POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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domenica, novembre 8

Roberto Vittorio Di Pietro: COMMENTI CRITICI

COMMENTI CRITICI  da inserirsi in fondo alla silloge  “Il vero, il bello…l’anello che non tiene”

DI  LUI  SI  E’ SCRITTO…    






Ragione, realtà, sogno: il Di Pietro poeta li padroneggia con drammatica, eppure sorvegliatissima tensione. La singolare riuscita della sua poesia va individuata soprattutto in una capacità di trasformare il materiale contingente in mito moderno, provocando un fulmineo corto circuito con il mito antico, pagano e cristiano, divino e profano.  Tutto questo Di Pietro lo ottiene – ed è aspetto felicemente insolito nella poesia di oggi – grazie ad una sua particolare abilità nel conferire un habitus discorsivo ad ogni genere di esperienza, emozione, passione, attraverso le modulazioni di un linguaggio che coniuga con sorprendente successo il colloquiale e il ‘sublime’ inteso nel senso classico della parola, mai in quello di vezzo letterario (…)
Volentieri apro qui il commento al capitolo delle sue traduzioni, felicemente intitolato “Sul pentagramma…i sovrassensi”. L’intensità drammatica della “Tiger” blakiana è stata perlopiù massacrata nelle versioni italiane disponibili. Qui invece essa mantiene tutta la forza lampeggiante, mistica (nel senso attribuito al termine da Wittgenstein), e insieme la sua scansione metrica vibrante come suono di tamburi nella notte in una favola ancestrale (…) 
Un’analisi a parte richiederebbero le versioni dannunziane  -- La pioggia nel pineto, in particolare – dove è lecito affermare senza alcuna esagerazione che Di Pietro gareggia con l’originale, grazie alla duttilità del suo inglese straordinariamente inventivo. La scelta di un lessico inglese così dotto e variegato, intessuto di assonanze, allitterazioni e infiniti richiami onomatopeici accuratamente ricercati con un estro creativo e una sapienza verbale non dissimili da quelli caratteristici del nostro ‘Immaginifico’,  può appartenere solamente a chi possieda la lingua inglese al raro, rarissimo livello di Di Pietro; e quindi, da perfetto bilingue (anzi, poliglotta) umanisticamente erudito, ne conosca a fondo le intrinseche potenzialità come strumento letterario. Qui, veramente, si può pensare al termine usato nel Settecento inglese di “imitations”, anziché “translations”, ripreso poi nel Novecento dal grande poeta americano Robert Lowell…
(Claudio Gorlier, postfazione “In soliloquio dialogando”)


Questo magnifico nuovo libro di Roberto Di Pietro (“Come conchiglie, liriche”) è una festa epifanica della poesia, una sorta di rappresentazione teatrale su una pluralità di piattaforme recitanti che si rubano la voce, anzi le voci dei poeti convocati dall’autore con una ricchezza esplosiva di epigrafi scelte con sicuro gusto letterario e collocate ad intarsio rispetto ai testi della silloge.  Nello sfolgorio dirompente della sua sfrenata fantasia, il nostro segue i fili di una recitazione a soggetto che si apre in panoramica diffusa, e che si irradia come la luce per ogni dove, in una dispersione programmata e festosa del canto, con l’offerta di una ricchezza inesauribile di tematiche che si moltiplicano a dismisura nel corso del loro sviluppo.  Forse l’annotazione più pertinente per denotare la poesia di Di Pietro sta proprio nel vocabolo dismisura, che andrebbe più correttamente scritto “dis-misura” per sottolineare l’intento anche polemico o provocatorio dell’autore di proporre una totale riqualificazione e un fondante ripensamento delle misure poetiche, attinenti non solo alla forma del parlato, ma anche al modo stesso di inventariare l’oggetto del discorso poetico: il metro con cui calcolare la grandezza del reale, ovvero del mondo.
(Sandro Gros-Pietro, “Vernice, rivista di formazione e cultura”,
Edizioni Genesi, Torino)


Dante si pone come nume tutelare dell’opera di Di Pietro.  Anzitutto l’autore si colloca sulla scia dell’Alighieri  per l’utilizzazione, insolitamente estesa in un poeta italiano, di passi e riferimenti biblici. Il Fry, ne “Il Grande Codice”, cita tra i nostri scrittori utilizzatori della Bibbia soltanto Dante; ed effettivamente, se confrontiamo ad esempio la presenza del sacro testo nella nostra cultura e in quella anglosassone, balza subito agli occhi la differenza. In  Dante, fin dal primo verso della Commedia (che guarda ad un Salmo e a un versetto di Isaia), la presenza della Bibbia è fondamentale.  Ma un altro importante aspetto ‘dantesco’ della poesia di Di Pietro è la polisemia, cosa che fra l’altro consente livelli diversi e successivi di lettura e di interpretazione, rendendo accessibile al lettore meno impegnato il senso letterale, e consentendo una decifrazione di altri significati, o sovrasensi, a chi vuole penetrare più nel profondo (…)
Roberto Di  Pietro mi stupisce sempre per l’efficacia con cui struttura i versi ridando nuova vita alle forme tradizionali (…)
(Andrea Maia, “Vital nutrimento – Riflessioni”,
Pianeta P.A.N.I.S, et alibi)

Nella poesia di Roberto Di Pietro, i simboli non sono il frutto di una elucubrazione filosofica a tavolino, ma la risultante di svariate esperienze esistenziali emotivamente sofferte alla luce di un profondo bisogno di eticità. Quella stessa eticità dei suoi componimenti satirici che nascono da un intimo bisogno di esorcizzare con l’ironia la sofferenza morale inevitabile per chi, come lui, osservi in modo non superficiale le problematiche della società contemporanea, con particolare attenzione e sensibilità al tema dell’amore nelle sue varianti della solidarietà-carità, più spesso tradite nel rapporto che lega l’uomo alla donna…perché l’Amore offeso è in realtà per il nostro poeta, che ne ha una così alta concezione, il peccato più grave di tutti (…)
(Anna Germano Viviano, recensione “Come conchiglie, liriche”,
Rivista di Cultura ed Arte “alla bottega”, Pavia)

“Si sottolineano i pregi di una poesia colta di avanguardia, che va oltre la poetica dei “Novissimi” e recupera a ritroso l’irto e intricato labirinto di un Barocco scandito dall’endecasillabo.”
(Motivazione Premio Letterario Internazionale Maestrale,
Coppa Presidenza della Regione Liguria)

Il linguaggio di Roberto Di Pietro, sostenuto mirabilmente da una profonda cultura delineata nell’ambito della sua poesia, si sbalza in decisa evidenza  rivelando come tale cultura sia capace di annullare i margini della poesia stessa per riassorbirne gli effetti vitali in dimensioni di saldo e nuovo umanesimo.  Un itinerario interiore e comunicativo, complesso, scavante e luminoso, il suo: dalla seduzione generata dal verso, il poeta giunge alla continua riconquista del suo codice attraverso l’accoglienza e l’appropriazione di un oltremodo vasto panorama, appunto, umanistico. Di Pietro è  l’emblema dello scrittore che, pur raggiungendo mete di inequivocabile peso e spessore,
non vuole considerare meta il già raggiunto, affermando così l’ansia connaturata a quel tipo di creatività inesaustibile, da sé crescente in ramificazioni imprevedibili, assetata di spazi.  E’ questa, una caratteristica di denso fascino, votata a rifondarsi e ad aprirsi su vastità compositive inusitate, pronta a far suo ogni concetto di codice, di comunicazione, di avanguardia (…)
(…) Il verso sapiente (l’endecasillabo si staglia in una verità funzionale imprescindibile), la parola calcolata ed esatta, il colto senso dell’allusione, sono preziosa testimonianza di una poesia contemporanea di respiro europeo, tanto nel suo aspetto formale, quanto sul versante contenutistico acceso da un forte rilievo metaforico.
(da: “Letteratura Italiana Contemporanea – Testi, Contributi, Aggiornamenti” – a cura di Bonifazi/Tommasi/Quiriconi; e “Agenda Arte e Pensiero” 2005, Edizioni Helicon, Arezzo)


Contro l’opinione corrente, è rarissimo che una poesia si presti, o appieno risponda, a una valorizzazione della voce (…). E se ‘udibili’ senza eccessivo rischio snaturante e franoso possono risultare le pagine di (…),  o di Alda Merini (con gli improvvisi colpi di frusta visionari, infiammati da sacrale erotismo (…), o di Davide Rondoni, vero ‘cantore’ della percezione e dei suoi dilaganti effetti (…), c’è, però, un solo poeta, oggi, per il quale la vocalità entra a far parte delle condizioni della scrittura stessa, garantendo un’uguale e profonda pregnanza di enunciato e di conduzione tanto alla pagina quanto all’etere: Roberto Di Pietro. E questo perché la sua vocalità implica un senso peculiarmente spaziale della comunicazione, e lo implica al pari del senso temporale (che con marcatura di valore atemporale si lega pure al pedale metrico) determinante e diffuso nel verso scritto. (Non dimentichiamo che Di Pietro è anche autore di un prezioso contributo saggistico sull’argomento: Fonosimbolismo e vocalità poetica.) 
(…) In pratica, Di Pietro, al momento di consegnare un frammento della sua opera al pubblico di una platea, qualunque sia il contesto occasionale, ha già mostrato in termini di presupposto (e a ciò non suoni mai estranea la cornice contestuale delle sue epigrafi) quale sia e in che modo vada gestita la funzione di quel che si può chiamare un vero ‘palcoscenico della voce’.  E se dovessi rintracciare un’ascendenza allo spirito di tale poesia rodente e corrosiva, ma calda, lirica talvolta da sfiorare una contrazione di elegia, dovrei cercarla nella musica, non nella letteratura: nella commedia madrigalistica di Adriano Banchieri, nel poliedrico Rossini del Viaggio a Reims…

(da: “Tendenze di Linguaggi - Orientamenti di poesia italiana contemporanea”, a cura di Rodolfo Tommasi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2008)


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