con la mano sul cuore. Del resto, il premiatissimo film “Shakespeare in love” non credo abbia recentemente contribuito ad illuminare di vera luce le fondamentali virtù etiche del nostro, anzi.   In un’epoca che la realtà forse non sa più osservarla se non a testa in giù, che il comandamento biblico-evangelico “non commettere atti impuri” si tenda a volerlo leggere anch’esso capovolto? “Non astenerti mai dal fornicare! E peste ti colga, se ci provi a fare il puritano schizzinoso: nemmeno il Padreterno lassù te lo perdonerebbe!” Già: ti sputerebbe addosso con quel famoso “vaff…” di un certo Grillo Straparlante uscito da una corrusca fantasmagoria del maghetto Harry Potter?  Può darsi che la fede non smuova le montagne nemmeno più là in alto; ma perlomeno con l’innegabile coraggio, se non con la distruttiva vis polemica di quel maiuscolo grillo informatore informatizzato, ritroviamo qualche volta la forza di abbandonare il vile menefreghismo (quello che Leopardi chiamava espressivamente “spassione”) e di spalancare le fauci per dire semplicemente pane duro al pane raffermo, e ostie alle sacre ostie del tabernacolo. Con la Speranza (vana virtù teologale?) di poter invitare amorevolmente ad una più pacata presa di coscienza almeno qualcuno di quei troppi che sembrano precipitati in una tremenda trappola dove le convulsioni parossistiche di una febbre letale sono scambiate per i sintomi inconfondibili di una grande salute, alfine riconquistata e alfine assaporata con orgoglioso anarchismo e con il plauso dell’universo intero, ivi compreso, ovviamente, quello del suo Creatore. E quale migliore divinità, più comoda e accomodante di questa, ormai opportunamente riplasmata a perfetta somiglianza e misura del piccolo grand’uomo della nuova postmoderna strada intergalattica? Sì, perché proprio l’esuberante Salute ritrovata non manca nemmeno di rinvigorire torme di giovani e giovanilisti ‘papa boys’ d’ogni ceto, d’ogni colore, d’ogni nazione e d’ogni credo (appena reduci da qualche liberatoria orgia collettiva consumata nel cuore della natura?... qualche promiscua kermesse della vera grande amicizia, punteggiata di vuoti a perdere e di preservativi ancora fumanti di calda gratitudine, aaah, per un amabilissimo, finalmente evoluto e comprensivo, davvero rappresentativo vicario di un Cristo Superstar, che con paterno amore tutti vuole abbracciare e di tutto festosamente raccoglie?…così, purtroppo, si preferisce credere per autoassolversi senza desueti scrupoli di coscienza…); e, in ogni caso, una Salute che spinge cotanto ‘esercito della salvezza’ ad invadere con esultanza qualche antico battistero di fresco arredato in scenografico stile avvenirista, per poter ufficialmente osannare l’icona restaurata di un buon Dio finalmente svecchiato e dal volto umano riconoscibile: finalmente degno di essere ammesso sui nuovi altari delle rinnovate chiesette del 2000, e allegramente ringraziato a suon di sdilinquiti motivetti e coretti sempre bene intonati. Ma, ahinoi, soprattutto un Dio raffigurato come docile padre-mammo, sempre mollemente passivo e permissivo, e vergognosamente travisato perché ritenuto addirittura ‘complice’ sicuro, affidabile, disponibile, felice di poter essere invocato a bacchetta nei tribunali quotidiani come massimo testimone di spudorate teatrali menzogne da spacciarsi per limpida innocenza ingiustamente offesa.
Già tanti anni fa, il ‘laico’ Montale – quasi un novello Amleto alle prese con una realtà “fuori squadra” -- meditava con queste simboliche metafore poetiche intrise di arcana veggenza: “…la bussola va impazzita all’avventura/e il calcolo dei dadi più non torna/…in cima al tetto la banderuola affumicata/gira senza pietà.” D’altro canto, più recentemente, con pessimismo un po’ meno rinunciatario, osservava il mussulmano Edward W. Said nei suoi saggi sociologico-letterari, intitolati “Umanesimo e critica democratica”, “….poiché la storia non è mai finita o compiuta, si danno sempre casi di opposizioni dialettiche non conciliabili, non trascendibili, incapaci di raggiungere davvero una sintesi più alta e più nobile.” Forse è giusto che sia dura a morire la fiducia in un futuro carico di imponderabili dialettiche se non altro, fortunatamente, aperte. Ma sperando di non essere caduti, con questa vibrante tirata, nello stesso vaniloquio delle invettive facilone e delle faziosità satiriche oggigiorno onnipresenti, spesso fondate su qualunquistiche generalizzazioni livellatrici o visioni filosofiche totalizzanti, entrambe sicuramente riprovevoli -- e augurandoci di non aver nemmeno lasciato erroneamente intendere di aver qui approvato in blocco tutti quanti i particolari tratti della fisionomia di Eros come delineataci nell’opera letteraria del grande elisabettiano -- dinanzi alle clamorose incoerenze etiche che, purtroppo, balzano dovunque agli occhi e sembrano sempre più caratterizzare gli spensierati tempi nostri, come trattenersi dal voler perlomeno gridare al cielo: “Viva la tua areligiosità, caro Shakespeare! Dio ti benedica, se dopotutto, da ateo o agnostico che tu sia stato, non ti appigliavi a nessun vuoto simulacro metafisico per scagliarti contro le svergognate ipocrisie umane con il più rigorosamente cristiano dei propositi e degli impegni.”  


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(FINE  NOTA 3  --  con cui si conclude il testo della SECONDA PARTE della conferenza)







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