La Sagra di Santa Gorizia
Era tutto un arcobaleno
la cupola d'aria del Carso.
Brillavano le petraie
come ossami calcinati;
lontano l'Alpi Giulie
parevano domi incantanti.
Tutti i monti più alti
si levavano il mantello bianco
e si scaldavano al sole,
mentre il vento co' i semi
passava per seminare.
Laggiù, nel piano, distante,
bianco e lucente il mare
era come una lancia
caduta a un lanciere gigante,
come ci son nelle fiabe.
E se il Calvario
non fioriva, se non fioriva
il Carso, sempre in tormento
sotto la furia dei colpi,
ci fiorivano tutti i cuori
seminati dalla speranza.
Si diceva: « Si va:
questa volta si va davvero!
Salteremo l'lsonzo
come caprioli;
chi ci terrà
quando sarà l'ora?
Tutti vogliamo esser primi
a baciare il manto celeste
di Santa Gorizia...
Chi dette il segnale?
Tutti i settori tacevano...
ed ecco sonare lo stormo.
Cominciarono le bombarde
con abbai, con rugli, con schianti.
Sbucavano dappertutto
coll'ali sui torsi pesanti;
traballavano in aria,
e poi giù, strepitando,
a divorar le trincere;
a stritolare i sassi,
a fondere i reticolati.
Uomini e melma,
ferri e pietre,
tutto tritavano, urlando,
tutto rimescolavano,
sfrangendo e pestando
come dentro le madie
gigantesche delle doline
impastassero il pane
della vittoria
per la fame del fante.
E il fante aveva fame:
fame di terra del Carso
più buona della pagnotta,
impastata di sangue,
cotta dalle granate,
benedetta dai fratelli
caduti colla bocca avanti
per baciarla morendo.
Notte del 7 agosto
chi ti dimenticherà?
Che numero aveva il reggimento
fra cui passai nella notte
balenante, lungo la strada
bianca di Gorizia?
Tutti cantavano, i fanti,
stesi lungo i due cigli,
come ragazzi presi
da un'indicibile gioia.
Passò uno squadrone
al trotto, colle lance basse
basse, e tutti tra risa
e grida gli cantarono,
facendogli ala,
colle mani per trombe,
la fanfara,
come matti ragazzi
che uscissero da scuola.
E venne l'ordine di avanzare.
L'ombre nere si levarono
dai Iati della strada,
i lampi illuminarono
la selva dei fucili;
e il reggimento si sparse
pei campi come un volo
d'uccelli
verso l'aurora.
Vittorio Locchi
Vittorio Locchi (Figline Valdarno, 8 marzo 1889 – capo Matapan, 15 febbraio 1917) è stato uno scrittore italiano e militare interventista .
Impiegato
nell'amministrazione comunale di Venezia, fu acceso interventista. Partecipò alla prima
guerra mondiale sul fronte dell'Isonzo; imbarcato sul piroscafo Minas diretto in Macedonia, morì
nell'affondamento da parte di un sommergibile nemico al largo di Capo Matapan.
È
autore di raccolte di versi che riecheggiano i poeti popolari toscani del Tre e
del Quattrocento, da Cecco Angiolieri al Burchiello. Ma fu celebre grazie al
poemetto (La sagra di santa Gorizia), che, in lasse di versi sciolti e
con tono epico-misticheggiante, rievoca la conquista della città da parte delle
truppe italiane (9 agosto 1916). Curò anche un'edizione di Strambotti e
ballate di L. Giustinian.
...Vittorio Locchi (Figline Valdarno, 8 marzo 1889 – capo Matapan, 15 febbraio 1917) è stato uno scrittore italiano e militare interventista .
Grazie a Vittorio Locchi sono stata sul Carso di cent'anni fa. Ho sentito scoppiare le granate fra gli zoccoli dei cavalli. E ho baciato la terra sotto le fucilate.
RispondiEliminaAngela Fabbri
E' poesia anche il tuo commento. Grazie Angie!
RispondiEliminaGrazie a te, Dani.
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