POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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martedì, agosto 12

Muri di pietra e legami di cuore

Ingresso principale Villa Sarthein

 

Villa Sarthein-Angeli-Istituto PadriCanossiani
Piazza Municipio, in fondo alla via si trova
la casa dai muri di pietra
I miei genitori decisero di acquistare una casa nel loro paese d’origine. L’intento era di utilizzarla per le vacanze estive, poiché abitavano nella grande Milano, molto distante da quel paesino racchiuso in una vallata dolomitica. Vi si sarebbero poi trasferiti, in maniera definitiva, qualora fosse giunto il tempo di andare in pensione.
Quando mi portarono a visitarla, avevo poco più di cinque anni, eppure ne ricordo ancor oggi il suo iniziale aspetto.
Era una casa costruita con grosse pietre a vista, che formavano muri maestri dallo spessore di quasi un metro. Questo dava modo di stare al fresco in estate e caldi in inverno. Ricordo che la porta d’ingresso era sovrastata da un pergolato di legno, rivestito di tralci di vite, dal quale pendevano grappoli d’uva ancora acerbi, poiché eravamo all’inizio dell’estate.
Nel suo interno, la casa si trovava in pessime condizioni, in quanto era stata  usata da un contadino, e parecchio malmessa. La soffittatura era formata da travi di rovere a vista, purtroppo in seguito contro-soffittate.
Vi era anche una porticina esterna, che affiancava la porta d’entrata principale. Fabbricata questa artigianalmente in noce massiccio, si apriva con una grossa chiave. Diedi qualche mandata, e rimasi colpita dalla stranezza di quel che notai all’interno, poiché all’epoca era stato adibito a stalla e lo evidenziava il fienile che si trovava al piano di sopra. Le pareti erano rivestite da rossi mattoni pieni, ma la particolarità che mi incuriosì, era il soffitto a cupola che, all’epoca, notai solo sopra l’abside della chiesa parrocchiale.
Salii fino in soffitta, un grande stanzone diviso in due da una bassa arcata, tanto che un adulto doveva chinarsi, per oltrepassarla. Incise sull’apice della parete divisoria, vi erano delle lettere: MDCXCV e chiesi, a chi mi accompagnava, di dirmi cosa significassero. Mi rispose che si trattava di numerazione romana e la decifrò come milleseicentonovantacinque,  aggiungendo che doveva trattarsi della data in cui fu costruita la casa.
Di fronte alla costruzione rurale, si affacciava il retro di quello che fu il palazzo del conte Sarnthein – oggi trasformata in seminario e convitto dei Padri Canossiani – ne conseguì che la casa acquistata da mamma e papà, all’epoca doveva esserne la dependance, molto probabilmente la scuderia dei cavalli con annessa casa colonica.
Fu necessario intervenire con un’adeguata ristrutturazione, per rendere quella casa abitabile. I miei genitori, inesperti in architettura, hanno creduto giusto far demolire la cupola di mattoni, per creare una stanza supplementare al piano di sopra, distruggendo così qualcosa di antico e bello, per trasformarlo in altro di più utile. Ultimati i lavori di muratura, idraulica ed elettricità, poco alla volta la casa fu ammobiliata, permettendoci così di utilizzarla per le vacanze estive.
Il pergolato di legno putrescente fu demolito, al fine di ampliare il giardino. Anche il melo, al suo centro, fu abbattuto per vetustà.
Un tuffo nel passato, ripescando dai miei ricordi la storia di queste mura che hanno visto le generazioni della mia famiglia nella gioia e nella sofferenza, nell’infanzia e nella maturità, in un turbinio di emozioni che ancora affiorano alla memoria.
Vi trascorsi lì la mia infanzia, l’adolescenza e la gioventù, giocando nel bel giardino con la compagnia degli amici che avevo conosciuto nel corso degli anni.
Adiacente alla casa dei miei genitori, vi era quella di una famiglia numerosa, ben sette figli. Due di loro, Bobo e Doretta, avevano circa la mia età, ed io ero ansiosa che terminasse la scuola, per partire verso i monti e ritrovare i miei compagni di giochi. Ricordo ben poco quali fossero i nostri divertimenti, di certo i più comuni come nascondino, bandiera, campana, ma rammento molto bene l’altalena che pendeva dal loro balcone, formata da due corde terminanti con un’asse di legno, che fungeva da sedile. Quando finalmente ebbi il permesso di salirvi, dondolai con tanto vigore, che l’asse si spostò ed io finii con la testa sull’acciottolato del cortile, prendendo una botta tale, che quasi svenni. Questo non m’impedì di salirvi per molti anni ancora.
Bobo – a quell’epoca, aveva otto anni come me – era un bel ragazzino bruno, snello e sempre abbronzato, ma dispettoso come nessun altro, e anche un tantino crudele.  Le rondini costruivano il loro nido sotto lo spiovente del tetto, e lui si divertiva, con una lunga pertica, a distruggere i nidi dentro i quali vi erano deposte le uova, se non addirittura già i pigolanti rondinini. Mi si stingeva il cuore, nel vedere quegli ovetti sfracellati al suolo, o i corpicini dei piccoli, ormai senza vita. Inveivo contro di lui, apostrofandolo duramente: - Cattivo! Odioso! Antipatico! Bobo ridendo, mi rispondeva che sotto i nidi delle rondini si andava formando una grande sporcizia, dovuta alle eiezioni dei rondinini. Oggi mi chiedo: se dovessimo uccidere tutti quelli che sporcano, uomini o bestie, si provocherebbe un’ecatombe! Lo scorso anno ho ricordato a Bobo, ormai nonno, quel che combinava da bambino. Mi ha risposto di non rammentare d’aver mai agito a quel modo. Avrà rimosso i ricordi o compreso che la natura va rispettata, poiché ora le rondini tornano ogni primavera, e i nidi sono integri, sotto i tetti delle nostre case. Infanzia, questa sconosciuta!
Quel giardino riecheggiava di voci di bimbi, dei miei coetanei e mia, in seguito quelle di nipoti e pronipoti. Era un ambiente pieno di allegria, di risa e anche di pianti per qualche caduta, sbucciatura alle ginocchia, graffi causati da gatti o rosai. Era l’ideale palcoscenico della nostra vita.
Quando nacque la mia primogenita, anche Gigi, uno dei fratelli di Bobo, divenne padre. Le nostre due bambine crebbero insieme, divennero amiche e a loro volta mamme di due maschietti, Quel giardino divenne così lo sfondo davanti al quale si alternarono i tempi di molte generazioni, testimone di commedie e tragedie recitate da nonni, figli e nipoti.
Venne il momento in cui i miei genitori poterono usufruire della pensione, e si trasferirono definitivamente in quella casa, dove li andavo a trovare con il marito e i bambini, che a loro volta trascorsero lunghe vacanze a casa dei nonni. Per tutti, compresi i figli di mia sorella, fu vero divertimento: corse e salti lungo la scala di legno che portava al piano superiore, dove si trovava la zona notte, e palloncini colorati appesi alla cancellata, per festeggiare i vari compleanni. Ma non occorreva aspettare i compleanni, per far festa tutti i giorni, solo per il piacere di condividere ore serene tra di noi, o con gli amici e conoscenti che quasi quotidianamente passavano davanti al cancello, chiamavano e noi li invitavamo a prendere un caffè o un gelato, conditi da piacevoli chiacchierate. Parlando di tutto e di niente, le ore trascorrevano in lieta compagnia fino a che non ci accorgevamo che il sole si nascondeva già dietro i monti e imbruniva.
Uno dei miei passatempi, durante il soggiorno estivo nella vecchia casa di campagna, era sferruzzare con gli aghi da maglia o creare con l’uncinetto piccoli oggetti da regalare per Natale alle mie amiche. Avevo la netta impressione di vivere nel tempo che fu, come una vecchia signora dei secoli scorsi, anche se ero giovane. L’atmosfera bucolica, la vetustà della casa, il silenzio, le antiche tradizioni rispolverate per l’occasione, mi riportavano, come d’incanto,  all’indietro nel tempo,
 Seduta sotto l’ombrellone, o sulla sedia a sdraio, lasciavo che i raggi del sole mi accarezzassero, dorando l’epidermide, e osservavo i cirri che, sospinti dal vento, parevano tante vivaci scolarette col grembiulino bianco, uscite festose da scuola. Erano momenti di assoluto silenzio durante, i quali sentivo di appartenere, in totale fusione,  alla natura stessa.
Il piacere di raccogliere i prodotti dell’orto era impagabile: fagiolini, carote, pomodori, cetrioli e zucchini e insalata, per non citare il resto, ben sapendo che ogni ortaggio era coltivato in maniera del tutto biologica. La confezione di marmellate e conserve, con le eccedenze di quelle che non erano consumate fresche, si trasformava in un piacevole passatempo, nelle giornate piovose.
La casa, punto d’incrocio tra le varie statali che conducevano a Cortina, piuttosto che a San Martino e al Passo Rolle, ci permetteva gite di un giorno, per sciare in inverno, e ad impegnarci in  faticose ma corroboranti scarpinate in estate, percorrendo i sentieri tracciati dal CAI. Le pedalate in bicicletta e le passeggiate lungo il corso del fiume, configuravano quella casa come un  luogo ideale per la villeggiatura e un punto di riferimento costante per tutta la famiglia.
Anche dopo la scomparsa di mio padre, continuammo a recarci in quel luogo durante il periodo estivo, finché mamma non si trasferì definitivamente da me, e chiudemmo a malincuore la nostra vecchia “scuderia”.

Da qualche tempo c’è chi suggerisce di vendere quella proprietà - troppo lontana da raggiungere in auto, e malservita dai mezzi pubblici.  Sistemata in modo adeguato alle esigenze di una vita in campagna, non offre le comodità cui oggi siamo tutti abituati: niente connessione adsl, e per questi tempi di grande comunicazione informatica, il senso d’isolamento telematico grava sui giovani nipoti e pronipoti.
E’ pur vero che mantenere una casa non più abitata, comporta spese non indifferenti, ma è altrettanto certo che se fosse posta in vendita, si cancellerebbero i legami familiari, affettivi e di appartenenza al paese d’origine, non avendo più alcun motivo di recarvisi. 
Quei muri, che custodiscono antiche vestigia, risalenti a quasi trecentoventi anni, e ricordi più recenti, appartenenti a tutti i membri della famiglia, restano il solo legame che mi riporta all’infanzia, ricordi-fantasma che aleggiano tra quelle mura, silenziosi e tanto amati, ectoplasmi che prendono forma, si ridestano come da un lungo sonno, ogni volta che spalanco il cancello, ed entro in quella dimora che è stata della mia famiglia per quasi sessant’anni.
Se quella casa dovesse essere demolita, o venduta a terzi, nasconderei il mio cuore tra le sue pietre, e diverrebbe sasso esso pure.
 Il bellissimo romanzo “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, di Dee Brown, un pellerossa che sa bene quel che scrive, conferma il mio pensiero, Si tratta di un capolavoro che racconta la vera storia della conquista del West non dimenticando di restituirle il sapore e gli odori delle persone che l’hanno vissuta.
Sono odori, sapori e suoni incancellabili. Si affrontano molti sacrifici per conquistarsi un nido, fossero anche solo quattro mura di sassi, e poi si decide senza nessun rimpianto, di rimuovere il passato, senza tener conto che con quei muri, si distrugge anche il vissuto tra di loro, personale e dei nostri cari. Un legame troppo stretto perché possa essere spezzato da un contratto di compra – vendita.
Farò il possibile per oppormi con tutte le forze. Dipingerò sul mio volto i colori di guerra, sfodererò l’ascia e, come un guerriero pellerossa, lotterò fin che mi sarà possibile, per difendere ciò che conserva un lungo spezzone di vita, quel legame indissolubile con il passato colmo dei ricordi più cari.

Danila Oppio



2 commenti:

  1. Danila, solo noi che abbiamo lasciato il paesello possiamo intuire queste emozioni, ben per questo io da qualche anno ritorno a Fonzaso non solo per vacanze ma per rimodernare la casa alla mia naniera perche' fin che ci saro' io la casa restera nella mia famiglia e sono anche fortunato perche' anche miei figli pur essendo nati in Canada sentono un'attirazione grande per la casa in Fonzaso e anche loro mi anno garantito che la tengono fino a che potranno. In questi giorni il piu' vecchio Adriano si trova la' con la moglie e sono molto contenti e parlano gia di ritornarci prima possibile siamo come le rondini, lasciano il nido ma ogni anno ci ritornano Ciao...! brava Ivo

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  2. Grazie per il commento, Ivo! hai ragione su tutto, e tu sei fortunato a non aver trovato ostacoli di sorta, riguardo alla casa. Evidentemente tua sorella Rina non ti ha messo i bastoni tra le ruote! Sono stata a Fonzaso a cavallo tra luglio e agosto, un paio di settimane, ed ho trovato sempre giornate di pioggia. peccato! Ci ho portato anche mamma che ha 94 anni e voleva rivedere la sua casa. Un abbraccio a te e famiglia
    Danila

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