POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

martedì, novembre 1

ALLEGORIA O SIMBOLO? di Roberto Vittorio Di Pietro


Vediamo il senso preciso del mio epigramma:


nella prima strofa compare una serie di esempi di messaggi allegorici, ovvero segnali da interpretarsi a senso unico come un’equazione matematica (poniamo: il rosso indossato in certe occasioni per proclamarsi scopertamente “comunisti”; il nero per dichiararsi “fascisti”; la bandana o l’orecchino o la testa volutamente rapata a zero allo scopo di mostrarsi pubblicamente “giovani o giovanilisti trendy”…oppure, che so io, i calzini bianchi? i quali -- così mi informava una mia amica berlinese – pare vengano  indossati dai gay tedeschi per potersi riconoscere inequivocabilmente fra loro, ecc. ecc.: l’esemplificazione nel contesto dell’epigramma non va certo intesa come esauriente. L’essenziale è saper cogliere il seguente concetto:

indossare la propria identità come un “fiore impolverato” (di un unico, identico “grigiore”, sia esso rosso o nero, ecc.) quando la si esibisce all’occhiello come allegorico distintivo inconfondibile di una casta,  una classe sociale,  una religione, una scuola, una particolare élite, ecc. ecc. equivale a reprimere e/o mascherare la propria autentica multiforme natura umana: nella sua essenza creata indefinibile, inafferrabile, insondabile, nel bene e nel male mai del tutto circoscrivibile e categorizzabile: ovvero, esattamente come, per sua natura costitutiva, può dirsi il SIMBOLO.

Nella seconda strofa, interviene l’immagine determinante della “nuvola” a suffragare il concetto stesso di simbolo: come il simbolo, anch’ essa di colore e forma sempre cangianti, di aspetto sempre diverso,  nel suo “veleggiare” mai ferma né definitiva…e quindi l’invito alla “umana specie, plurima in sé” a voler onestamente uscire dalla sfera delle convenzionali “allegorie” tutte quante studiatamente uniformi (in questo senso “tagliate con l’accetta”,  come si legge più avanti nel contesto del TRIO) per cercare di presentarsi agli occhi del mondo proprio come la nuvola che, pur cambiando aspetto, rimane “pluralmente identica alla sua variegata identità”.
***

E in che maniera questo tema fondamentale viene ripreso e svolto nelle tre diverse sezioni che compongono il DIARIO ODEPORICO?

 Innanzitutto, va osservato come l’equivalente della “nuvola simbolica” sia  senz’altro la protagonista compagna dello scrittore: una donna  dapprima presentata come figura sfuggente, chiamata enigmaticamente Miss Bédèker (dalla celebre guida turistica tedesca Baedecker) e da ultimo, nel terzo episodio, finalmente rivelata al lettore come una donna di nome CASSANDRA.  Un nome “allegorico” quant’altro mai, dato che chi lo porta difficilmente può sottrarsi ad uno spontaneo parallelo con la famosa, funesta profetessa  troiana. Un nome, quindi, che male si addice ad un personaggio che, via via, da un episodio del TRIO all’altro, testimonia appieno, per contro, l’auspicabile comportamento umano del “simbolo vivente”, nel senso più sopra spiegato. Un nome “allegorico” quindi che lei stessa non ama e non vuole sia pubblicamente usato, che giustamente rifiuta  proprio perché lei stessa è ben consapevole (v. come viene dipinta nel secondo episodio “Pacchetti all-inclusive!”) di essere tutt’altro che una creatura monocorde e monocromatica, anzi di poter essere rappresentata come simbolo genuino di assoluta, coraggiosa, incoercibile libertà.

1) Nel primo episodio, intitolato “AUX ADIEUX”,  le fa da contraltare ideale la “dama riccia e brilla” (la moglie di Borges). Ma – e qui sta il nocciolo – alla fin fine che tipo di persona (e attenzione: persona in latino significa maschera…) era costei? Mentiva o era sincera parlando con frivolezza del defunto marito? Di fronte ad un estraneo, che preferisse magari proteggersi indossando una maschera? una sorta di “allegoria all’occhiello” per nascondere i suoi veri sentimenti d’amore? Non lo si saprà: il verdetto morale più saggio rimane quello volutamente “ambiguo” (simbolico) che lo stesso Borges propone nella chiusa dell’ episodio.

2) Nel secondo episodio del TRIO, intitolato “PACCHETTI ALL-INCLUSIVE” – che funge da opportuno preambolo narrativo al terzo episodio della serie -- vengono variamente sottolineati i tratti caratteriali compositi, in parte persino conflittuali, plurimi ed elusivi (“simbolici”, quindi, se questo termine ci è ormai più chiaro) della nostra ancora misteriosa protagonista, compagna dello scrittore (per il momento nota soltanto con l’appellativo anonimo suddetto);

3) Nel fondamentale episodio conclusivo, “SCRITTORI ESPLORATORI FUORI STRADA”,viene infine umoristicamente presentata a tutto tondo, in modo solo apparentemente scanzonato, tutta una serie di abbagli esilaranti in cui cade questo scrittore tipicamente impegnato ad “esplorare” il mondo circostante, nonché la psiche dei personaggi via via incontrati: “oggetti di studio”, secondo lui, destinati ad essere poi rappresentati nelle sue opere creative in genere.

E in che cosa consiste il suo clamoroso fallimento in questa rocambolesca impresa? Nell’aver di volta in volta voluto interpretare le situazioni e i diversi personaggi incontrati secondo ragionamenti falsamente logici e di fatto sempre fuorvianti perché di carattere assolutamente “allegorico” – cioè, essersi puntualmente detto: “Ah, se costui fa questo…ah, se costei fa questo e quest’altro…ebbene non può esserci che questa sola spiegazione logica!!…ecc.”.

Alla fine dell’avventura sembra rendersene conto; comincia ad intuirlo nel momento in cui prova a tirare alcune somme, trovandosi in ogni caso privo di risposte soddisfacenti e costretto a rassegnarsi. Ed è a questo punto che (v. la descrizione del suo rientro a Roma sull’autobus gremito di umanità tutta uguale, tutta uniformemente vestita, tutta psicologicamente impenetrabile …) invoca fra sé, a gran voce, la sua amata Cassandra: quella meravigliosa donna-musa che lui, reduce da quella drammatica esperienza vissuta,  ora riesce ad apprezzare pienamente  e ammirare come vero e proprio simbolo incarnato, a dispetto di quel nome “allegorico” che le è stato dato al fonte battesimale.

Insomma: un viaggiatore “fuori strada” non solo nel senso letterale della parola, ma in quanto incapace di interpretare la realtà nel senso corretto che si imporrebbe ad uno scrittore professionista come lui:  ricordando sempre, cioè, che gli individui umani non sono allegorie e come tali facilmente decodificabili, bensì simboli viventi  da non potere né dover sommariamente liquidare con una qualsiasi sintetica definizione, né tanto meno pretendere di saper sondare intimamente in modo compiuto.

In questo senso ho parlato di auspicabile riapertura in chiave simbolica di qualunque stereotipo fortemente allegorizzato e duro a morire intorno a noi, che possa nocivamente influire sulla qualità dei rapporti umani. Un processo di matrice etica, altrimenti definibile come disallegorizzazione dei clichés culturali invalsi attraverso i secoli e tuttora troppo spesso acriticamente sottoscritti (il bianco = buono/intelligente, il nero= malvagio/ignorante, il maschio uguale…,la femmina uguale…e chi più ne ha più ne metta). Indubbiamente anche la letteratura, la mitologia e la favolistica hanno le loro responsabilità nella creazione di simili stereotipi. Nascono e si tramandano così i luoghi comuni sulla natura buona o cattiva di svariati animali (il lupo, la volpe, il serpente, ecc.); ma anche quelli che riguardano la “diversità” dell’aspetto fisico, o del comportamento, come necessario emblema di insita corruzione morale tanto più pericolosa in quanto potenzialmente contagiosa. In effetti,  proprio sulle rigide equiparazioni allegoriche fanno leva la xenofobia e il razzismo di ogni peggior specie. Si pensi allora, per contrasto, a quei grandi modelli di mostruosità “disallegorizzata” che sono, fra i molti altri esempi possibili, il Quasimodo di Victor Hugo, o il Calibano di Shakespeare, o la figura del negro fuggiasco Jim nello Huckleberry Finn di Mark Twain. Per parte mia e a modo mio, ho tentato di rivalutare eticamente lo stereotipo del lupo malvagio (proponendo una lettura bachtinianamente “carnevalizzata” della favola di Cappuccetto Rosso  nel mio poema teatrale “PHANTAASIA non IMAGINAATIO VERA”) e, nel contesto della silloge COME CONCHIGLIE, LIRICHE, della figura mitologica del ciclope Polifemo.

Ma - e questo occorre sottolinearlo – attenzione:  in una simile operazione sarebbe un inutile gioco letterario rovesciare semplicemente uno stereotipo qualsiasi per trasformarlo in un altro di segno opposto. Infatti, voler attribuire un’immagine di assoluta bontà ad una creatura tradizionalmente considerata malvagia non significherebbe aprirla alla plurivocità del simbolo, bensì restituirle un’identica rigidità di carattere pur sempre allegorico: vorrebbe dire, in altri termini, limitarsi a capovolgere nel suo contrario un giudizio morale parimenti univoco e perciò pur sempre inautentico rispetto alla prismaticità del reale. Non è pertanto questa la via utile da voler percorrere. (Per altre precisazioni su questo argomento, rinvio in ogni caso a pag. 138 della mia silloge COME CONCHIGLIE, LIRICHE.)

 In definitiva, e con parole ancora più povere:

la grande conquista etica insita nel  recupero del simbolo consiste, invece, nella raggiunta sospensione di qualsiasi giudizio morale, negativo o positivo che sia, pur sempre implicito nello schematismo allegorico; e ciò fino a saper comprendere del tutto – e magari tentare di farlo comprendere meglio anche al prossimo attraverso qualche opera creativa che ne illustri il concetto? -- quanto sia profondamente ingiusto e pericoloso incasellare e codificare gli uomini, come pure gli animali, secondo atavici pregiudizi radicalmente contrapposti.

§§§


Tutto ciò, cara Danila, il più succintamente possibile…come se il sunto della trama di “Guerra e Pace” valesse più di un’attenta,  piacevole e feconda lettura del romanzo medesimo? Io non lo credo proprio; ma quasi certamente l’immenso stuolo degli odierni “facebookari” risponderebbe di sì.

Roberto Vittorio Di Pietro

Nessun commento:

Posta un commento