POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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mercoledì, settembre 24

LETTERA A SESìL: Il problema della libertà (parte terza)

In tutto questo marasma del guadagnamoci il lavoro, non è che ho dimenticato i sentimenti, i desideri fisici, il bisogno di amare e essere amata.
Durante il primo anno di Torino avevo messo da parte Claudio, cercavo di non pensarci, avevo da costruire qualcosa e pensavo anche che lo facevo per tutti e due.
Ma ero perseguitata dalle lettere di una mia ‘cara amica’, vera femmina d’epoca, che raccontavano con ricchezza di particolari come me lo stavano portando via mentre ero via a costruirmi un lavoro. Così, tornando per un fine settimana, andai a trovare Claudio.
Constatando come era già ben sistemato, con la biondina veneta che gli serviva il cibo in tavola (finalmente capivo perché la biondina veneta mi era sempre stata insopportabile al liceo, dove le nostre due classi facevano insieme le ore di ginnastica (3) ), uscii dalla sua vita e lui dalla mia.
Adesso ero davvero libera di costruire la mia libertà fondata sul lavoro.
Non mi rendevo conto, allora, di interpretare così, di persona, il primo passo della nostra Costituzione.

Inaugurai la mia carriera di femmina alla cena e conseguente ballo di fine corso. Quando, dopo essergli stata a lungo fra le braccia calde, baciai spudoratamente e completamente uno dei colleghi, brutto ma uomo molto gentile e di aspetto molto brasiliano.
Questa cosa del bacio mi aveva sempre incuriosito e anche preoccupato, ma quella volta lì venne così bene, così spontaneo e rilasciato e scivolato che non lo dimenticherò mai.
Da allora mi è sempre piaciuto baciare. Ma un’altra risposta brasiliana, con un uomo, non è arrivata più.

Di Ravenna le ragazze dell’Ostello Valdese, che venivano da luoghi molto diversi (piemontesi del cuore del Piemonte e cioè Pinerolo e piemontesi delle montagne, poi da Bergamo, da Ragusa, da Trapani e persino da Sarajevo in Bosnia) mi raccontavano di stare attenta perché là, si sapeva, le ragazze erano vestite all’ultima moda e sempre ‘in tiro’. Così mi guardavo la camicia poco stirata di stampo militare, i calzoni di tela senz’altra firma che quella delle mie forme e finivo sulle scarpe di vitello che la forma l’avevano scordata da un pezzo. In quei panni io ci stavo proprio bene. E poi ero carina, almeno così qualcuno diceva.
Tuttavia, una volta incamerati i primi favolosi stipendi, ecco che essi incominciarono a essere investiti. Proprio così, anch’io dopo un po’, potevo dire di avere dei soldi ‘in vestiti’.
E ho fatto bene perché di lì a un anno tutta la magnificenza della paga si ridimensionò, complice la crisi che continuava il suo lavoro silenzioso.




(3) NdA.   All’epoca, adesso non so, al Liceo Scientifico “A.Roiti” di Ferrara non esistevano classi femminili, solo maschili e miste. Dunque le ragazze di 2 sezioni venivano accorpate per le ore di Educazione Fisica, analogamente accadeva ai ragazzi. Unica differenza: i maschi avevano l’uso della palestra ultramoderna entro l’edificio del liceo, le femmine dovevano scarpinare fino all’enorme capannone del Palazzetto dello Sport e ivi fare ginnastica al freddo. Tanto, cosa vuoi, alle ragazze interessa così poco l’educazione fisica che marcano visita ogni volta che hanno le mestruazioni (o meglio ‘le loro cose’, come
si diceva allora).

A Ravenna cominciò la mia carriera di donna a cui gli uomini piacciono tanto, appena abbozzata a Torino. Ma forse la definizione che ho appena dato appartiene a tempi molto successivi perché allora capitava più che io piacevo agli uomini e di fronte a lunghe insistenze li accettavo. Era l’epoca in cui li consideravo solo animali da letto e le donne invece come persone con cui coltivare insieme il cervello (anche qui ho in seguito riveduto il concetto).
A Ravenna incontrai anche la terza donna della mia vita, dopo mia madre.
Il Capodanno del 1981, di ritorno dal Lido di Jesolo dove l’avevamo festeggiato con amici, in autostrada incontrai il primo cane della mia vita, Ricco, cucciolo abbandonato e festoso che non voleva saperne di restare nello scatolone (rimasto vuoto di viveri) dove l’avevo messo durante il viaggio in auto verso casa.
Poco dopo, il 20 del mese, morì il mio amato Zio Alfredo che da piccola mi terrorizzava perché si toglieva i denti finti (i suoi li aveva lasciati in Africa, durante quella guerra, ma io allora non sapevo che la causa di quella mancanza era scritta nella storia, la storia infinita delle guerre).
Mi raccontano, io non lo ricordo, che da piccola rubai quella sua dentiera e dovettero rincorrermi per riprenderla e portarmela via.
Forse per punirmi di questa marachellona antica, in giorni recenti ho dovuto anch’io cedere i miei denti.
Non preoccupatevi, se mi incontrate non mi troverete senza: ho investito parte della mia liquidazione a reimpiantarli su.
Il mese dopo (2 febbraio 1981), anche Ricco mi venne portato via: un’auto lo investì e lo stese per una mia disattenzione o meglio per la troppa attenzione che stavo dedicando alla mia macchina fotografica e da allora non l’ho usata più.
Nel breve periodo che con Ricco abbiamo vissuto insieme, tutte le domeniche andavamo a Francolino, un piccolo paese a 10 km da Ferrara. Andavamo a trovare un caro amico, un vecchio signore contadino che lavorava e amava la sua terra. Ma anche lui mi lasciò, di lì a pochi giorni, per ‘un brutto male’ come lo si chiamava allora.
Mi sembra che a questo punto le morti vicine si fermarono per un po’.
E anch’io mi fermo qui perché nel 1981 i miei vent’anni stavano finendo di consumarsi: il 3 di ottobre ne avrei compiuti 30.

Ricordo che da giovane non facevo che spostare mentalmente in avanti il momento in cui mi sarei fatta una famiglia.
Alla mia epoca, se si arrivava a 25 anni senza essere sposate, si diventava ancora zitelle.
Ma a me, mano a mano che mi avvicinavo a quell’età, mi era importato sempre meno e di realizzare me stessa sempre di più.
Dopotutto, mi dicevo, 28 è una buona età per sposarsi e avere dei figli.
Allora, allora sarò già diventata un bravo scrittore così da non riversare le problematiche del mio scrivere sulla mia famiglia.
Però la crisi economica si era abbattuta di traverso sulle mie idee.
Il lavoro era stato da rincorrere e, una volta trovato, da farmelo piacere, ma qui ho imparato presto.
Come ho imparato presto che il lavoro, quando è preso completamente, non dà più spazio per altro. All’inizio mi dicevo “Vabbè, adesso dedicati a questo, poi, quando lo dominerai, tornerai a scrivere e disegnare”. Intanto l’idea di famiglia si allontanava. Anche disegnare diventava complicato perché, sempre in viaggio da un posto all’altro, le chine e la carta da disegno non me li potevo portare.
Ma i miei quaderni sì. E ho scritto dovunque stavo, la notte, quando finalmente restavo sola.
Certo sono intervenuti gli uomini a distrarmi, in buona quantità. E a onor del vero anche alcune donne.
Ma mai nessuno, né famiglia né amori, mi ha avuto mai più.



                                               

   - Fine   della  Terza  Parte –



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