POETANDO

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giovedì, maggio 28

UROBORO di DANILA OPPIO


Un'immagine (Uroboro) disegnata nel 1478 da Theodoros Pelecanos in un trattato alchemico intitolato Synosius

L'uroboro o  uroburo o uroboros o ouroboros è un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine.
Apparentemente immobile, ma in eterno movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera sé stesso, l'energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall'inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l'unità, la totalità del tutto, l'infinito, l'eternità, il tempo ciclico, l’ eterno ritorno, l'immortalità e la perfezione
Lo troviamo nell’Antico Egitto, nello gnosticismo, nella tradizione.

Origine del nome

Uroboro deriva dal greco: 
 οὐροβόρος/οὐρηβόρος (ὄφις), ourobóros / ourēbóros (óphis) composto di οὐρά (coda) e del suffisso -βόρος, corrispondente al latino voro; dunque (serpente) che si morde la coda. Un'etimologia «ermetica» legata alla tradizione alchimistica frutto di libere associazioni non fondate su basi linguistiche, farebbe risalire l'ouroboro a un «re serpente»: «In lingua copta Ouro significa "re", mentre ob, in ebraico, significa "serpente"» Alexander Roob la mette in relazione ad alcune illustrazioni del serpente ouroboro, che si trovano nell'opera Donum dei dell'alchimista Abraham Eleazar, pubblicata a  Erfurt nel 1735

Antico Egitto

La più antica rappresentazione di un uroboro si trova in un antico testo funerario egizio, chiamato The Enigmatic Book of the Netherworld, ritrovato nella tomba del Faraone Tutankhamon della XVIII Dinastia.
Nell'immagine, incisa all'interno del secondo scrigno, che conteneva il Sarcofago del Re, sono rappresentati due serpenti che si mordono la coda e circondano la testa e i piedi di una figura divina mummiforme. Entrambi i serpenti sono manifestazioni della divinità Mehen, il benefico Dio serpente che protegge la Barca solare di Ra e il cui nome significa "colui che è arrotolato.
Un'altra famosa immagine è quella che si trova nel Papiro di Dama-Heroub della XXI dinastia, nella quale si trova Horus bambino, all'interno del Disco Solare, sostenuto dal Leone Akhet (simbolo dell'orizzonte dove il sole sorge e tramonta) e circondato dal dio serpente Mehen, ancora una volta nella forma di un uroboro. Un capitolo a parte va riservato all'interpretazione della figura geroglifica dell'uroboro fatta da Orapollo, scrittore egiziano di Nilopoli, autore di Hieroglyphiká, un'opera in due libri in lingua copta sui geroglifici, non anteriore al sec. IV d.C., scoperta nel 1422 dal viaggiatore Cristoforo Buondelmonti e portata alla corte di Cosimo de' Medici. Quest'opera, concepita probabilmente in un ambiente di eruditi che cercavano di recuperare la misteriosa scrittura egizia, di cui ormai si erano perse le tracce, ebbe un'amplissima diffusione nel Rinascimento e nei secoli successivi. Fino, infatti, alla scoperta del reale significato dei geroglifici egizi compiuta da Champollion, si ritenne che il libro di Orapollo fosse in grado di rivelare i significati morali e religiosi dei misteriosi geroglifici egizi.
Nel Libro PrimoCapitolo Secondo non viene nominato l'uroboro, ma viene descritto un Serpente che si divora la coda quale simbolo usato dagli antichi Egizi per descrivere il Mondo, l'Universo e l'Unità di Tutte le cose:

“Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è ancora sdruccioloso, perché è simile all’acqua: e muta ogn’anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo faccendo ogn’ anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina providenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo. (Hieroglyphica di Orapollo, scrittore egiziano del V sec. dopo Cristo)"

Inoltre, al capitolo LXXXVII del Libro dei Morti, viene descritto un serpente che sembra rimandare all'uroboro:
«Io sono Sata, allungato dagli anni, io muoio e rinasco ogni giorno,
 Io sono Sata che abito nelle più remote regioni del mondo.»

Gnosticismo

Questa diffusissima figura simbolica rappresenta, sotto forma animalesca, l’immagine del cerchio personificante l’eterno ritorno. Esso sta ad indicare l’esistenza di un nuovo inizio che avviene tempestivamente dopo ogni fine. In simbologia, infatti, il cerchio è anche associato all’immagine del serpente che da sempre cambia pelle e quindi, in un certo senso, ringiovanisce. L’Uroboro rappresenta il circolo, la metafora espressiva di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del mondo e la creazione.
 Da:


Lo gnosticismo fu anche un importante movimento del cristianesimo delle Origini, sviluppatosi soprattutto ad Alessandria d'Egitto nel II-III secolo e suddiviso in numerose scuole. Il serpente era il principale animale simbolico degli Ofiti (dal greco ὄφις, ofis, "serpente") e dei Naasseni (dall'ebraico nâhâsh, "serpente"), che gli attribuivano facoltà demiurgiche e talvolta lo associavano al Cristo. Anche il dio gnostico Abraxas era un ibrido umano-animale, con la testa di gallo e il corpo di serpente e diffusissimi erano i suoi talismani con scritte magiche incorniciate dal serpente uroboro, quale simbolo del dio Aion, espressione gnostica della totalità del tempo, dello spazio e dell'oceano primordiale che separava il regno superiore dello pneuma, dalle tenebrose acque del mondo inferiore.

Tradizione alchemica

L'uroboro nella Chrysopoeia di Cleopatra (uroboro, Ἓν τὸ πᾶν, «L'Uno il Tutto»)
Nella tradizione alchemica l'uroboro è un simbolo palingenetico (dal greco πάλιν, palin, "di nuovo" e γένεσις, génesis, "creazione, nascita", ovvero "che nasce di nuovo") che rappresenta il processo alchemico, il ciclico susseguirsi di distillazioni e condensazioni necessarie a purificare e portare a perfezione la "Materia Prima". Durante la trasmutazione la Materia Prima si divide nei suoi principi costitutivi, per questo motivo l'uroboro alchemico viene spesso rappresentato anche nella forma di due serpenti che si rincorrono le code. Quello superiore, alato, coronato e provvisto di zampe rappresenta la Materia Prima in forma volatile, quello sottostante il residuo fisso, dalla loro ri-unione in un unico uroboro con le zampe e incoronato (quindi vincitore), si ottiene la pietra filosofale, il "grande elisir" o "quintessenza".
La più antica rappresentazione di un uroboro collegato all'alchimia si trova in una raccolta di scritti greci dell'XI secolo che illustra un trattato sulla "produzione dell'oro" scritto da un'alchimista chiamata Cleopatra vissuta ad Alessandria d'Egitto nel tardo IV secolo d.C.
La Chrysopoeia di Cleopatra (da χρυσός, chrysós, "oro" e ποιεῖν, poieîn, "fare"), contiene l'immagine di un uroboro, metà bianco e metà rosso, con all'interno la scritta ἒν τὸ Πᾶν (hèn tò Pân), traducibile come "l'Uno (è) il Tutto" oppure «Tutto è Uno».
Nella stessa pagina si trova un alambicco, alcuni simboli alchemici e un cerchio composto da tre anelli concentrici con scritte in greco che specificano ulteriormente il significato del serpens qui caudam devorat. Nel cerchio centrale si riconoscono i simboli dell'argento (mezzaluna) e dell'argento aurificato (semicerchio radiante). Nel primo anello si legge: "Uno (è) il Tutto; e per lui il Tutto e in lui il Tutto; e se non contiene il Tutto, il Tutto è nulla". Nel secondo anello una seconda scritta riporta la frase "Il Serpente è Uno, colui che ha il veleno con le due composizioni". Questi motti ricordano la famosa espressione eraclitea "Tutte le cose sono uno" riadattata da Plotino nel detto "Tutto è ovunque e tutto è uno e uno è tutto"Altra celebre immagine dell'uroboro, anche questa di origine alessandrina, è quella riprodotta da Theodoros Pelecanos nel 1478 sulla base del Synosius un manoscritto andato perduto e attribuito a Sinesio di Cirene (370-413 d.C.) In questa figura si vede l'uroboro più simile a un drago, con le zampe, la cresta e il corpo color rosso e verde
Anche nell'alchimia islamica la cosmologia e la concezione ermetica dell'Uno-Tutto si incarnano nella figura dell'uroboro come si può vedere in un antico e celebre manoscritto arabo, il Kitab al-Aqalim di Abu' l-Qāsim al-ʿIrāqī ispirato ai geroglifici egizi (Londra, British Library, MS Add 25724). In esso un serpente che si morde la coda racchiude i quattro elementi che danno origine al cosmo.
Il simbolo dell'uroboro ha lasciato una traccia ben visibile sia nell'arte classica, sia nella cultura di massa.
Dal punto di vista artistico, esempi di uroboro si trovano nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria del 1805, a Vienna, nel quale Antonio Canova pone sul vertice della piramide un medaglione col busto della defunta racchiuso in un uroboro, e nel Pantheon di Roma dove, sul monumento funebre al cardinale Consalvi, lo scultore Bertel Thorvaldsen ha raffigurato un uroboro che circonda il cristogramma.
Per quanto riguarda l'ambito letterario, il serpente è stato usato come allegoria della ciclicità del tempo anche dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche in Così Parlò Zarathustra (1883-1885), precisamente nel discorso "La visione e l'enigma", anche se non menziona precisamente la figura dell'Uroboro. Nel celebre romanzo di Michael Ende La storia infinita, il talismano Auryn è basato sull'uroboro, e Il serpente Ouroboros è il titolo di un romanzo fantasy di Eric Rücker Eddison, del 1922.


Dettaglio dell’Uroboro disegnato dal padre gesuita Athanasius Kircher sull’Obelisco realizzato per la regina Cristina di Svezia nel 1654, che riportava la seguente iscrizione: “La Grande Cristina, Iside Rinata, erige, elargisce e consacra questo obelisco su cui sono iscritti i segreti simboli dell’Egitto”, oggi presso il museo del Liceo Ginnasio “Visconti” a Roma (ex Collegio Romano della Compagnia di Gesù).
 Nell’ottobre del 1633 giunse a Roma lo studioso ed egittologo gesuita, Athanasius Kircher, all’epoca trentaduenne. Era stato raccomandato al cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII, dall’intellettuale francese Nicolas-Claude Fabri de Peirsec, un amico personale di Tommaso Campanella (che era stato ospitato a casa di de Peirsec ad Aix-en-Provence dopo esser fuggito da Roma). Kircher fu chiamato ad insegnare nel Collegio Romano matematica, astronomia e l’ebraico. Avrebbe conosciuto in quegli anni Gian Lorenzo Bernini e collaborato con l’artista ad alcuni progetti architettonici, tra i quali la realizzazione del complesso scultoreo della fontana di piazza Navona, caratterizzati dall’esaltazione di diversi antichi obelischi egizi.

Da una ricerca nel Web eseguita da Danila Oppio appassionata di tradizioni e storia antica.

Tengo a precisare che la Chiesa cattolica ha sempre preso le distanze da tutto quanto comporta gnosi, alchimie, esoterismo e quant'altro esuli dal pensiero cristiano. Studiare la storia delle tradizioni è però istruttivo, per ogni essere umano che ha sete di conoscenza.
Il Cav. Tommaso Mondelli, per il suo ultimo libro edito nel 2018, ha voluto dare il titolo IL CERCHIO MAGICO. Ho scritto la presentazione, e una parte di essa riporta qualcosa che fa riferimento all'Uroboro. Qui sotto uno stralcio.
"Non a caso ha titolato questo suo scritto IL CERCHIO MAGICO, poiché è da millenni che l’uomo esplora la magia della Vita.
Esiste, su tutto il Pianeta, un simbolo preistorico, che ricorre in culture diverse e lontane tra di loro. Un simbolo che nel suo aspetto base è rappresentato da un cerchio con un foro al centro, un disco forato, ma che si arricchisce, secondo varie culture etniche, di altri segni simbolici.
Questo simbolo grafico lo possiamo ritrovare sotto forma di graffito, tracciato su rocce di tutti i continenti, oppure rappresentato da pietre forate all'interno di templi megalitici, disegnato da pietre allineate sul terreno o sotto forma di scultura o di rappresentazione grafica, o ancora, in forma di antico gioiello e costituito da metallo o pietra dura. La sua presenza nella storia dell'uomo risale a tempi preistorici e compare in culture lontane tra di loro come quella dei nativi americani, quella dei popoli nordeuropei, o presso gli aborigeni australiani, in Cina o anche nei templi egizi, presso gli Aztechi, i Maya, gli Etruschi.
Ancora oggi, nelle culture dei Popoli di tutto il pianeta, dai Celti agli indiani d'America, questo simbolo è comune e legato a significati profondamente mistici.
Per i nativi americani, impropriamente denominati pellerossa, il Cerchio Sacro è un simbolo fondamentale della loro cultura, poiché rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i nativi d'America è la massima divinità, il principio creatore su cui si regge tutto l'universo conosciuto e sta a indicare, secondo la concezione filosofica degli indiani d'America, il grande abisso che circonda l'uomo, il Mistero da cui ogni cosa proviene e nel cui Segreto si può trovare il significato dell'esistenza".
Di questo interessante testo tratterò nel prossimo post.
Danila Oppio

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