POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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venerdì, settembre 19

LETTERA A SESìL: il problema della libertà (parte seconda)

Di Angela Fabbri

Il 3 giugno 1977 partii per il mio personale Far West. 384 Km di treno, una città sconosciuta, imparare un mestiere di cui nessuno dalle mie parti sapeva nulla (1), e chi avrei incontrato? E ce l’avrei fatta?
E’ triste dirlo perché alla fine del corso il Capo della Ditta presso cui l’avevo frequentato, mi comunicò l’esito: talvolta avevo intuizioni geniali e talaltra sembravo non capire nulla.
Tuttavia mi tenne, come altri, a lavorare a cottimo, eravamo cioè pagati a riga di programma e se si considera che allora non esistevano i videoterminali, che un programma si scriveva a mano in stampatello, riga per riga, rispettando l’ordine numerato delle colonne, su fogli appositi che poi venivano perforati su schede da apposite signorine la cui qualifica era appunto ‘perforatrici’ (avevano cioè lo stesso nome delle macchine su cui lavoravano), le schede caricate sul primo elaboratore disponibile, corretti gli errori da noi perforando nuove schede ognuna delle quali sostituiva una o più righe del programma, che poi andava di nuovo caricato sul primo computer disponibile e eseguito per vedere se funzionava, si capisce forse che il risultato era molto lontano (programma funzionante = guadagno).
Ad ogni modo il mio primo programma partì come un razzo, eseguì il suo compito e terminò OK al primo giro. Evidentemente i libri di informatica, che avevo comprato e studiato di notte, rielaborati in modo del tutto inconscio dal mio cervello, davano i loro frutti.
Mi ero rivolta ai libri già durante il corso di programmazione perché i miei colleghi o erano già periti informatici o laureati in quella disciplina o era almeno la seconda volta che frequentavano quel tipo di corso (ricordo che gli unici neofiti eravamo io e un giovane Capostazione di Porta Susa) e, dato che si frequentava per poi avere il lavoro, le informazioni tra noi non è proprio che viaggiavano in generosa libertà.
Capii che ero fatta per quel lavoro. Considerando però che mi affidavano pochi programmi, che li dovevo passare sempre sui computer disponibili al momento, fossero in centro a Torino o fuori come a Settimo Torinese dove arrivavo e tornavo in corriera a mie spese, guadagnavo troppo poco anche per mantenermi all’Ostello dove la Comunità Valdese, su domanda della mia zia Itala madre di Andrea, mi aveva trovato posto.
Chiesi quindi alla Software House per cui facevo programmi se aveva altro lavoro al di fuori di quello e mi affidarono il centralino della loro nuova sede. Così cominciai a scrivere programmi con una mano e a rispondere al telefono con l’altra. E non c’erano influenze o mal di gola a farmi sospendere il lavoro in quell’inverno pieno di neve.

Non voglio fare troppo la piccola fiammiferaia, infatti arrivò la primavera. Ma non sul mio reddito. I pagamenti cominciarono a ritardare, il lavoro a non arrivare… Con orgoglio e pianto decisi di chiuderla e di ammettere la sconfitta. Tornai a casa, pesta e avvilita dentro, ma con una linea da far invidia a un’indossatrice.
Quello che mi seccava di più era dover portare a mio padre solo le mie pive nel sacco. Mio padre era piuttosto ‘tirato’ nell’esborso di denaro. E, dopo che tutto si sistemò e da allora sempre, gliene ho reso merito perché mi ha insegnato l’arte del risparmio e dell’investimento e a non far mai il passo più lungo della mia gamba.
L’unica cosa che mi teneva in vita, sprofondata com’ero nella vergogna della sconfitta, era sapere che anche il mio amato Charlie Chaplin non ce l’aveva fatta nella sua prima volta in America.
E così, proprio come lui, anch’io rifeci il viaggio, il mio 2° verso Torino, grazie al fratello grande di Andrea, mio cugino Paolo, che mi trovò da dare un esame per un’altra Software House che cercava programmatori junior. 
Superai l’esame, venni presa come apprendista e poi assunta in pianta stabile.
Ma mio padre, che piangeva la mia lontananza, mi iscrisse a un concorso indetto a Ravenna dalla Lega delle Cooperative (Tripartite) per numero1 posti da programmatore al loro Centro Elettronico.
Vinto il concorso e con lui uno stipendio da favola per l’epoca (554.000 lire nel 1979, contro le 390.000 che guadagnavo) ebbi anche un’altra grandissima soddisfazione, più importante, molto più importante della ‘grana’ che sarei andata a percepire: alle mie dimissioni, la Ditta di Torino, per bocca dei 3 soci, rispose che, se non avessero saputo che volevo avvicinarmi a casa, mi avrebbero messo i bastoni fra le ruote per impedirmi di lasciarli.
Dovevano riconoscermi delle qualità di cui io non sospettavo l’esistenza. In effetti, durante il periodo di prova avevo preso il morbillo e dovuto assentarmi dal lavoro per più di un mese, eppure mi rivollero indietro fino ad assumermi a tempo indeterminato dal 1° gennaio 1979 come ‘impiegato di concetto, inquadrato al  3° livello del Settore Commercio’ (2).

(1) NdA.   Nel 1977, per quel che ricordo, esisteva la Laurea in Informatica solo a Pisa e il Diploma  di Perito informatico aTorino. 



(2) NdA: All'epoca, le figure professionali in campo informatico non erano ancora definite nei Contratti Nazionali del Lavoro (eravamo solo al principio).


                                                  - Fine   della  Seconda  Parte -









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