POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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domenica, novembre 22

IL PASSAMONTAGNA di Angela Fabbri

"Passa a Danila il Passamontagna", finalmente ho notato il fogliettino dove ieri notte avevo scritto quella frase.
Il resto è là dove butto quel che scrivo e poi me lo dimentico. Adesso lo trascrivo, da ieri notte.


" Ormai è da venerdì scorso che trasmettono solo cose di terroristi, immagini di terroristi, anche se son vecchie e i terroristi li han già presi da un pezzo, va bene.
Tanto che se adesso, con la nebbia e col freddo, giri l'angolo e incontri un uomo alto col passamontagna, non ti viene in mente di dirgli, ridendo <<L'uomo ragno?>> 
No, stringi fra i denti il fiato e ti esce <<ISIS?>>, ma forse stai zitto, lo pensi e basta.
Il PASSAMONTAGNA, in genere fatto dalla mamma con gli avanzi di lana, era una creatura innocua ai miei tempi.
Lo usavamo noi ragazzi, in pieno inverno, andando a scuola in bicicletta negli anni cinquanta del '900: serviva a evitare il mal di gola e i sulfamidici "

Angela Fabbri 
(Ferrara notte fra 20 e 21 novembre 2015) 

I passamontagna erano di lana, quella vera, quella che faceva un caldo naturale senza nulla togliere all'animale che la forniva. Penso alle pecore, naturalmente, non al visone selvaggio.
E la lana non era solo gioia per noi esseri umani, era terra di pascolo per le tarme.
In primavera, la roba di lana veniva accuratamente messa via con pastiglie di canfora e poi saltaron fuori le palline di naftalina, meno puzzolenti. O è il contrario? prima la naftalina e poi la canfora?
Non lo so perché, quando fui sufficientemente grande per occuparmi anche della conservazione degli abiti, erano già entrati in commercio i tessuti sintetici, per cui in breve nulla fu più di lana, nemmeno quella dichiarata al 100%, era sempre mischiata ad altre fibre. Lo so per certo. Nel 1978 lavorai presso un'industria tessile e la composizione dei tessuti era determinata a 'Norma di Legge', cioè, perché si potesse etichettare un capo come di '100% Lana', ne bastava una percentuale che rispettasse quella norma.  

Belli questi ricordi, non è vero, Dani? Sono meglio dei romanzi. E comunque la lana dà un'idea di serenità, di calore vero, chissà, forse è per questo che mia madre, maestra, invece che scrivere un libro come tanti adesso fanno per sentirsi vivi, confezionava maglioni, sciarpe, berretti, berretti col pompon per i più giovani e berretti senza pompon per i più grandi e poi le coperte, le patchwork prima di tutto... Mia madre certo compose un'opera grandissima: " Il romanzo della lana".   




Le sue opere, a partire dai giustacuore millerighe fatti con i gomitolini  rimasti e poi i guanti a manopola per le fredde mattine di scuola raggiunta in bicicletta, le sciarpe cucite a chiudere un cappuccio, fino al poncho con i lama bianchi che si rincorrono (mai avrebbe immaginato la mamma, che un giorno il suo figlio più piccolo si sarebbe sposato proprio in Perù), i maglioni in cui imprimeva i dipinti della sua gioventù, sono ancora qui per i posteri. Io stessa ho una presina fatta con quadrati di patchwork avanzati o di prova. 

Angie

Non so se Angela avrebbe voluto che pubblicassi anche questa seconda parte del suo scritto, a me è piaciuta moltissimo e, a mio avviso, è l'ideale proseguimento del Passamontagna. Credo che fosse una moda, o meglio, una necessità, sferruzzare indumenti di lana, nei tempi addietro. Lo facevano un po' tutte le mamme, almeno quelle che avevano una certa dimestichezza con i ferri da calza o gli uncinetti. Anch'io ho indossato maglioni, cappelli, calzettoni e altro ancora, confezionati dalla mia mamma. Poi l'ho imitata io stessa, per vestire i miei figli. Così come le coperte patchwork, delle quali abbiamo conosciuto l'uso, attraverso la Storia,  dalle donne americane del far west!!! Si, quelle coperte un tempo venivano realizzate con gli avanzi della lana, anche riciclata. Per questa ragione  erano coloratissime, Ne conservo ancora una che mi ero divertita a fare come passatempo, non per necessità. Un'altra, mio figlio l'ha usata per attutire il suono della grancassa della batteria, infilandola nel suo interno. Dove sia finita quella vecchia batteria, con la sua copertina colorata, non ho modo di saperlo. Grazie Angie, per questi bei racconti di vita vera! A partire dalla prima immagine, che ispira paura, siamo lentamente scese a qualcosa di amorevole, di veramente piacevole, che sono i ricordi d'infanzia, legati ad un filo di calda lana.

Dani

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