POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

domenica, novembre 8

Roberto Vittorio Di Pietro: REALTA', METAFORA, ALLUSIONE


REALTA’, METAFORA, ALLUSIONE:

 indissociabili costanti

nella “poesia civile”

di

Roberto Vittorio Di Pietro




I.


Sempre letterato. Piovono le bombe e tu
 pensi già a farne un racconto.
(Cesare Pavese, Taccuino segreto)


N  O  I

(11 settembre 2001)


Guerra! E che torvi
barbagli là in alto!
Noi:
 svagolate lucerne
saggiando movenze, nitori sommersi,
le fogge mutanti
dell’acqua.

Per noi che ammalia
 la rena nell’ostrica,
morte seconda sarà
la fine del ghiozzo?...
Poeta! O rapito
dal rosso? dal verde? dal bianco?
dal grande policromo arcano
di un barattolo.

O della seppia?...
Chissà: come lei
quando, invaghita, in amore si giace
su frasche d’alloro, dimentica
dell’esca mortale dell’uomo
là giù
 nella nassa.

(dalla silloge “A testa in giù”, 2002)




II.

Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia.
(Tommaso Campanella)
Il genere umano non odia mai tanto chi fa il male,
né il male stesso, quanto chi lo nomina.
(Giacomo Leopardi)
(…) non far tregua coi vili: il santo vero
non mai tradir…
(Alessandro Manzoni)

Qui la Vita e la Morte si dan mano
come sorelle:
tutto ciò che è
è un poco ciò che fu, un poco
ciò che sarà.
(Camillo Sbarbaro)



E  P  I  T  A  F  F  I  O
                                                
                               [ In memoria
di qualche ignoto milite
sepolto fra le nevi
ad alta quota. ]



Scrisse qualcuno (“Oh?…E chi?” – “Non so: a te importa?
scoprire il nome oscuro di un caduto,
che il sangue aveva inciso?...E un vento nobile,
con grazia, nottetempo,
espunse da una stele fra le croci
rimaste sulle alture senza un fiore”):

                 Viandante che ora sosti, che qui mediti,
di tener testa ai vili non temere!
Certo son tali, enormi e sorprendenti,
le risorse degli animi piccini
da lasciarti ogni volta più stupito
di quanto grande sia la tua pochezza.
Ma non odiarli, quelli che combatti.

Chissà, t’uccideranno? Ombra irredenta,
quale son io, tu pure vagheresti
se, in quel delitto, non li giudicassi
folli soltanto: ansiosi di mostrarsi
giusti nemici, e forti. Più ingegnosi
d’ogni inaudito sogno di chi speri
renderli, da vigliacco, troppo umani.


(dalla silloge “A testa in giù”, 2002)




III.

Il mare le sue blandizie accidiose…
(Giuseppe Ungaretti)  

Gli si accostò, versò olio e vino sulle sue ferite (…)
Va’ e anche tu fa’ lo stesso.
(Luca, 10)

ONDA, CHE NON DOMANDI

Onda che scorri, vedi, e non domandi…
ah per due o tre passioni debellate,
felici di mimare i tuoi silenzi!
Pago di quelle – onde da un’onda, figlie
che nascono dal nulla e non si chiedono
se il mare è padre o madre, e se lo viva
con gioia o dolore un parto in ogni istante --
oltre ogni ragionare, qual che sia,
 fonte di pena o gaudio dello spirito,
 senza interrogativi d’ogni fatta,
spuma nella tua spuma io scivolassi!

Onda che vedi, passi, e non t’affliggi!…
Potessi mai donarmi assoluzioni
speculative, tu: riconciliarmi
senza un confiteor, senza un catechismo
che a sé il pensiero infeudi per straziarlo
di sentimenti. Oh, tu?...che d’una barca
colma di insidie, falle, non t’angosci?...
dei tuffi dei miei cari?...Eppure annegano!
Forse che del più amaro dei naufràgi
non senti il tonfo?...E scorri, non t’arresta
né ti commuove il grido: “O Dio, s’affonda!”

Troppo beata, sei.  Va’, non tentarmi,
onda che non t’adiri, non incolpi
il timoniere, l’albero maestro,
l’incuria delittuosa del nostromo,
gli oltraggi d’una ciurma ammutinata…
Spèrditi! Muori! E cheto non si chiuda
con te
malgrado me
 il mio episodio.


(dalla silloge “Come versi, mùrici” – 2006)



IV.

Ex pede, Herculem
(Pitagora: come citato
da Aulo Gellio ne “Le notti attiche”)

A PIEDI NUDI
DIVERSAMENTE UMANI

Di noi – noi voluttà di scalze dita
disomogenee, variamente arcuate,
dissimilmente prensili nel correre
sul fitto brulichio di questa spiaggia –
c’è forse chi esperisca in pari modo
(soffra, e ne goda o pianga…
ne rida, o maledica…)

+ il levigato?
             + il serico?
++ il puntuto?
il ruvido d’un sasso?...
il traballante +
d’un ciottolo smussato?...
         + il viluppante
tentacolare +
+ glutinoso
labile ++++
d’un folto intrico d’alghe?

*
++ O il sussultorio
d’un repentino inciampo…+ intorno all’ispido
d’un riccio ormai sventrato! Osceno quanto
il molle tremulo ++
d’una medusa
in preda alla risacca+ e sulla bàttima…
il semovente + d’una chela mozza
rivoltolante ++
appresso a un granchio vivo…
++ ritto! mordace!!
ancora combattivo
pur se vistosamente mutilato.
Un balzo laterale! ++ e nel calcagno
già subito l’acuto +
                                    il lacerante +++
d’un amo derelitto, alla deriva.

Questo l’approdo? Forse più sicuro
un volo estremo
incontro al gelo esangue +
d’un cefalo morente sull’argentea
china di ghiaia e pietrisco + che nasconde
l’ustorio d’una tràcina nel subdolo
complice calor bianco +++
della sabbia.

(agosto 2013)


V.


Trahit sua quemque voluptas.
(Virgilio)

Tua res agitur, paries cum proximus ardet.
(Orazio)

Liberi non sarem se non siam uni.
(Alessandro Manzoni)



F R A T T U R E

(per strade cittadine, e monti, e valli:
in ogni dove
come in discoteca)

Depressi, noi – e che! 
Credibili languori?...

Cocci di vita agglutinati, e insieme
cozzanti tra sussulti furibondi
e travolgenti amori psichedelici:

friabili come argilla agli scossoni
di rapinose danze visionarie
su piste sempre nuove che s’affollano
a suon di strilli e musiche malnate,
nel battere dei tempi troppo deboli,
nei ritmi del levare solo forti.

Speranze, noi - e che!
 Sanabili fratture?

Grida o singhiozzi, abbagli stroboscopici
le nostre malsicure intermittenze
nel sincopare aff…etti…
e so…gni…
e re…li…
…gioni.

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