POETANDO

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lunedì, ottobre 7

CERAMICHE MALVICA DI PALERMO

Nel pubblicare il precedente articolo, non posso esimermi dal collegare le ceramiche all'antenato della famiglia di mio marito, che fondò a Palermo, nel lontano "700, una fabbrica di maioliche e ceramiche. Il suo ritratto, affiancato da quello della consorte, si trova nel palazzo Comitini di Palermo, sede della Provincia Siciliana.



                                                                          















Una breve storia apparsa sul quotidiano La Repubblica

SICILIA - Il boom della ceramica nella città del Settecento

AMELIA CRISANTINO
SABATO 9 MAGGIO 2009, LA REPUBBLICA, PALERMO

L´avventura del barone Malvica che creò la Fabbrica reale alla Rocca 



IL MOTORE della breve fioritura industriale nella Palermo di fine Settecento fu la moda: chi poteva permetterselo voleva pavimenti all´uso di Napoli, vasellame in maiolica all´uso di Marsiglia, terraglia all´uso inglese. Le ville della nobiltà generavano commesse, i pavimenti s´erano trasformati in splendidi tappeti di maiolica che richiedevano nuove competenze.
Alla fine del Settecento Giuseppe Malvica creò un villaggio industriale alle porte della città 
Il boom delle commesse esigeva pavimenti in maiolica per le ville aristocratiche L´impresa del borgo-officina attirò oltre mille abitanti 
Albarelli di farmacia





Pittori di mattonelle preparavano scene dove i cani inseguivano i cervi, le ninfe fuggivano o sorridevano e ghirlande di fiori s´intrecciavano agli angoli. I mattoni, preparati nelle officine del lungomare e smaltati nelle botteghe dello Stazzone vicino porta Sant´Agata, dovevano «essere di creta dell´acqua delli Corsali» che era la più fine. Il vasellame da tavola aveva un ottimo mercato, tanto che già nel 1739 il marchese don Giovanni Brancaccio fondava fabbriche di vasi di creta e subito pensava a una nuova città, voleva chiamarla "Brancaccia". L´argilla buona arrivava anche dalle cave di Santo Stefano di Camastra o da Partinico. Nel 1765 troviamo che le officine palermitane adottano la tecnica decorativa del "terzo fuoco" per ottenere le più delicate sfumature di verde e di rosa: e Terzo fuoco a Palermo s´intitola una delle poche pubblicazioni su un argomento poco esplorato, che ci permette di seguire i laboratori artigianali mentre tentano di diventare industria. 
A Palermo ben presto troviamo un´orgogliosa rivendicazione della propria bravura, nel 1766 le Novelle miscellanee di Sicilia scrivono di fornaci da cui vengono fuori statuine così leggiadre da reggere la competizione «di tutte le migliori fabbriche d´Europa». Ma per impiantare le fabbriche servono soldi e qualificate maestranze, mancavano entrambi. E chi aveva i soldi spesso difettava della mentalità industriale. Così poteva capitare che l´officina del duca di Sperlinga fosse in grado d´esibire raffinate tabacchiere in oro e smalti blu, che però servivano solo a soddisfare la vanità del suo proprietario. 
Giuseppe Malvica è un caso a parte. Per sole 25 once compra il titolo di barone da Gabriello Castelli, ma era figlio di mastro Vincenzo e veniva da Ficarra. Una volta a Palermo il giovane Malvica cerca casa vicino alla dogana e al porto. Nel 1765 è intento ad accumulare merci nei magazzini: un tipo sveglio, accusato dagli operai linaioli di manovrare i prezzi con l´accaparramento. In pratica uno speculatore, andava dove c´erano soldi. E con le maioliche i soldi arrivavano abbondanti. 
Nella testimonianza di Villabianca il Malvica mescola attività commerciali e produttive: importa panni e cuoi inglesi, esporta sommacco, olive, grano, amido, pasta di liquirizia, saponi. Ed è deciso a produrre di tutto. Nel 1799 il neo barone ottiene da re Ferdinando la licenza per l´apertura di un opificio di terraglie alla Rocca: il suo è un "villaggio industriale" in posizione strategica, gode di un regime fiscale di privilegio assoluto: è infatti a cavallo tra il territorio di Palermo e quello di Monreale, le merci non pagano dazi di entrata o uscita dalla capitale, e l´acqua è abbondante. Con le sue iniziative imprenditoriali il barone Malvica attira nel villaggio più di mille abitanti, nel 1800 ci sono tre importanti novità: viene aperto un negozio di carni con macello, è creato un posto di guardia, lo stesso Malvica chiede l´elezione a parrocchia della chiesa dei padri agostiniani.


Sono anni molto vivaci, a Palermo c´è la corte fuggita di fronte all´avanzare dei francesi di Napoleone e la Sicilia è una roccaforte degli inglesi: soldi abbondanti e mercato vivace, molto contrabbando. Malvica chiede un mutuo per ingrandirsi, vuole fabbricare panni e ceramiche: ottiene il prestito, e anche un decennale privilegio per la manifattura che potrà fregiarsi del titolo di "fabbrica reale". Per qualche anno l´esperimento della Rocca va a gonfie vele, suscita molta ammirazione. Il barone Malvica ha creato nel suo villaggio una «manifattura centralizzata»: quasi un´utopia, un meccanismo dove le varie produzioni si integrano e le merci sono modernamente indirizzate alle diverse fasce di acquirentio. Una vera novità era la scuola per l´apprendimento delle arti, nel tentativo di formare una manodopera specializzata che rendesse superfluo il ricorso ai costosi «artisti forestieri».
Tutto sembrava andare nel migliore dei modi, ma l´equilibrio su cui poggiava l´impresa della Rocca era molto precario. Dipendeva dalla politica internazionale, e il generale entusiasmo impediva di valutarne i rischi: non c´era supplica o privilegio in grado di fermare gli eventi negativi che già s´appressavano. Lo si vide quando nel 1815 Ferdinando lasciò la Sicilia e anche gli inglesi andarono via, la sconfitta di Napoleone faceva ripiombare l´isola fra le aree periferiche dell´economia mondiale. Buona per esportare materie prime e importare manufatti.
Fu allora che si videro tutti i difetti degli opifici Malvica: niente macchine a vapore nelle fabbriche tessili, poche macchine idrauliche. Solo buoi, muli e braccia per muovere le macine. Così, quando l´allargamento dei mercati portò l´invasione dei prodotti esteri, fu la fine. Le fabbriche vennero chiuse, gli artisti forestieri andarono via. Nel 1825, dimenticata ogni velleità di moderna città industriale la Rocca si avviava a diventare un «poverissimo villaggio». Amelia Crisantino

Un piccolo inciso, riguardo ai membri della famiglia Malvica. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'autore de "Il Gattopardo", ha citato un discendente di quel Giuseppe Malvica, nel suo romanzo. Il personaggio, realmente esistito, è il barone Malvica, cognato del Principe di Salina Fabrizio, e zio di Tancredi (Alain Delon nel film), avendo sposato la Principessa di Salina, sorella di Fabrizio.  Anche lui, antenato di famiglia. Nobiltà ormai decaduta, dopo la caduta della monarchia.

Danila Oppio in Malvica








3 commenti:

  1. Affascinante questa storia di produttività all'estremo. Non credevo di tirar fuori tanto passato dal mio bigliettino di accompagnamento al vassoio di ceramica siciliana.
    Affascinante e oggi quasi incredibile la voglia l'industriosità che porta quasi all'industria
    e comunque, cosa importante, allo studio di un mestiere artistico e al suo apprendimento attraverso quella cosa che ancora oggi si chiama o vorrebbe tornare a chiamarsi 'APPRENDISTATO'.
    Angela Fabbri

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  2. Stiamo perdendo gli artigiani, quelli che lavorano la materia, per trasformarla in opere quasi artistiche. Mancano quei "ragazzi di bottega" di cui un tempo si circondavano calzolai, ceramisti, falegnami, fabbri, e anche pittori e scultori. Da un bigliettino, tu hai scoperto un'opera di Sottsass, io sono andata a spulciare la storia della fabbrica di ceramica dei Malvica, il matrimonio tra Ettore Sottsass e Fernanda Pivano, insomma, un lavoro a due teste, che mi è piaciuto molto. E il tutto, grazie ad un regalo che hai ricevuto da Baldo! Bella storia!
    Danila

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  3. Baldo è solo un soprannome che ho dato io al giovane tenore cinese.
    Comunque è stato un bell'incentivo, arrivato dall'Oriente.
    Angie

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